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Mobbing o straining, le azioni ostili sul posto di lavoro si pagano

Con l’ordinanza n. 3977 del 19 febbraio 2018 la Corte di Cassazione ha stabilito la risarcibilità “delle azioni ostili o discriminatorie di datore o colleghi che danneggiano il lavoratore, anche se sporadiche e non continuative” che non si configurano come mobbing, bensì come “straining”.

Già nel 2013 la Cassazione con la sentenza n. 28603, aveva evidenziato i comportamenti subìti da un dipendente di banca, «messo all’angolo» fino a essere relegato a lavorare in uno «sgabuzzino, spoglio e sporco», con «mansioni dequalificanti» e «meramente esecutive e ripetitive» (comportamenti complessivamente ritenuti idonei a dequalificarne la professionalità). La fattispecie in esame fu, quindi, associata allo “straining”, ossia una sorta di mobbing attenuato.

Il caso sottoposto all’esame della Cassazione qualche giorno fa, invece ha visto come protagonista l’impiegata di una scuola di Brescia, che ha agito in giudizio nei confronti del Ministero dell’Istruzione. La donna ha chiesto il risarcimento dei danni subìti a seguito di alcune condotte vessatorie da parte del dirigente scolastico. Tutto avrebbe avuto inizio quando avrebbe rappresentato al dirigente scolastico la necessità di ulteriore personale per adempiere a tutte le pratiche amministrative che le venivano assegnate. “Il capo”, però, avrebbe reagito sottraendole tutti gli strumenti di lavoro, dichiarandola inidonea all’insegnamento ed assegnandola alla segreteria scolastica.

Dapprima il Tribunale di Brescia aveva accolto parzialmente la domanda di risarcimento dell’impiegata e, successivamente, la Corte d’Appello di Brescia aveva rigettato l’appello proposto dal Ministero, sostenendo che le condotte poste in essere dal dirigente scolastico costituissero un’ipotesi di straining, ossia uno stress forzato ed inflitto alla vittima dal superiore gerarchico. Avverso la sentenza della Corte d’Appello, il Ministero aveva fatto, quindi, ricorso in Cassazione evidenziando come lo straining non costituisse, allora, una categoria giuridica, ma semplicemente un fenomeno controverso anche all’interno della medicina legale.

Il Supremo Collegio, con la sentenza del 19 febbraio 2018, ha, invece, negato che il giudice di merito avesse errato nell’utilizzare la nozione di straining anziché quella di mobbing, «perché lo straining altro non è se non “una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie” azioni che, peraltro, ove si rivelino produttive di danno all’integrità psico-fisica del lavoratore, giustificano la pretesa risarcitoria fondata sull’art. 2087 c. c.».
La Corte ha anche chiarito che le nozioni di mobbing e straining sono da afferirsi all’ambiente medico-legale e che non hanno autonoma rilevanza ai fini giuridici, ma identificano comportamenti che contravvengono le norme di tutela delle condizioni e della salute negli ambienti di lavoro.

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