Home / Giustizia e diritto / Nuove frontiere giurisprudenziali nell’assegno di divorzio

Nuove frontiere giurisprudenziali nell’assegno di divorzio

Tra gli argomenti più dibattuti in dottrina e giurisprudenza civile e, soprattutto, con ricadute pratiche e concrete vi è senza dubbio l’assegno in sede di separazione e divorzio, il suo ammontare e la sua natura.

Periodicamente di sentenze di primo grado e di appello e, soprattutto, di Cassazione si dice che siano le “sentenze del secolo” o le “sentenze risolutive”, che finalmente risolvono ogni annoso problema al riguardo; la realtà dei fatti è in realtà ben diversa.

L’ultima delle “sentenze risolutive” fu quella dell’11 luglio 2018, n. 18287, secondo la quale l’assegno va calcolato in base a criteri compositi concreti, e che venne salutata come finale e definitiva; la realtà fu ben diversa, tanto che pochi mesi dopo venne smentita e superata, sempre dalla Cassazione, non da un’altra sentenza, ma addirittura da un’ordinanza, la n. 21926 del 2019, seguita poi dall’ordinanza n. 6982/2020, le quali rimescolavano ancora le carte in gioco a proposito dei parametri di riferimento.

A queste ultime pronunce e a nuovo anno iniziato è andata ad aggiungersi l’ulteriore e recente ordinanza n. 22604 del 16 ottobre 2020, destinata, se non ad essere definitiva e risolutiva, quantomeno a far discutere.

Secondo tale pronuncia, difatti, perde il diritto all’assegno divorzile il beneficiario che abbia instaurato una “relazione sentimentale” stabile.

Problema non da poco è quello di dover giudicare, in concreto, non solo della stabilità, ma della stessa natura sentimentale della relazione; essendo i sentimenti un quid di aleatorio per propria natura, si capisce quindi la difficoltà dei giudici, ma anche degli avvocati e degli eventuali assistenti ed operatori sociali nel giudicare o presentare la questione.

Più nello specifico:

1. La Corte di legittimità ha accolto il ricorso di un uomo che aveva chiesto la revoca dell’assegno divorzile previsto a favore della ex moglie, basandosi sulla circostanza che la donna avesse instaurato ormai da diversi anni una relazione stabile con un altro uomo, connotata da “periodi più o meno lunghi di piena ed effettiva convivenza”. Durante l’istruttoria era altresì stato provato che la donna aveva assunto con il nuovo compagno anche “impegni reciproci di assistenza morale e materiale”.

Al di là del clamore mediatico della pronuncia, essa si inserisce in un consolidato orientamento giurisprudenziale, sostenuto anche da buona parte della dottrina e fondato su un’interpretazione estensiva dell’articolo 5 comma 10 legge n. 898/1970.

La legge sul divorzio, all’articolo citato, stabilisce infatti che “l’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze”. Nel corso degli anni la Cassazione ha ritenuto che anche la convivenza di fatto sia rilevante ai fini dell’eventuale diminuzione o revoca dell’assegno di divorzio, ampliando gradualmente il peso da attribuire alla convivenza medesima: si è passati così dal prendere in considerazione la convivenza more uxorio solo nei casi in cui vi fosse la prova che dalla stessa derivasse un vantaggio economico, anche indiretto, per il beneficiario dell’assegno di divorzio, alla valorizzazione di tale convivenza, purché stabile e continuativa, a prescindere dal profilo economico. Si è così giunti all’orientamento per cui l’instaurazione di una stabile convivenza da parte dell’ex coniuge beneficiario determina di per sé il venir meno di ogni presupposto di riconoscibilità dell’assegno divorzile.

2. L’ordinanza, per certi versi, sembrerebbe essere andata oltre l’orientamento consolidato, abbandonando il concetto di “convivenza stabile” – inizialmente ritenuto equiparabile alle “nuove nozze” – per sostituirlo con quello di “relazione affettiva” o “relazione sentimentale”. Il condizionale è d’obbligo, in quanto il caso preso in esame è piuttosto particolare: se è vero che la Corte ha attribuito rilievo alla stabile “relazione affettiva”, è altrettanto vero che nel caso concreto erano emersi elementi tali da poter quasi assimilare quel legame sentimentale protratto per anni a una convivenza more uxorio, tanto che la Corte fa riferimento ai “periodi più o meno lunghi di piena ed effettiva convivenza” e agli “impegni reciproci di assistenza morale e materiale” scambiati dalla donna col nuovo compagno.

Non è possibile pertanto, sulla base di questa ordinanza, affermare che la Cassazione abbia voluto equiparare in linea generale, ai fini della perdita del diritto all’assegno divorzile, convivenze di fatto e relazioni affettive stabili.

3. Il caso ha però fatto discutere, se non altro perché la Cassazione ha usato una terminologia diversa rispetto a quella impiegata in altre pronunce in materia. Nel dubbio di che cosa abbia effettivamente voluto intendere la Cassazione, ci si è chiesti se sia giusto far venir meno il contributo economico previsto dalla legge n. 898/1970 per motivi che esulano da quelli indicati nella legge stessa, che si riferisce esclusivamente alle “nuove nozze”. Non solo: il termine a cui sembrerebbe aver dato rilievo la Cassazione suscita diversi interrogativi in ordine all’applicazione pratica. Mentre la “convivenza” si può desumere da elementi oggettivi – vivere sotto lo stesso tetto -, la “relazione affettiva” non è invece suscettibile di obiettive individuazioni, nel senso che è estremamente difficile, in concreto, poter stabilire quando una relazione possa dirsi “affettiva”, e fra le relazioni affettive quali possano dirsi rilevanti ai fini del venir meno dell’assegno divorzile. Dalla pronuncia della Cassazione non è nemmeno chiaro quando una relazione affettiva possa dirsi anche “stabile” e da quando debba considerarsi instaurata.

In una categoria così ampia, in assenza di ulteriori specificazioni, ben potrebbero essere ricomprese le relazioni amicali – l’affetto è un sentimento che unisce pure gli amici -, con la conseguenza che la mera frequentazione stabile di un amico potrebbe determinare la revoca dell’assegno di divorzio, con gravi conseguenze sul piano personale per il beneficiario, privato di una fonte di sostentamento talora necessaria. Lo stesso potrebbe aversi nel caso in cui si inizi a frequentare una persona, e poi la relazione si esaurisca in pochi mesi.

4. È evidente allora che l’interpretazione dell’articolo 5 legge n. 898/1970 non può estendersi fino a ritenere equiparabile alla “nuove nozze” situazioni non suscettibili di una valutazione obiettiva, come nel caso appunto di una “relazione affettiva”. L’assegno divorzile assolve a una funzione assistenziale, perequativa e compensativa, nel rispetto del principio costituzionale di solidarietà nei rapporti fra i consociati, e a maggior ragione nei rapporti di coloro che sono stati legati ‒ per un periodo più o meno lungo ‒ dal vincolo matrimoniale.

In ragione della sua natura, quell’assegno periodico non è volto a garantire l’autosufficienza economica al coniuge che ne fruisce, bensì a consentire a quest’ultimo, come già illustrato da altri provvedimenti della Cassazione, “il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate”. La ratio della decadenza dell’assegno divorzile in caso di “nuove nozze” del beneficiario sta nel fatto che col nuovo matrimonio viene meno la funzione assistenziale dell’assegno divorzile, in quanto i doveri di solidarietà morale ed economica vengono assunti dal nuovo coniuge. Non avviene lo stesso nella “relazione affettiva” senza convivenza delle parti.

5. L’ordinanza in esame ha dato spunto per rilanciare gli “accordi prematrimoniali”, da taluni riproposti come efficaci soluzioni per prevenire contrasti in caso di crisi matrimoniale e garantire serenità ai nubendi. Fra le ultime proposte di legge presentate in materia vi è  la n. 244 del 23 marzo 2018 (prima firmataria l’onorevole Morani), che si propone di “rafforzare e rilanciare l’istituto del matrimonio e di favorire l’accesso allo stesso con la giusta meditazione e serietà”, attraverso la previsione di accordi che i futuri sposi, prima del matrimonio, potrebbero stipulare per atto pubblico davanti al notaio o mediante convenzione di negoziazione assistita per mezzo di uno o più avvocati.

Con l’introduzione di questi accordi più che “rilanciare” l’istituto del matrimonio si finirebbe col privarlo ulteriormente di rilevanza: non è certo riducendolo a un qualsiasi contratto commerciale, con tanto di clausole e sanzioni in caso di inadempimento, che si potrà rafforzare l’istituto matrimoniale; l’obiettivo da porsi sarebbe se mai che coloro che hanno deciso di sposarsi siano coscienti delle responsabilità che assumono reciprocamente con lo scambio del consenso matrimoniale, senza riserve.

Tali patti non sarebbero affatto una soluzione al problema del matrimonio e dell’idea stessa di famiglia, da tempo in crisi soprattutto per le conflittualità che si sono registrate in questi ultimi decenni al riguardo, e che vedono peraltro nella forte presenza dei padri separati un elemento di criticità.

I patti prematrimoniali, lungi dal favorire la “meditazione” e la “serietà”, alimentano la cultura del sospetto e la convinzione che dell’altro è meglio non fidarsi. Ma se non ci si fida della persona con la quale si è deciso di vivere insieme e magari avere anche dei figli, di chi ci si potrà fidare? E se non si ha fiducia nel prossimo – a cominciare da quello con cui si abita – su quali valori umani si fonderanno le relazioni sociali?

Gli accordi prematrimoniali si porrebbero poi in evidente contraddizione con i matrimoni concordatari, per i quali non si può infatti parlare neppure di scioglimento del matrimonio ma di cessazione degli effetti civili, in ragione della natura sacramentale dell’atto: in questo ambito quegli accordi finirebbero con il determinare incertezza giuridica, dovuta alla nullità del matrimonio secondo quanto previsto dalla disciplina che li riguarda, e conseguenti contenziosi in ambito civile ed ecclesiastico.

Altro aspetto problematico, sempre a proposito di padri separati, è quello relativo al caso concreto sotteso alla sentenza della Cassazione n. 36504/2020, nella quale si è avuta la condanna di un ex marito che vive con la pensione di invalidità e non può quindi far fronte agli obblighi di mantenimento della ex moglie (750 euro); per i supremi giudici, però, lo stato di indigenza è irrilevante ai fini del mancato pagamento, in difetto della prova dell’assoluta incapacità dell’uomo di adempiere ai propri obblighi.

Per quanto la situazione concreta parrebbe far risultare una discrepanza tra i redditi dichiarati in sede di separazione e quelli dichiarati al fisco, tale principio pare assai discutibile, e tale pronuncia pare non risolversi verso un’aspirazione di giustizia sostanziale e concreta.

Infine, la Suprema Corte di Cassazione è intervenuta a proposito del quesito su come agire nel caso in cui il coniuge beneficiario dell’assegno avvii una relazione more uxorio con altro partner: l’assegno divorzile sarebbe ancora dovuto dal coniuge obbligato?

Secondo un recente orientamento (Cass. 3 aprile 2015, n. 6855) l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso; tuttavia, in una recentissima ordinanza della I sezione civile della Cassazione del 17 dicembre 2020, n. 28995, si evidenzia un ripensamento dell’indicato orientamento, promuovendo un completo scrutinio del canone dell’auto-responsabilità.

Nel dare disciplina agli aspetti economico patrimoniali che seguono alla pronuncia di divorzio, il principio di auto-responsabilità opera non soltanto per il futuro, chiamando gli ex coniugi che costituiscono con altri una stabile convivenza scelte consapevoli di vita e assunzione di responsabilità anche a detrimento di pregresse posizioni di vantaggio che con il nuovo stabile assetto di vita si escludono, ma anche per il tempo passato. Pertanto, come ultimo tale il principio di auto-responsabilità deve essere ragionato sul fronte dei presupposti del maturato assegno divorzile laddove in questo venga riconosciuto il carattere composito e individuata la sua funzione compensativa.

Quest’ultima funzione, emancipandosi da un’esclusiva funzione assistenziale segnata dalla necessità per il beneficiario di mantenere il pregresso tenore di vita matrimoniale, resta invece finalizzata a riconoscere all’ex coniuge, economicamente più debole, un livello reddituale adeguato al contributo fornito all’interno della disciolta comunione, nella formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale dell’altro coniuge.

La Corte di Cassazione ridefinendo i parametri di attribuzione dell’assegno divorzile si fa portatrice di una peculiare declinazione del principio dell’auto-responsabilità che esalta la componente perequativo compensativa dell’assegno di divorzio; il principio di auto-responsabilità così declinato, compendiato nelle motivazioni della sentenza delle sezioni unite n. 18287 del 2018 a cui si è richiamata tale sede, non può quindi escludere, per intero, il diritto all’assegno di divorzio laddove il beneficiario abbia instaurato una stabile convivenza di fatto con un terzo, ma, deve essere valutato secondo una differente declinazione, più vicina alle ragioni della concreta fattispecie, in cui si combinano la creazione di nuovi modelli di vita con la conservazione di pregresse posizioni, in quanto, entrambi, esito di consapevoli ed autonome scelte della persona. La questione, tuttavia, è stata rimessa alle Sezioni Unite.

Per concludere questo breve e certo non esaustivo lavoro, avente ad oggetto del resto una materia tutta in divenire a causa della fluidità della famiglia e della società, le quali da tempo non sono più salde e organiche, si segnala un’interessante pronuncia della Cassazione sul tema dell’alienazione parentale (leggi anche qui e questo link): per i giudici della Suprema Corte, quando è provato che una madre ostacoli il rapporto tra padre e figlio, il giudice deve dichiarare la sua decadenza per lesione del diritto alla bigenitorialità.

Si evince ciò dall’ordinanza n. 28723/2020 della Corte di Cassazione, la quale, accogliendo i motivi principali del ricorso di un padre, ribadisce l’importanza della tutela del diritto dei minori alla bigenitorialità, richiamando anche alcune importanti pronunce della CEDU in materia. Con tale pronuncia la Cassazione ribalta la decisione della Corte d’Appello, che aveva rigettato il reclamo di un padre nei confronti del decreto con cui il Tribunale dei Minori aveva rigettato la sua richiesta di decadenza della madre dalla responsabilità genitoriale del figlio minore e di allontanamento di quest’ultimo dall’abitazione materna.

La Corte ha rilevato come la censura del padre si incentri sulla violazione del “principio della bigenitorialità, cioè del diritto del bambino di avere un rapporto tendenzialmente equilibrato ed armonioso con entrambi i genitori e, quindi, anche con il padre, ai fini dell’esercizio condiviso della responsabilità genitoriale.” Principio che in molte occasioni la stessa Cassazione ha affermato definendolo “quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione.”.

Questo è senza dubbio un passo importante per garantire appieno il diritto alla bigenitorialità e per affermare i diritti dei padri separati come anche la dignità, ai fini di prevenzione e contrasto, della sindrome da alienazione genitoriale.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

Check Also

Famiglia e mantenimento, alcune novità di legge

Come ribadito più volte in numerosi articoli, nulla è più mobile del tema e del …

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi