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Populismo e vaccini, fenomeni interconnessi e specchio della società odierna

Populismo e vaccini sono due questioni molto attuali di cui sentiamo parlare spesso in contesti diversi, ma numerose circostanze hanno fatto sì che tra i due fenomeni si stabilisse una stretta connessione.

La dottoressa Chiara Moroni, esperta in materia di comunicazione, ci ha illustrato i fattori che hanno contribuito a raggiungere questo risultato.

Prima di spiegare quale sia questa connessione, all’inizio dell’intervista la dottoressa Moroni ha ritenuto opportuno specificare cosa si intenda col termine “populismo” con la seguente premessa: «La vulgata ha attribuito al termine “populismo” caratteristiche che semplificano e stigmatizzano un concetto che per la scienza politica è molto più poliedrico e soprattutto meno carico di significati negativi; oggi si tende a definire con populismo tutto ciò che in politica deriva dalla sollecitazione dei bisogni e degli istinti più elementari del “popolo”. Le cause di questo sono rintracciabili in primo luogo nella crisi del sistema politico che rende più attraente da un punto di vista del consenso tutto ciò che va contro quel sistema, in secondo luogo nell’estrema semplificazione del messaggio politico che elimina qualunque complessità non solo nella forma, ma anche purtroppo nel contenuto e nell’analisi del contesto reale, ed infine nelle dinamiche di condivisione e di presa di parola che oggi tendono a livellare le opinioni e a mortificare l’autorevolezza di alcune voci».

Dalla premessa si evince il successo che ha riscosso la mentalità populista. Quest’ultima, poi, ha avuto ripercussioni anche altrove: «Purtroppo, questo vale anche per tutto ciò che è scienza e medicina, dove non esistono opinioni, ma dati e ricerca. La semplificazione e la democratizzazione della presa di parola hanno con tutta evidenza colpito anche temi una volta intoccabili come la scienza e l’autorevolezza di medici e scienziati. Con conseguenze molto gravi. Sui vaccini in particolare e per semplificare sta accadendo che nel dibattito pubblico si sta dando lo stesso valore sia ai dati scientifici sia alle opinioni personali e non scientifiche di persone che non sono medici o scienziati. E la politica che segue solo la ricerca del consenso e accarezza le paure e le convinzioni dei singoli strumentalizzandole, sceglie posizioni irrazionali piuttosto che riportare al centro del dibattito la razionalità e la scienza».

In un suo articolo, relativamente all’argomento in questione, lei parla di “dittatura dell’opinione fai-da-te”. Cosa si intende?

«È un concetto che ho utilizzato per provare a spiegare cosa sta succedendo sotto la spinta di due forze: una, il protagonismo dei singoli nella comunicazione pubblica, l’altra la semplificazione delle questioni che finiscono per far credere che tutti possano trattare qualunque argomento. Un’opinione assume forza per il semplice fatto che ci sono persone che l’hanno elaborata o che la condividono a prescindere da qualunque base di dati, fatti o analisi critiche. Una volta ci si affidava alla competenza di esperti e opinion leader e sulla base delle loro opinioni si costruivano quelle dei singoli, oggi si fa da soli, non si riconosce più l’autorevolezza di alcune opinioni rispetto ad altre, si parla e si sparla di tutto».

Ecco che entra in gioco un ulteriore fattore: il ruolo dei mezzi di comunicazione che avallano questo nuovo funzionamento del sistema. La contaminazione del sistema ha avuto conseguenze anche sul ruolo delle élite, la cui qualità, ormai, non è garantita a priori. Al giorno d’oggi, che influenza e che peso hanno le élite all’interno della nostra società?

«Sulle élite ci sono due questioni: la prima è come si formano, con quali percorsi e attraverso quali meccanismi di selezione; la seconda, strettamente legata alla prima, che ruolo hanno. Le due cose sono connesse perché a causa della quasi totale mancanza di un meccanismo sano, meritocratico e complesso di formazione e selezione della classe dirigente, le élite, perdendo capacità di interpretazione del mondo e di visione del futuro, hanno perso il loro ruolo di guida, la loro funzione sociale principale. Le élite oggi diventano tali quasi per caso, si guardi ad esempio alla selezione nei partiti politici come il M5S, ma non avendo la preparazione e le competenze per essere guida ideale oltre che materiale del Paese, sono destinati al fallimento. “Uno vale uno” ha assunto anche il significato di “uno vale l’altro”: la morte di fatto del concetto stesso di élite».

Le élite sono indispensabili? Perché?

«Élite non costituisce di per sé un concetto positivo, lo diventa quando esse hanno la sostanza per essere guida e sostegno della società. Un elemento che si tende oggi a dimenticare e a mistificare è che non tutti possono sapere, capire, conoscere tutti i poliedrici aspetti delle società contemporanee e che gli opinion leader e le élite hanno il compito di specializzarsi e rendere intellegibili questioni e processi molto complessi».

Come si è arrivati sino a questo punto?

«Il processo involutivo è iniziato qualche decennio fa ed è causato da diversi elementi concorrenti. Il fallimento della Prima Repubblica, di quel sistema di partiti e di quel modo di fare politica, ha trascinato con sé anche i meccanismi di selezione delle élite e la loro autorevolezza. Il consenso lo otteneva, e oggi in modo esponenziale lo ottiene, chi dimostra di essere più estraneo al sistema tradizionale della politica – che oggi per altro non esiste più. A questo si devono sommare le dinamiche e gli effetti causati dallo sviluppo dei media digitali che garantiscono l’accesso all’informazione a tutti, ma soprattutto a tutti garantiscono la possibilità di esprimere pubblicamente e con un certo seguito la propria opinione. E qui si torna a quanto detto in precedenza».

È questo meccanismo che determina quella che la professoressa Moroni definisce nel proprio articolo “pericolosa orizzontalità e disintermediazione delle opinioni”.

Sfera politica e sanitaria potrebbero essere indipendenti, o deve necessariamente esserci una connessione? Se sì, in che misura?

«In uno stato sociale nel quale il diritto alla salute e quindi alle relative cure è considerato uno dei diritti fondamentali è coerente che lo Stato, e quindi la politica che di volta in volta lo incarna, debba potersi occupare della salute pubblica e dei sistemi per assicurarla in ugual misura ad ogni cittadino. Ma la sanità è uno di quegli ambiti in cui non si possono avere opinioni indirizzate ideologicamente. La politica, o meglio il governo, deve occuparsene, ma partendo sempre da dati scientifici e comprovati. Esistono enti sovranazionali che forniscono dati e pareri scientifici sulla base dei quali gli Stati possono indirizzare le proprie politiche pubbliche sulla sanità. Non può la politica e tanto meno lo Stato affermare senza alcuna base scientifica e senza alcuna competenza medica “non sono un medico, ma secondo me 10 vaccini sono troppi”, per fare un esempio recente. Siamo nell’irrazionalità e nell’approssimazione più assoluta. Non si può governare così, per sentito dire o per sensazioni».

Per concludere, al fine di migliorare la situazione, in che modo dovrebbero intervenire e operare, secondo lei, i mezzi di comunicazione?

«Questa è la domanda del secolo, la cui risposta è molto complessa perché ormai molto complesso è il sistema della comunicazione e le relazioni e le implicazioni che dispiega nella società contemporanea. Il sistema della comunicazione da sempre è dentro un sistema di mercato che lo obbliga alla ricerca del difficile equilibrio tra l’esigenza di soddisfare i desideri e i gusti del pubblico e una funzione sociale più complessa di indirizzo ed educazione di quello stesso pubblico. È chiaro che non solo per una esigenza etica i mezzi di comunicazione dovrebbero verificare e sostenere solo le informazioni di qualità e soprattutto cercare di rendere accessibili a tutti questioni complesse senza però semplificare in modo arbitrario e distorcente. Detto questo, la storica e sistemica partigianeria del giornalismo italiano (che non è possibile spiegare in questa sede in modo esauriente) limita in modo esasperante la possibilità di avere come utenti una lettura oggettiva dei fatti e approfondimenti critici tanto accessibili quanto accurati».

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