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L’Umbria ‘noir’ e i delitti da prima pagina nel racconto di Alvaro Fiorucci

Il delitto Narducci, l’omicidio Kercher, il rapimento di De Megni, i casi di femminicidio e le indagini sul caso del mostro di Foligno. E’ l’Umbria ‘noir’ raccontata dalla penna di Alvaro Fiorucci, giornalista e scrittore, già caporedattore Tgr Umbria e collaboratore delle maggiori testate nazionali. Una serie di volumi che ricostruiscono puntigliosamente i casi giudiziari più eclatanti e che hanno occupato per anni le prime pagine dei giornali. Volumi che svelano retroscena e aspetti inediti dei delitti che hanno insanguinato la verde Umbria.

Alvaro Fiorucci, giornalista ex Rai e scrittore. In questa duplice veste si è occupato del rapimento di Augusto De Megni, dei delitti del mostro di Foligno, del caso Narducci e del delitto Meredith, quali sono le differenze narrative tra il lavoro del cronista sul campo e dello scrittore?
«Il cronista lavora per un’informazione che deve essere onesta e completa nell’immediatezza dei fatti che racconta. Lo spazio a disposizione nei giornali, nelle TV, nel web ,impongono una sintesi estrema. Gli stessi fatti messi in un libro a distanza di anni consentono di ampliare il racconto con quello che si è dovuto inevitabilmente lasciare per strada per tutta una serie di questioni tecniche. E di dargli un seguito arricchito con nuove acquisizioni e analisi . Un libro è un articolo senza fretta».
Quali sono le fonti utilizzate per comporre i libri su fatti di cronaca o che analizzano un fenomeno come quello del sangue delle donne?
«Le fonti sono le stesse del lavoro quotidiano . Prima di tutto i ricordi dei protagonisti. Poi, indispensabile, la storicizzazione dei fatti che si trova negli atti processuali».
Da cosa nasce il desiderio di scrivere ancora su argomenti già trattati da cronista?
«Il bisogno di raccontarla tutta: come è cominciata, come è finita. Con qualche spiegazione in più possibilmente inedita.Non è questo il nostro compito ?insomma scrivere un libro significa prolungare il lavoro di cronista».
Reperto 36 e Shaken sono gli ultimi lavori in ordine di tempo, cosa emerge da questi lavori che riguardano due casi che hanno portato alla ribalta nazionale la piccola Umbria?
«Da Reperto 36 che la prova scientifica da sola non fa un processo e che probabilmente gli arresti sono stati troppo precipitosi. I processi del resto ci hanno che furono arrestati tre innocenti. Da Shaken che l’orco spesso può essere l’inquilino della porta accanto o il nostro migliore amico. E non dobbiamo stupirci se lo capiamo quando è troppo tardi».
Il caso Narducci non si può ancora dire chiuso?
«Il caso è chiuso con l’archiviazione di un omicidio a opera di ignoti e con il proscioglimento degli indagati eccellenti del presunto depistaggio. Le indagini sul Mostro di Firenze sono ancora aperte».
Con il cacciatore di bambini si analizza la figura del cosiddetto mostro di Foligno e anche per Luigi Chiatti non si può pronunciare la parola fine tra perizie e ricovero in ospedale psichiatrico?
«Non c’è più nulla da scoprire. Scrivendo il libro mi sono convinto che il secondo omicidio poteva essere evitato. Lo Stato non ha trovato 7 milioni di lire per una telecamera. Ne ha spesi almeno tre volte tanti per star dietro a un mitomane».
Da cronista cosa pensa della giustizia in Italia?
«L’eccesso di garantismo e l’ipertrofia delle sue norme producono varie forme di giustizia non sempre giusta. Una delle più evidenti è l’insostenibile lunghezza dei processi . La sfiducia dei cittadini ha le sue ragioni. Ma quella della giustizia è una riforma che non si può fare secondo i riti della politica italiana e con l’andare per strade diverse dei diversi poteri democratici. Son un pessimista che si augura di sbagliare».

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About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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