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Omicidio Gambirasio, se la prova “regina” del dna annulla il diritto ad un giusto processo

Depositate qualche giorno fa le motivazioni della sentenza di condanna in Corte d’appello di Massimo Bossetti, il muratore di Mapello giudicato colpevole dell’omicidio di Yara Gambirasio, la ragazza trovata morta nei giardini di Chignolo d’Isola nel febbraio del 2011.

Un processo che vedrà ricorrere in Cassazione gli avvocati della difesa, Camporini e Salvagni, sulla base della contestatissima prova regina (che regina non è), ovvero il dna che privo della sua parte mitocondriale, inchioderebbe Bossetti.

È un fiume in piena l’avvocato Claudio Salvagni che ribadisce: «Noi abbiamo potuto, come difesa, esaminare solo dei risultati, ma vogliamo vedere come si arriva a questi dati finali, vogliamo conoscere il procedimento, anche perché riteniamo che quel risultato sia viziato da molteplici errori, come abbiamo già evidenziato nell’atto di appello e in sede di dibattimento sempre nel giudizio di appello. In poche parole stiamo assistendo alla condanna di un uomo all’ergastolo sulla base di un elemento incerto. In questo dna ci sono più anomalie che nucleotidi, che sono gli elementi alla sua base».

Il nodo processuale è la richiesta della difesa, peraltro sempre respinta di rifare il test del dna, l’unica prova che ha condannato all’ergastolo Massimo Bossetti, non solo perché voluta dall’accusato, ma anche per un principio di civiltà giuridica, di osservanza del diritto, perché il giudice deve poter emettere una sentenza sulla base di documentazioni certe, ma anche perché la ricostruzione degli eventi sembrerebbe non reggere.

Nelle carte del processo in Corte di appello, è lo stesso consulente dell’accusa, Casali a precisare che «avendo preso in carico tutti i dna che abbiamo ancora in San Raffaele, quindi, questi sono ovviamente a disposizione, li abbiamo ancora tutti,non abbiamo finito nessuna aliquota. Tutto quello che noi abbiamo usato negli stessi tubi, c’è ancora materiale per ulteriori indagini volendo». Ma nelle motivazioni depositate dalla Corte, si legge che alla richiesta di una nuova perizia del Dna, non si può ottemperare perché «siccome non c’è più materiale, (e non è vero perché il professor Casali dice, sotto giuramento, di conservare ulteriori campioni), si possono fare solo esami cartacei. I Ris sono stati bravissimi secondo la Corte. Noi abbiamo evidenziato tanti problemi come i kit scaduti. I risultati forniti dai Ris – afferma l’avvocato Salvagni – sono stati completamente contestati da noi. Sono stati trovati 261 errori in quel lavoro. Sembra siano bravi solo i consulenti dell’accusa, noi della difesa siamo dilettanti compresi tutti i consulenti. Noi abbiamo fatto un lavoro immane smontando ogni pezzo di questo processo. La Corte non ha voluto ascoltare le tesi difensive. Non ha dato peso e considerazione alle nostre osservazioni, supportate da scienziati di primissimo ordine. Per fugare ogni dubbio sarebbe bastato riconfrontare il dna di Ignoto 1 con quello di Bossetti, di fronte a noi e seguendo tutti i crismi».

Intanto ci si prepara per la Cassazione: «Il punto fondamentale sul quale dovrà esprimersi la Cassazione è se si può condannare un uomo senza che si sia potuto difendere nella sostanza e non solo nella forma. Bossetti si è potuto difendere sì o no? Se diranno di “sì” allora vuol dire che siamo tornati al processo inquisitorio».

«Le prove raccolte contro il mio assistito non sono assolutamente concordanti, non si incastrano, e l’unico elemento che c’è, il dna, è altamente critico – conferma l’avvocato Salvagni – Questa è una storia in cui, ricordo, non c’è il movente, non c’è l’arma del delitto, non ci sono sms, la testimone Alma Azzolini che aveva dichiarato di aver visto Bossetti e Yara in auto è stata ritenuta non credibile, il video del furgone bianco per stessa ammissione di un colonnello dei Ris, fu realizzato di comune accordo con la Procura, per esigenze di comunicazione, insomma non c’è niente. Lo stesso pubblico ministero ha dovuto alzare le mani e dire: “Io non sono in grado di ricostruire la dinamica”- La condanna all’ergastolo a Bossetti – conclude Salvagni – mi lascia sbalordito e da queste motivazioni e per tantissime ragioni.Si è detto, tra le altre cose, che una colpa del mio assistito è quella di non ricordare cosa stesse facendo il 26 dicembre 2010, ma l’onere della prova è a carico dell’accusa. Non si possono assumere elementi accusatori da dimenticanze dell’imputato che non ha l’obbligo di rispondere. Siccome Bossetti non ricorda allora è stato lui. Per questo credo che, soprattutto in Cassazione, non possa passare il principio giuridico stigmatizzato in primo grado, dove il dna, per di più con tutte le sue criticità di specie, rappresenta un timbro di colpevolezza assoluto. Se così fosse, allora bisognerebbe cambiare il codice e dire che quando c’è il dna non lo facciamo neanche il processo perché non puoi dimostrare il contrario».

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