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L’unità non esiste, esistono solo le nazioni. Gli Stati al tempo del Covid 19

Mai come in questi giorni il celebre aforisma di Pessoa che stigmatizzava la dimensione umanitaria in contrasto con le ragioni di Stato può essere più attuale e spunto di riflessione.

La globalizzazione come fenomeno di interconnessione sociale e economico mondiale ha creato il falso mito che l’informazione in tempo reale sia anche trasparente e certa.

L’intera popolazione mondiale interconnessa dalla tecnologia è più informata perché attinge da quel serbatoio infinito e virtuale che è il web; la principale implicazione di questo flusso liquido e impalpabile di informazioni e immagini risiede nella opacità delle fonti che sia a livello di conoscenza di fatti che di idee rendono le informazioni incerte e forse consentono di celare i segreti dietro la moltiplicazioni delle notizie , attraverso l’utilizzo di fake news finalizzate anche a mettere in atto strategie di depistaggio.

Il lockdown appena finito in quasi tutti i principali stati del mondo economicamente sviluppato sembra abbia accentuato il senso di opacità e di incertezza dei sistemi informativi democratici nei confronti della popolazione con la conseguenza che il fruitore della notizia, votato alla fideistica lezione che maggiori informazioni comportano lo sviluppo di un maggiore spirito critico del popolo si vedono smentiti nella incertezza quotidiana che l’emergenza pandemica ci consegna.

Fin dall’inizio il mondo scientifico, che pure dovrebbe essere quello della certezza della prova e della rigorosità della verifica non è stato in grado di comprendere né la pericolosità effettiva del virus né la sua origini dando vita ad un dibattito in cui ogni giorno dal più esperto all’ultimo fruitore di Facebook pare offrire una soluzione o la spiegazione che porta alla stura di ogni problema.

Se questo è il dato di fatto, se cioè dopo quasi cinque mesi si discute ancora sulla natura del virus, se sia di origine naturale o modificata, e se il lockdown sia stata la soluzione più corretta, evidentemente bisogna rifletterci su.

Il primo dato è che anche oggi o forse più che mai i segreti esistono e le nazioni si proteggono.

Sin dall’inizio dell’emergenza la Cina sul fronte esterno certamente non è stata trasparente nel fornire le informazioni, e ciò anche quando il primo focolaio di emergenza potrebbe essere stato solo il frutto di un errore umano ovvero un fenomeno naturale, tuttavia oggi la carenza di informazioni dei primi giorni è diventato il cavallo di battaglia della campagna elettorale dei repubblicani di Trump laddove mai fosse stato necessario creare un caso internazionale per delle elezioni che non sono mai sembrate in pericolo per il presidente uscente.

Evidentemente nelle competizioni elettorali la prudenza non è mai troppa e il patriottismo dell’America first è un pensiero che accarezza l’orgoglio del popolo statunitense e probabilmente lo distrae dagli eventuali errori nella gestione della profilassi pandemica.

Del resto se degli americani sono deceduti a causa di un virus creato in un laboratorio cinese, allora sono delle vittime di un nemico che va combattuto con l’orgoglio e la determinazione che non manca certo al popolo statunitense che vede in Trump, nella sua retorica fatta di tweet ed annunci ad effetto, il più strenuo difensore dei valori del classico nazionalismo made in Usa.

Il dominio delle informazioni del web, la conoscenza minuziosa delle sue dinamiche diventa così il vero territorio da conquistare per guadagnarsi il consenso.

Adesso non è più così importante cosa sia il virus realmente e cosa sia accaduto e come si possa curare, piuttosto è importante sapere come la Cina e gli Stati Uniti affronteranno la comunicazione sul web per realizzare le proprie strategie politiche e economiche e ciò senza che il popolo abbia un ruolo decisionale attivo, il tutto è sacrificato sull’altare di una lotta economica espansionistica che porterà a ridisegnare gli assetti economici mondiali.

È lezione comune della storia che ogni crisi reca con sé un nuovo equilibrio e offre nuovi spazi di crescita, però anche nuove povertà e nuovi squilibri sociali ed economici.

In questo panorama al di là degli annunci politically correct anche la comunità scientifica dei medici non ha dimostrato di essere coesa nella decisioni da suggerire o da prendere, sono prevalsi gli individualismi e le ragioni di stato; filosofie di pensiero sulla visione del mondo prestate alla scienza che qualche volta non ha esitato, in nome del potere o della notorietà, a piegarsi alle loro seduzioni valutando le evidenze con interpretazioni originali e contrastanti, per rendersene conto basti comparare le diverse visioni dei comitati scientifici di ogni Stato.

Il fenomeno pandemico è ancora in fieri e le previsioni sulle sue conseguenze sociali ed economiche appartengono al mondo delle previsioni, tanto incerto da sembrare cabalistiche.

Una fatto è certo: l’idea di mondo globalizzato e di una umanità di specie comune, che non conosce i confini e si identifica almeno virtualmente nel web, ne esce indebolita mentre i nazionalismi sono rafforzati dall’utilizzo spregiudicato di questo mondo virtuale, senza regole, e grazie al quale possono veicolare i consensi della politica.

La politica di governo, in generale, si sta mostrando incapace, anche per le gravi contingenze economiche diffuse, a gestire le informazioni in modo corretto e così agitati tra i problemi di salute pubblica e quelli economici i governi consegnano il successo nel dibattito ai caratteri più tipici di nazionalismo e identità di popolo, il tutto a scapito di quelli di umanità e difesa universale del genere umano.

Anche qui da noi, del resto, sin dal primo minuto del lockdown, quando si cantava dai balconi, si è subito puntato sulla capacità tutta italiana di rialzarsi e di essere popolo e nazione davanti alle difficoltà e si è preferito offrire una visione di noi contro l’Europa, piuttosto che offrire l’immagine di cittadini europei, quindi di un noi nell’Europa cioè, quale parte integrante del processo decisionale che vedeva l’Italia non parte di una trattativa, ma sua protagonista.

Adesso il governo italiano gioca una nuova partita che è ancora aperta e che impone di ritagliare un ruolo politico internazionale allo Stato che non è più solo in ambito europeo, ma dovrà misurarsi con i nuovi equilibri mondiali che si delineeranno nel futuro più prossimo.

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