Home / News / Attualita / L’universo femminile e il lungo cammino verso la parità

L’universo femminile e il lungo cammino verso la parità

La donna, sempre più, deve farsi valere. È una lotta continua, quotidiana. Deve dimostrare quanto vale al lavoro, come mamma e moglie. La donna fatica più dell’uomo per conquistare un posto al sole nel mondo. Trova difficoltà nel proprio posto di lavoro quando rimane incinta, quando rifiuta uno spasimante non corrisposto o chiude una storia d’amore. E, spesso, quando ormai non c’è più, perché uccisa dal proprio uomo o ex compagno e non può difendersi, il procedimento si trasforma in un processo alla vittima. Di questo e di altre questioni che ruotano intorno all’universo femminile ne abbiamo parlato con l’avvocata Gemma Bracco, nonché consigliera di parità della Provincia di Perugia.

Alcuni giorni fa è stata raccontata dalla stampa la storia di una giovane mamma calabrese, che dopo la maternità è stata trasferita dall’azienda per cui lavora. Ancora oggi la maternità viene penalizzata?

«Purtroppo nonostante varie norme che si sono succedute nel corso degli anni a tutela della maternità, le criticità per le donne che lavorano continuano ad esserci. Anche se è scesa la disoccupazione femminile, le tutele non ci sono, se non per le lavoratrici con contratto a tempo indeterminato. Spesso le donne che hanno dei figli vengono demansionate, trasferite, addirittura non trovano più la propria scrivania o il proprio ufficio e si devono riorganizzare. Non esistono aiuti, né sussidi per la genitorialità, né la possibilità di passare al part time, né la possibilità di poter usufruire di asili nido aziendali. La maternità a tutti gli effetti in Italia è penalizzata. E nel frattempo la natalità è pari a zero, la più bassa in Europa. Così si rischia davvero di ritornare indietro nel tempo. Prima c’erano gli extracomunitari che alzavano la natalità italiana, la percentualità si attestava intorno all’1.2, negli ultimi due anni è scesa anche questa a 0.9, perché anche tendono o ad avere pochi figli o a non farne. Perché non c’è più sicurezza. Prima si diceva studio e ancora non posso avere figli, ora non si studia ma non si fanno figli, perché non c’è lavoro, non ci sono le condizioni economiche per avere una certa serenità. L’Istat ha aperto uno scenario allarmante, se si continua così fra una decina di anni il nostro Paese perderà 15 milioni di abitanti».

Come mai la politica non interviene, non si interroga?

«La politica è sorda. Questi dati negativi dovrebbero far riflettere e mettere in campo serie politiche a favore della natalità, delle donne. Nonostante la convenzione di Lisbona del 2000 che impone ai Paesi europei ad avere l’occupazione femminile intorno al 60%, in Italia siamo al 47,6%, nel nord d’Italia al 57%, in Umbria al 52% circa, ciò vuol dire che una donna su due non lavora».

Le donne e la politica, altro scenario in cui hanno dovuto lottare?

«Nei giorni scorsi abbiamo tenuto un’iniziativa al “Capitini” con 600 studenti e l’ex ministro Livia Turco e abbiamo parlato proprio di questo. Nel 1946 quando le donne per la prima volta furono chiamate al voto, gli uomini erano convinti che fossero disinteressate alla vita politica. Invece andarono in massa, votarono più degli uomini, soprattutto al Sud, il 90% contro l’89%. Questo a dimostrazione che le donne vogliono dare il proprio contributo, partecipare attivamente alla vita politica, altro che disinteressate».

Le donne e le difficoltà nella vita quotidiana. Ormai i casi di femminicidio e di violenza di genere sono all’ordine del giorno: un vero e proprio bollettino di guerra. Quali sono le principali difficoltà quando decidono di denunciare?

«Di solito una donna quando decide di denunciare lo fa dopo cinque o sette anni di violenze e vessazioni subite. Tra le difficoltà sicuramente c’è quella del momento della denuncia, della difficoltà con le forze dell’ordine a farsi credere. È difficile far comprendere loro la gravità delle violenze, perché spesso non sono messe in condizione di approcciarsi nel modo giusto. Bisognerebbe formare le forze dell’ordine, anche se ultimamente si stanno sensibilizzando di più alla materia. È di vitale importanza formarli, come accade per gli operatori sanitari, cosa che è stata fatta in Umbria. Perché in questo modo quando si trovano di fronte a casi dubbi, come una donna picchiata che però afferma di essere caduta, possono farle capire l’importanza della denuncia. Sul tema, la questura di Perugia è molto sensibile. Poi c’è la fase del dopo denuncia, le donne dopo una temporanea sistemazione in un centro antiviolenza hanno bisogno di riprendere in mano la propria vita, di reinserirsi nella società. Innanzitutto l’emancipazione passa dal lavoro, facilita il distacco, poi devono trovare una sistemazione adeguata per se e i propri figli e non è sempre facile. Ma la difficoltà maggiore di chi denuncia è di dover ammettere di aver sopportato per anni le violenze. Per fortuna è cambiata la logica: ‘Sopporta, sopporta per i figli’. Anche perché poi chi soffre sono anche i figli che, vivendo in un contesto familiare violento, rischiano di credere che questa sia la normalità. I genitori violenti, come sappiamo, trasmettono ai figli modelli di comportamento violenti».

Le falle nella giustizia?

«I tempi troppo lunghi dei processi. Mi viene in mente il caso della bimba violentata a Torino, in cui l’uomo condannato a 12 anni in primo grado è stato prosciolto per intervenuta prescrizione. Riporto un esempio di un’esperienza professionale, nel 2006 ero parte civile in un processo di violenza sessuale, mi sono dovuta recare quattro volte in Cassazione per evitare la prescrizione. E solo dopo 10 anni dal fatto, il colpevole è finito in carcere. Non è mai stato sottoposto a cautela preventiva».

Lo strumento dell’ammonimento è davvero utile? Di solito gli uomini che uccidono le proprie donne erano stati avvertiti.

«È uno strumento utile e importante che il questore utilizza. Alcune donne che ho difeso mi hanno detto che a loro è stato chiesto, ma non basta, vogliono una tutela piena. L’ammonimento è utile in base al soggetto, se non ha compiuto reati. Altrimenti la sua valenza è nulla. Ad esempio può essere utile per quei soggetti che tendono ad osservare insistentemente una donna, che hanno problemi a relazionarsi con il sesso femminile, perché invaghiti, ma in realtà sono innocui. La maggior parte dei femminicidi purtroppo sono annunciati».

Com’è possibile che in Italia se un uomo uccide la propria donna può ricevere la sua eredità e la politica non sia mai intervenuta in merito e il problema sia stato posto dalla figlia di una vittima?

«Perché la politica sulle questioni etiche latita. Di solito è a discrezione del singolo, sceglie in base alla propria coscienza. Per impedire all’omicida di ereditare qualsiasi cosa da colei che ha ucciso, così come anche per i figli che ammazzano i propri genitori, basterebbe una norma che attualmente non c’è. C’è un vuoto normativo».

E in attesa di questa riforma?

«Nel frattempo si spera che il giudice sia illuminato. Ai giudici è concesso il massimo dei poteri».

Quali sono invece le difficoltà degli avvocati nel difendere una donna che ha subito violenze?

«Il nostro sistema giudiziario è molto garantista nei confronti dell’imputato: deve essere considerato innocente fino alla fine del processo, ha diritto a parlare per ultimo, ha diritto a chiedere riscontri e, soprattutto, allo sconto di pena chiedendo il rito abbreviato. Come è avvenuto nel caso dell’omicidio di Raffaella Presta, a Perugia, in cui sono parte civile e rappresento il Centro pari opportunità. Se il giudice lo ritiene opportuno, l’imputato Rosi può anche scontare meno di 30 anni in carcere. Nei casi di femminicidio non dovrebbe essere concesso il rito abbreviato, ma solo per reati minori. E poi si fanno sempre i processi alle vittime, com’è successo alla collega e vittima Raffaella».

@Ros812007

About Rosaria Parrilla

Check Also

Raccolta fondi per aiutare Carmelo, in lotta contro un tumore raro

Carmelo Domenico Greco è un ragazzo siciliano, come molti suoi coetanei coltiva diverse passioni; la …

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi