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L’odio e il bullismo corrono in rete, il Far web secondo Matteo Grandi

Il lato oscuro del web è sotto gli occhi di tutti e, almeno una volta, a molti è capitato di imbattercisi e di rimanerne invischiato. L’odio, le bufale, il cyberbullismo, basta un nulla per far divampare un incendio impossibile da domare. Matteo Grandi, giornalista, esperto di social e autore tv, ha messo su carta i meccanismi perversi del web senza cultura, preparazione e, almeno un pizzico, di umanità. “Far web. Odio, bufale, bullismo, il lato oscuro dei social”, edito da Rizzoli, cerca di far luce su questo mondo virtuale con tanti risvolti nel reale.

“Far Web. Odio, bufale bullismo: il lato oscuro dei social”, come nasce questo libro?

«Nasce dall’osservazione del contesto. Dall’occhio di un amante del web e dei social network, stanco di osservare due fenomeni: il dilagare de discorso d’odio in rete, peraltro quasi sempre accompagnato da una pericolosa percezione di impunità, e da come questi temi venissero affrontati in maniera assolutamente superficiale nel dibattito mainstream. Giornali e tv in questo senso non hanno reso un buon servizio alla causa, trattandola spesso senza competenze, con un approccio sensazionalistico e magari coinvolgendo nel dibattito personaggi improbabili e assolutamente impreparati sul tema. Da queste due constatazioni ho sentito una sorta di urgenza e di necessità: quella di affrontare senza pregiudizi, ma con un approccio rigoroso, un tema così attuale e spinoso».

Odiatori seriali, bufale, bullismo, è un problema di mezzo o di persone?

«Se devo dare una risposta secca, è fin troppo semplice: è un problema di persone. Internet non odia, non offende e non prova sentimenti. Il web semmai è una lente d’ingrandimento, è una spia che ci rivela un degrado e una barbarie inquietanti. Paradossalmente dovremmo essere grati alla rete per aver scoperchiato questo vaso di Pandora. Dopodiché, bisogna anche rendersi conto che il mezzo – unito alla mancanza di cultura digitale – in un certo senso favorisce questo approccio. La gente oggi ha l’illusione di avere i bersagli del proprio odio (politici, tifosi avversari, nemici varii) a portata di clic. E questo incoraggia il proposito di chi fino a ieri le proprie frustrazioni poteva sfogarle soltanto urlando contro la tv dentro le mura di casa, e ora ha l’opportunità di gridare il proprio odio sui profili social dei propri bersagli. Un’occasione irripetibile, da un certo punto di vista. Senza contare chi, per ideologia, repressione, rabbia, semplice maleducazione o esibizionismo, attraverso i social istiga all’odio e vomita insulti contro categorie “deboli” come disabili, omosessuali, extracomunitari; e per tacere del trattamento che spesso è riservato alle donne. Da questo punto di vista però la vera incidenza non è “colpa” del mezzo, ma dell’analfabetismo digitale. La maggior parte delle persone non comprende appieno le regole del contesto in cui si muove quando si trova online, non comprende che quello che si scrive in rete ha delle conseguenze, sempre. E soprattutto non comprende che virtuale e reale non sono due mondi paralleli, ma sono la stessa identica cosa».

L’hater è un professionista o potrebbe essere il vicino di casa che si trasforma davanti al monitor?

«L’hater può essere chiunque. Un professionista, così come il vicino della porta accanto. In fondo esiste una domanda filosofica e antropologica a fare da filo conduttore, alla quale è difficilissimo dare una risposta. Questa assenza di filtri, l’idea malsana che il monitor ci protegga e ci conceda una sorta di immunità rispetto alle sparate che facciamo in rete, il fatto che i social network siano diventati la nostra valvola di sfogo prediletta rende più semplice indossare una maschera o rende più facile esporsi senza filtri quando si è online? In sintesi è in rete che viene fuori la parte più vera di noi? Di sicuro spesso viene fuori la parte peggiore. Perché internet, pur essendo un medium “freddo”, è un tale aggregatore di informazioni ed emozioni in tempo reale da coinvolgere la nostra parte più emotiva, quella che non riflette prima di reagire. Ed ecco che, sorprendentemente, questa domanda ha anche una terza risposta: l’hater può essere un professionista, un vicino di casa, ma potremmo essere noi stessi. Per questo dobbiamo imparare a gestire non solo i nostri impulsi ma anche un approccio corretto con i social. Perché in questa guerra dell’odio siamo tutti al tempo stesso potenziali vittime e potenziali carnefici».

C’è un giro di soldi dietro odiatori e bufale?

«Assolutamente sì. Le pagine che aggregano odio, così come quelle che campano di bufale, hanno un solo scopo: i like. Perché i like, attraverso il meccanismo degli algoritmi, portano soldi. Se si riuscisse a intervenire sull’algoritmo, impedendo di far arrivare i soldi dell’advertsing su certe pagine, si potrebbe vincere in pezzo di battaglia».

Nel libro dedichi anche spazio al cyberbullismo, sta diventando un fenomeno più grave del bullismo?

«Il cyberbullsimo è un fenomeno pericoloso, soprattutto rispetto agli adolescenti, per la sua incidenza. Non lo dico io, lo dicono le statistiche. Nonostante oggi i fenomeni di bullismo tradizionale a scuola siano tuttora più numerosi di quelli di cyberbullismo, questi ultimi sono più pericolosi. Tanto che le vittime di cyberbullismo che hanno pensato o tentato il suicidio sono percentualmente superiori rispetto a quel del bullismo tradizionale».

Le bufale, dove nascono e come è possibile che anche utenti preparati abbocchino?

«Sgomberiamo il campo da un equivoco di fondo: le bufale nascono ovunque. Anche dalla stampa tradizionale e dai media mainstream. Questo per mettere le cose nella giusta prospettiva evitando di criminalizzare il web o di assecondare una falsa narrazione che vorrebbe le bufale come una prerogativa della rete. Sorvolando sulla manipolazione dell’informazione vera e propria, esiste comunque una quantità indicibile di bufale che percorre i canali dell’informazione tradizionale, ultima in ordine cronologico la storia dell’anziana che aveva lasciato un’eredità di 3 milioni a Berlusconi. Come è possibile? Forse perché i giornalisti che dovrebbero fare da filtro fra i fatti e i lettori stanno venendo meno al loro ruolo di verificare e approfondire? Il problema non è di lana caprina: perché se il giornalismo perde credibilità e non è più visto come un avamposto affidabile in tema di informazione, il resto viene da sé. E per le bufale, anche quelle generate scientificamente online, proliferare diventa più semplice. Se a questa cornice aggiungiamo che la gente tende a credere a notizie che confermano i propri pregiudizi e che oggi esistono vere e proprie agenzie che scrivono bufale per il web, perché sanno come scriverle e come renderle virali, il quadro è completo. E allora sì: può accadere che anche un utente preparato ci caschi. Come se ne esce? In due modi. Il primo richiede un approccio passivo. Basta non condividere. Se non hai tempo di verificare, se non sei sicuro di quello che stai leggendo, nel dubbio non condividere. Così facendo interrompi quella catena diabolica che fa ingrassare le bufale. Poi, per chi ha tempo e voglia, si può sempre verificare. Si può approfondire. Si possono fare ricerche e mettere le fonti a confronto. E udite udite: uno degli strumenti più preziosi in questo senso è proprio la rete. Il web brutto e cattivo se adoperato nel modo giusto è ancora oggi il più grande alleato della verità».

Possiamo stilare una graduatoria tra i social in cui è più presente l’odio o l’invidia?

«Forse sì, anche se rischia di essere un giochetto un po’ stucchevole. Diciamo che su Instagram, dove prevale l’ostentazione, vince l’invidia. Su Facebook dove prevalgono aggregazione e “associazionismo” si affermano forme d’odio per così dire più organiche e coordinate. Su Twitter dove generalmente non ci si conosce e si parla fra sconosciuti prevalgono invece forme d’odio più estemporanee: insulti e offese».

In più occasioni hai parlato di condivisione responsabile, è un’emergenza sia nel reale sia nel virtuale?

«La condivisione responsabile è quella cui facevo riferimento rispondendo alla domanda sulle fake news. Condividere è un momento cruciale della nostra presenza in rete. Ed è un atto di responsabilità. Più lo capiamo, più la nostra presenza online sarà percepita come credibile e affidabile. Una caratteristica che presto non avrà prezzo».

Leggi e paletti possono servire ad arginare il fenomeno o comprometterebbero la funzione della comunicazione online? E come difendersi?

«Assolutamente no. Le leggi già esistono, proprio perché quello che è illegale o illecito offline lo è anche online. Il problema è che spesso, per mille motivi, ora burocratici ora legati ai tempi della giustizia, le leggi non vengono fatte rispettare. Per questo credo che un atto di responsabilità importante dovrebbe essere messo in atto dalle stesse piattaforme. La rimozione del discorso d’odio, delle discriminazioni e delle istigazioni alla violenza su Facebook e Twitter dovrebbe essere molto più performante e veloce. Se aspettiamo i tempi della giustizia ordinaria la battaglia è persa in partenza, se invece i social media capiscono che una forma di moderazione puntuale e veloce è indispensabile allora il discorso cambia. Credo che sia nel loro interesse comprenderlo perché molti utenti sono vicini all’esasperazione. E un utente esasperato ti abbandona. Ma un’emorragia di utenti potrebbe anche determinare l’inizio di un irreversibile declino per questi colossi. Esiste però un intervento legislativo che potrebbe aiutare: vincolare per legge i social network con un certo numero di iscritti nel nostro Paese, poniamo con almeno un milione di iscritti, ad aprire un ufficio amministrativo e una sede legale anche in Italia. Questo renderebbe alcune azioni civili e penali molto più semplici. E contribuirebbe ad allontanare quell’idea di impunità che aleggia sulla rete».

Educazione, alfabetizzazione digitale, attenzione al linguaggio, sono possibili soluzioni?

«L’educazione digitale, alla luce di quanto sopra, è a mio avviso la sola e unica risposta possibile. Mi rendo conto che si tratta di una strada più lunga da percorrere, ma è indispensabile farlo. In fin dei conti il web è esploso così velocemente da impedire a molti di “riconfigurare” i propri comportamenti in base alle regole dell’online, di adattarsi a un contesto nuovo imparando una galateo e un alfabeto della rete. Oggi se molti utenti non capiscono che una diffamazione online può portarti in tribunale è proprio per un deficit di alfabetizzazione digitale. Ed è in questa direzione che bisogna lavorare».

Nativi digitali, tra cyberbullismo e odio in rete corrono più rischi o hanno davanti grandi opportunità?

«In assoluto credo che i nativi digitali abbiamo più possibilità, anche perché crescendo in questo contesto ne stanno apprendendo le “regole” in modo naturale. Quanto ai pericoli, molto dipende da come i genitori sanno gestire il rapporto dei propri figli con la rete. Lasciarti liberi di navigare senza filtro e senza controllo a 10 anni, per esempio, rischia di essere molto pericoloso. Però se vogliamo costruire un rapporto sereno con il web dobbiamo ricordare sempre che la rete è una rappresentazione fedele della realtà. Immaginare di arrivare a un’Arcadia priva di derive o negatività è pura utopia. Dobbiamo assolutamente tendere verso un ambiente migliore, fatto di cittadini digitali responsabili, ma al tempo stesso dobbiamo ricordare che il male (in ogni sua accezione) fa parte del mondo che viviamo, e la rete – che di questo mondo è lo specchio – non potrà mai esserne immune».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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