Home / News / Attualita / “Non è colpa mia”, quando il carnefice vuole passare per vittima

“Non è colpa mia”, quando il carnefice vuole passare per vittima

“Non è colpa mia”. Questa frase è ripetuta da chi è stato condannato come carnefice, ma si sente ancora vittima. Perseguitato e costretto a difendersi da quella che è, nella realtà. la vittima. Vanna Ugolini, giornalista, e Lucia Magionami, psicologa, hanno lavorato insieme per “capire cosa passa nella mente e nel cuore degli uomini che hanno ucciso le loro donne, per tentare di riconnettere esperienze di femminicidi alla realtà dei fatti ma, anche, al contesto culturale e al percorso psicologico che porta uomini normali a diventare assassini e a non assumersene, però, nel profondo, la responsabilità”. Abbiamo intervistato Lucia Magionami per parlare del libro, ma anche per capire i meccanismi psicologici, culturali e sociali che portano al femminicidio.


“Non è colpa mia, voci di uomini che uccidono le donne” di Lucia Magionami e Vanna Ugolini (Morlacchi editore) è un libro che non tratta solo del femminicidio?

«Il libro, affronta la complessità del fenomeno della violenza domestica, non solo dunque il femminicidio per quanto la prima parte affronti proprio tre casi di femminicidio. Al lettore è offerta la trascrizione fedele delle interviste dettagliate eseguite da Vanna Ugolini. Da queste affioreranno i meccanismi manipolatori e autorappresentativi degli assassini, consci del rapporto che è stabilito con la giornalista anche in vista della lettura da parte di un pubblico vasto, fuori delle mura del carcere e delle aule di giustizia. Alla seconda parte è affidata la trattazione scientifica psicologica della violenza domestica e della sua estrema irrisolubile manifestazione, il femminicidio. Si comprenderà bene anche che gli autori di violenza non sono affatto persone malate, ma sono personalità attorcigliate in meccanismi dentro un labirinto di difficoltà comportamentali, relazionali, disfunzionali. Inoltre sono persone con una incapacità di introspezione, di assunzione di responsabilità, di compassione e di autocoscienza. Si mostrerà come in definitiva, il tentativo di comprensione dei meccanismi, nell’ottica scientifico-descrittiva non permette di accogliere la giustificazione della violenza. Essa è e rimane una scelta, esercitata in perfetta coscienza da chi la esercita. Una scelta che può non essere compiuta, in vista di comportamenti appropriati, a preservare l’integrità e la libertà della vittima, ma anche dell’aggressore».
Come nasce l’idea di questo libro?

«L’idea fondante del libro è che una lettura approfondita del problema dovesse passare opportunamente attraverso la raccolta delle parole degli uomini che esercitano violenza. Un tassello questo, importantissimo per chi abbia intenzione di capire la questione per trarre elementi utili al suo trattamento nei soggetti che pur esercitando violenza intrafamiliare hanno ancora la possibilità di rivedersi. Perciò quando Vanna ha avanzato l’idea di intervistare i femminicidi, è risultato del tutto naturale lavorare a questo progetto. Siamo partiti dalle interviste fatte in carcere a tre uomini autori di femminicidio, col supporto di Massimo Pici e Marco Lalli. Si è analizzato successivamente il fenomeno inquadrandolo nelle dinamiche della violenza domestica e nel ciclo della violenza per tratteggiare come una storia d’amore si possa trasformare in una storia di morte. Abbiamo fatto ciò senza però “mostrificazione” mai dell’assassinio, per non cadere nel facile e rassicurante stereotipo del mostro diverso dall’uomo normale. Via, questa, comoda e utile a placare la nostra ansia spostando lontano da noi la “bestia”, ben sapendo, invece, che gli uomini che agiscono con violenza, vivono accanto alle loro compagne dentro le mura domestiche e sono normali».
Tre uomini, tre assassini. Cosa accomuna queste storie e in cosa sono differenti?

«Le interviste raccolte da Vanna Ugolini riguardano tre tipologie di uomini diversi, sia per età che per formazione culturale; già questo dato mostra come la violenza sia trasversale e induca a pensare che non esiste un quadro omologabile utile a identificare/prevedere a prima vista l’uomo che agisce con violenza; esso invece si manifesterà lungo il tempo della relazione attraverso piccole variazioni comportamentali che porteranno progressivamente all’isolamento della compagna, in un breve arco di tempo. Le dinamiche di isolamento e di persecuzione sono descritte nella seconda parte del libro. Queste tre storie sono accomunate dai meccanismi di difesa e di manipolazione messi in atto dagli assassini. Ogni uomo racconta una realtà aggiustata, riscritta. La sua storia ripercorsa è carica di ingiustizie vissute, di incomprensioni e di difficoltà emotive che sfociano in un paradosso-rivolgimento delle responsabilità. L’atto estremo e irreparabile sarà citato senza troppa attenzione descrittiva, dopo il racconto, questo sì ricco e marcato, dei comportamenti aggressivi o riprovevoli subìti. L’assassino diviene vittima della sua vittima».


Mi tradiva, mi ha lasciato, non mi capiva, etc., quali sono le giustificazioni che danno gli assassini?

«Le giustificazione che emergono dai racconti del femminicidio sono molteplici spesso legate a fattori esterni come il lavoro, i problemi economici fino addirittura ad attribuire la colpa alla compagna che agiva oppressioni contro di loro. Il comune denominatore è l’estraneità delle sollecitazioni. Esse arrivano sempre dall’esterno e sono soverchianti. Contro di esse, l’assassino non è stato capace di fare fronte. L’unica colpa ammessa è l’incapacità di resistere».
Perché uccidono? Quali sono i meccanismi della violenza?

«Quando si tenta di spiegare rapidamente e comprensibilmente il perché un uomo giunga a uccidere la propria compagna o la ex compagna, si inciampa in un errore tipico. Ci si muove cercando di soddisfare la nostra necessità di verità risolutive, sintetiche e incontrovertibili (ciò rassicura e permette il controllo del sentimento di terrore di fronte alla morte violenta) attraverso la descrizione dell’accadimento, delle sue dinamiche e del suo panorama di collocazione, col filtro del nostro giudizio morale (legittimo, ma deformante, in un’ottica scientifica). Così facendo ogni descrizione può essere utilizzata come definitiva sentenza o come giustificazione deresponsabilizzante da parte dell’assassino. È il classico inganno delle affermazioni popolari come “l’amava troppo, non poteva farne a meno”, oppure “Non ce l’ha fatta a sentirsi rifiutato”, o anche “Lei lo tradiva”. Accettando descrizioni simili si può giungere a condannare e ad assolvere al tempo stesso, si può offuscare il danno irreparabile della morte ed esaltare perfino nel sentire comune la legittimità della vendetta. E si rimane al grado descrittivo del fenomeno senza intaccare le dinamiche profonde che muovono l’assassino. Qui, fin troppo rapidamente, si possono evidenziare almeno tre fattori certi: l’incapacità maturata dall’individuo nel tempo a confrontarsi con il dolore e le frustrazioni; l’incapacità dei soggetti di esigere da se stessi una ricollocazione (dopo la perdita) in vista di nuovi orizzonti esistenziali e nuove relazioni affettive; l’analfabetismo affettivo dei soggetti e la loro incapacità di esprimere le emozioni. Queste condizioni favorenti il femminicidio, ci dovrebbero far immediatamente pensare alla forza culturale di cui disponiamo collettivamente. Ci dovrebbe responsabilizzare verso il futuro dei ragazzi».
Questi uomini sono cambiati in carcere?

«Dalla lettura delle interviste si evidenzia che questi uomini non sono affatto cambiati durante il periodo di carcerazione. La sanzione restrittiva non rappresenta nessun cambiamento e autoanalisi dell’assassinio. Essi continuano a raccontare, raccontarsi una storia diversa, non reale, ma piena di giustificazioni e di attribuzioni di colpa a fattori esterni e perfino alla vittima. Perciò è vitale per tutti noi coltivare un cambiamento radicale del comportamento di questi autori di femminicidio; questo può passare solo da un lavoro psicoterapeutico che li faccia entrare in contatto con quelle parti di sé in questo momento lontane dal loro sentire».
Retaggi culturali da cambiare, educazione al maschilismo, quali sono gli elementi sui quali può intervenire la società?

«La società può intervenire a vari livelli, sicuramente dando spazio alla verbalizzazione dei sentimenti, ad una educazione “tra persone” e non “tra generi”. È indispensabile cercare di raccontare la realtà che ci circonda con le giuste parole e i termini adeguati imparando a usare in primis un linguaggio non violento che smascheri la necessità di proteggersi dall’altro, dal diverso da noi. La diversità, il rispetto, l’ascolto sono preziosità che ci fanno crescere in un modo migliore. È vitale per la nostra società coltivare nei bambini la compassione, l’empatia, la condivisione, la mutua assistenza, in tutte le forme. Perché più siamo isolati, più il rapporto col resto diviene conflittuale/funzionale e il nostro vicino, la nostra compagna divengono al tempo stesso nemici da temere e oggetti da usare. Entro questo codice, chi ci è nemico va distrutto, chi non ci è più utile va soppresso. Questo è il baratro che deve essere scongiurato».
Questo libro guarda anche alle vittime? Se sì, ci sono elementi che le accomunano?

«Si cerca di guardare il fenomeno in modo più completo possibile perciò nella parte del testo dove analizzo le dinamiche disfunzionali che portano al femminicidio parlo anche di ciò che provano le vittime in una relazione maltrattante e di cosa le trattenga legate a quell’uomo così pericoloso, senza percepire il pericolo estremo della morte. Infatti descrivo la storia d’amore, quell’amore romantico che piano piano si trasforma in gabbia soffocante che impedisce di vedere la realtà così come è spingendo invece a leggerla con gli occhi del sopraffattore».
Il femminicidio è un crimine che ha avuto un’escalation o che è solo emerso grazie ai media e al cambiamento?

«Il femminicidio è un fenomeno antico, fa parte di una cultura arcaica e maschilista. Certamente in questo ultimo periodo con i cambiamenti giudici, culturali in atto se ne parla di più e in modo diverso, basti pensare che fino pochi anni fa trovava attenuanti corpose nel nostro codice penale attraverso la definizione di delitto d’onore. Le cose sono molto cambiate da allora e di passi se ne sono fatti tanti. Il delitto d’onore non esiste più, il diritto di famiglia ha modificato molte cose, lo Stato dispone di finanziamenti per l’assistenza alle donne soggette a maltrattamenti attraverso i centri di antiviolenza. Tra queste conquiste c’è anche l’istituzione di punti d’ascolto per uomini che agiscono violenza, compresa Perugia che ne ha uno dal 2015 gestito dall’associazione Libertas Margot di cui noi facciamo parte. La rete deve arricchirsi di strumenti d’azione concreta, ma essenziale è l’azione combinata di istituzioni, volontariato, stampa, scuola, per consolidare le conquiste culturali e arricchire l’humus culturale della interazione di genere su basi paritarie e non violente».

 

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Check Also

Dal Corpo Forestale ai Vigili del fuoco senza specializzazione, decreto bocciato dal Tar

Un altro colpo alla soppressione del Corpo forestale dello Stato. È quello messo a segno …

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi