Gli avvisi di addebito Inps (c.d. a.v.a.), così come le cartelle di pagamento (c.d. cartelle esattoriali) di Equitalia, ora di Agenzia delle Entrate – Riscossione, qualora siano notificati a mezzo posta elettronica certificata ai contribuenti, sono sempre validi?

Oppure c’è un requisito di forma da rispettare?
La risposta alle predette domande, va da sé, potrebbe avere effetti molto importanti per migliaia di contribuenti. Vediamo allora cosa prevede la legge.
Anzitutto, ai sensi del D.L. n. 78/2010, conv. in L. n. 122/2010, per i crediti vantati dall’Inps dal’1.1.2011 (anche relativi a contributi per anni precedenti, ma accertati da tale data in poi), non è più consentita la riscossione a mezzo ruolo, essendo stato istituito il c.d. “avviso di addebito”, titolo esecutivo stragiudiziale, formato dallo stesso Inps, seguito poi, in caso di inerzia del debitore, dall’espropriazione forzata eseguita tramite il di lei “braccio armato”, l’agente riscossore (prima Equitalia, ora Agenzia delle Entrate-Riscossione).

Orbene, l’art. 30 della norma in commento, al proprio comma IV dispone che “L’avviso di addebito è notificato in via prioritaria tramite posta elettronica certificata all’’ndirizzo risultante dagli elenchi previsti dalla legge […]” altresì precisando, al proprio comma 1, che “[…] L’avviso deve essere sottoscritto, anche mediante firma elettronica, dal responsabile dell’ufficio che ha emesso l’atto […]”.

Tanto premesso, mancando ulteriori precisazioni dal tenore della norma, occorre soffermarsi su cosa si intenda, ai sensi di legge, per “notificazione tramite posta elettronica certificata”, “per firma”, e soprattutto, “per firma elettronica”.

La risposta agli interrogativi di cui sopra trova un chiaro riscontro dall’interpretazione di alcune disposizioni dell’ordinamento tributario e, in particolare, dalle norme dettate in tema di notificazione a mezzo posta elettronica certificata delle cartelle esattoriali, la quale disciplina è senz’altro applicabile per via analogica a quella degli avvisi di addebito, costituendo entrambi, spirato il termine per la loro opposizione, titoli esecutivi di formazione stragiudiziale.

Sul punto, è l’art. 26, comma 2, del d.p.r n. 602/1973, che consente di notificare atti impositivi al contribuente attraverso gli indirizzi di posta elettronica certificata, prevedendo il rispetto delle modalità di cui al d.p.r. 11 febbraio 2005 n. 68; orbene, l’art. 3 di tale d.p.r n. 68/2005 (trasmissione del documento informatico) da correlarsi evidentemente con l’argomento in commento, precisa che sia necessaria la notificazione di un “documento informatico”.

Quindi la notifica dell’avviso di addebito trasmesso a mezzo di posta elettronica certificata, ex art. 26, comma 2, d.p.r. 602/1973, dove l’ente prescelga tale modalità, deve essere effettuata tramite trasmissione di un “documento informatico”.
Ebbene, l’art. 21 del d. lgs. 7 marzo 2005 n. 82 (c.d. Codice della amministrazione digitale) precisa e definisce: “il documento informatico, cui è apposta una firma elettronica […]”; di conseguenza, perché sia documento informatico, occorre l’apposizione della firma elettronica (si veda anche art. 24 del d. lgs. n. 82/2005).
Insomma, un “documento informatico” è quel documento che viene creato direttamente in forma elettronica, e corredato da una firma digitale, che lo attesta quale originale.

“Documento informatico” è, quindi, un originale.

Differente, invece, il concetto di “copia informatica” che, ai sensi dell’art. 22 del d. lgs. n. 82/2005, consiste in quella mera riproduzione informatica di atti originali in forma cartacea e, in quanto copia, soggetta, per avere una qualche efficacia, all’attestazione di conformità (art. 6 D.P.C.M. 13 novembre 2014).
Come precisato però, la normativa stabilisce che si possa parlare di documento informatico solo ed esclusivamente quando lo stesso sia munito di firma digitale, elemento indefettibile che, in forza del disposto di cui al Codice dell’amministrazione digitale, assicura al documento stesso i requisiti di “qualità”, di “sicurezza”, di “integrità” e di “immodificabilità”, caratteristiche non riconducibili ad un file trasmesso quale mero allegato in formato “.pdf”.
Orbene l’orientamento che sta emergendo dalla giurisprudenza è che tali atti impositivi, qualora siano notificati tramite l’invio di un mero allegato in “.pdf” non abbiano alcun valore.

In particolare “con il sistema p.e.c. in realtà non viene inoltrato il documento informatico ma la copia (informatica) del documento cartaceo, ove il documento informatico rappresenta l’originale del documento giuridicamente valido”(C.T.P. di Lecce n. 611 del 25 febbraio 2016) e ancora “dall’esame dei documenti inviati via P.E.C., scrupolosamente analizzati, si conclude che gli stessi siano del tutto carenti di quelle procedure atte a garantirne la genuina paternità, nonché mancanti della firma informatica e/o digitale, e non rispondenti a criteri di univocità ed immodificabilità, per cui non garantiscono il valore di certezza e corrispondenza, peraltro confortato dall’attestazione di conformità, del tutto assente, invece previsti indefettibilmente dalle disposizioni normative sopra richiamate” (C.T.P. Savona, sent. n. 100/2017 e n. 101/2017 entrambe del 10.02.2017).
Ne deriva che, l’ente previdenziale, ex art. 26 D.p.r. n. 602/1973, così come l’agente riscossore, una volta deciso di notificare a mezzo p.e.c., avrebbero dovuto notificare all’asserito contribuente debitore un documento informatico (con firma digitale, quindi avente la forma dell’estensione “.p7m”), non un mero file in “.pdf” scansionato, privo di qualsivoglia firma digitale.
Ciò che spesso accade, invece, è che l’atto impositivo sia notificato a mezzo p.e.c. senza alcun tipo di firma digitale, cioè in semplice formato “.pdf” e non, come richiesto ex lege, in formato “.p7m”; l’ente previdenziale, così come l’agente riscossore insomma, si limitano a scannerizzare l’avviso di addebito e/o la cartella esattoriale, trasformandoli in “.pdf”, ed allegandoli alla p.e.c., con ciò di fatto trasmettendo una mera fotocopia.

Fotocopia che, è bene precisare, nel nostro ordinamento non è considerata una prova documentale in senso stretto, laddove contestata.
Pertanto una notifica effettuata nelle predette modalità è da considerarsi, e la migliore giurisprudenza è concorde, inesistente, con ogni conseguenza di legge; tale metodo è fuori da ogni ipotesi di schema legale, trattandosi non solo di notificazione “nulla”, quanto piuttosto di notificazione “inesistente”, vizio radicale del procedimento, insuscettibile di sanatoria.
La questione ha rilievo, ed è fondante e fondata, poiché in ogni caso il destinatario riceverà solo la copia (informatica) dell’atto, senza nemmeno l’attestazione di conformità apposta da soggetti all’uopo abilitati; essa non potrà assumere alcuna valenza giuridica poichè non garantisce che il documento inoltrato sia identico, in tutto il suo contenuto, al documento originale (In termini: CTP di Lecce n. 611 del 25 febbraio 2016, si vedano anche CTP Avellino n. 556 del 20 giugno 2014 e Cass. sez. Lav. n. 20072 del 07 ottobre 2015).
Tali rilievi, ove opportunamente dedotti dal proprio legale di fiducia, non potranno che portare alla declaratoria di inesistenza e/o nullità dello stesso procedimento notificatorio e, a cascata, dell’inesistenza del diritto stesso dell’ente previdenziale, così come l’agente riscossore, di procedere in executivis nei confronti del contribuente asserito debitore.

Pubblicato da Enrico Esposito

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