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Magistratura, la verità sull’ultracasta

Nel 2009 fu pubblicato un libro dal titolo “Magistrati. L’ultracasta”, di Stefano Livadiotti per Giunti editore, riferito alla magistratura, ritenendo la stessa non solo una casta come aveva definito in un libro di poco precedente Gian Antonio Stella la classe politica, ma addirittura un’ultracasta.
Il libro fu accolto con molta indignazione da una parte della magistratura sia perché non diceva cose esatte sia perché allontanava ancora di più i cittadini dalla magistratura.
I giudici quasi sempre fanno fatica a rapportarsi con i cittadini, ma non per un senso di appartenenza ad una casta, spesso i motivi sono altri.
In uno Stato intriso di corruzione e nepotismo come quello italiano molti hanno timore che una loro vicinanza a qualcuno possa essere male interpretata, specie al sud dove vivono sodalizi criminali e non sai mai con chi hai a che fare. Il timore di sbagliare, di incontrare persone sbagliate li fa chiudere alla vita sociale. Vi sono luoghi dove vivono e si ritrovano solo fra magistrati, escono fra di loro, si relazionano fra di loro, si sposano fra di loro, costretti a stare chiusi in una specie di castello della bella addormentata. Il timore può venire scambiato per snobismo, la rigidità per altezzosità. Spesso, invece, è una vita solitaria e piena di sacrifici.
Ne testimonia la giudice Marina Cirese nel libro che ho recensito la settimana scorsa sulla condizione della donna intitolato “Quegli insostenibili ideali”, edizione Aracne. La dottoressa Cirese mette l’accento su questa solitudine sociale oltre che sulle difficoltà oggettive di esercitare una professione difficile con mezzi tanto limitati.
Già! Questo è il punto che vorrei fare capire: i privilegiati secondo molti non lo sono affatto. Purtroppo mi scontro con l’ignoranza dei molti che mi dicono cose che non so dove possano aver sentito, di certo ho capito che intorno la magistratura vi sono favole che non ritengo sia giusto mantenere, perché in una democrazia i cittadini devono sapere esattamente come funziona la gestione del potere, non favoleggiarci sopra.
Innanzi tutto noi viviamo con uno stipendio onnicomprensivo che non viene integrato da straordinari, festivi o altro. Eppure abbiamo turni di lavoro festivi, domenicali, ma ciò non rileva ai fini stipendiali. Si dirà che lo stipendio è già alto. Comunque non vi sono altri bonus. Non abbiamo sconti sui trasporti, come qualcuno pensa, convinto che scorrazziamo per l’Italia gratuitamente. Nemmeno abbiamo auto blu e autista, al massimo la scorta per coloro che sono in reale pericolo in conseguenza delle indagini o del lavoro svolto.
Mi sono sentita dire che la casa ci viene data dallo Stato. Anche questo non esiste, la casa ce la cerchiamo noi e la paghiamo noi. Molti giovani al primo stipendio devono andare a vivere lontano da casa, al sud o al nord, dove devono avere una casa, arredarla e vivere. Inoltre devono anche tornare a casa ogni tanto. Significa che lo stipendio va via per restare in sede a lavorare. Sì perché lo stipendio tanto alto inizia dopo venti anni di carriera, non prima, e poi non è così alto, rispetto ad un direttore d’azienda, ad un manager, a molti rappresentanti o professionisti.
Tanto è vero che ad un certo punto della nostra storia, circa dieci anni fa, la Cassazione era composta solo da romani, cioè colleghi che avevano casa a Roma o nel Lazio, perché per un collega grande che ha famiglia, figli e la mantiene, farsi una casa a Roma per poter lavorare in Cassazione era oneroso, al limite del non poterselo permettere.
Ma spiegare ai cittadini che siamo normali impiegati statali con molti vincoli alla propria libertà e molti oneri senza benefit di straordinario pare una vergogna. Invece ritengo corretto che i cittadini sappiano che noi lavoriamo, viviamo del nostro lavoro, all’inizio anche con difficoltà, senza case, auto, treni o altro regalati dallo Stato. Nemmeno i libri per lavorare ci passano, ce li compriamo noi! Tutto ciò non per lamentarci, ma per una dovuta informazione ai cittadini che dovrebbero sapere cosa guadagnano i pubblici dipendenti.

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