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Privacy: l’illusoria fuga verso Signal e Telegram

Secondo Pavel Durov, fondatore di Telegram: «Potremmo essere testimoni della più grande migrazione digitale nella storia umana». Le parole del giovane sviluppatore russo, pubblicate sulla sua piattaforma di messaggistica, giungono dopo “un massiccio afflusso di nuovi utenti a Telegram” registrato negli ultimi giorni. Secondo Durov una delle prime conseguenze del fenomeno è l’iscrizione di due presidenti, il brasiliano Jair Bolsonaro e il turco Recep Tayyip Erdogan. Nel post, Durov ha confessato di: «sentirsi onorato che i leader politici, così come numerose organizzazioni pubbliche, si fidino di Telegram per combattere la disinformazione. A differenza di altre reti – aggiunge – Telegram non utilizza algoritmi non trasparenti, di conseguenza, i canali di Telegram sono l’unico modo diretto per gli opinion leader di connettersi in un modo affidabile con il loro pubblico». Durov ha spesso definito la sua app “un progetto, non un’azienda”, realizzato per creare uno spazio “libero da controllo”.

Il polverone che si è sollevato nell’ultima settimana attorno all’app di messaggistica WhatsApp ha spinto la crescita di alternative come Telegram, che ha guadagnato 25 milioni di utenti in 72 ore, e Signal, che ha superato velocemente i 50 milioni di download; ma, soprattutto, hanno costretto WhatsApp a prendere posizione ed esprimersi per tentare di rassicurare il pubblico e fare chiarezza: così è arrivata la pubblicazione di una nuova pagina Faq interamente dedicata alla questione. Una contromisura che non è bastata ad arginare la marea montante della polemica; WhatsApp ha deciso così, di far slittare dall’8 febbraio al 15 maggio, la data ultima entro la quale sarà necessario per tutti gli utenti aver accettato la revisione dei termini sulla privacy. Così, spostando per un po’ l’orizzonte del “cambiamento”, ci sarà modo e più spazio per strutturare una nuova strategia comunicativa più giovevole e non:” Poco chiara e non idonea a consentire la manifestazione di una volontà libera e consapevole” riprendendo le parole del Garante italiano per la privacy, il quale non esclude interventi d’urgenza.

Questa vera e propria rivoluzione relazionale e comunicativa ha assunto connotazioni preoccupanti nel corso degli anni, si pensi a Twitter che è oramai di fondamentale importanza per chi ha contenuti e idee da proporre: informale, popolato da persone con interessi specifici e ben riconoscibili, ed è un posto in cui “prendere la parola” può avvenire con velocità ed efficacia sorprendenti. In certi casi potrebbe prender forma di un laboratorio di devianza per formazione e pensiero dell’opinione pubblica.

I social non sono democratici a partire dal registro delle condizioni d’uso che si sono accettate. Né più, né meno. Abbandonate l’utopia dell’ente sovra-statale che assicura la massima libertà senza alcuna conseguenza. Fandonie.

I social media sono privati, non sono strutture pubbliche: per questo erigono perimetri regolamentari stringenti e hanno organi di controllo legali e comportamentali. Il fatto vero è che i social hanno ormai solide ramificazioni nel tessuto sociale da doversi assumere un ruolo molto più complesso e articolato della mera condivisione. E questo impone un’assenza etimologica della democrazia: il controllo è necessario perché sono società private con una chiara funzione pubblica. I social media sono gratuiti perché il costo effettivo è sostenuto dalla pubblicità, generata dalla raccolta, aggregazione e analisi dei dati personali, che cediamo volontariamente e gratuitamente durante l’utilizzo. È il patto diabolico che si stringe nel momento in cui si crea il profilo: un’ampia, non totale, libertà, accesso “all you can eat” alle funzioni, ma tracciamento costante di qualsiasi dato personale. Il quale, manipolato e processato, diventa un aggregato informativo per sostenere la piattaforma pubblicitaria che permette di usare gli strumenti disponili. Qualsiasi essi siano.

L’abuso di storytelling in politica e nel giornalismo, l’irresponsabilità dei media che fanno sensazionalismo spacciato per sensibilizzazione, la curiosità conformista che agevola la diffusione di contenuti osceni, il bisogno narcisistico di essere ammirati. Sono tutti fenomeni documentati dalle cronache e analizzati da studiosi, e che ognuno può rinvenire nel proprio vissuto, con un minimo di onestà intellettuale. In un’ottica massimalista e miope, basterebbe allargare il campo visivo per rendersi conto che la libertà assoluta è illusoria, mentre è potenzialmente illimitata quella di scegliere da chi e cosa farsi influenzare. Il tema di fondo è “Come” agire responsabilmente e consapevolmente in quanto produttori, consumatori e mediatori di contenuti narrativi o cronaca che producono Emulazione. È come se la fiction vivesse nel reale, anche nel marketing. E nel grande palinsesto delle storie abbondano i format ibridi, che mescolano marketing e politica (storytelling), pubblicità e giornalismo (contenuti sponsorizzati e native advertising), informazione e propaganda (fake news), vita privata e vita pubblica (social networks). Il movente profondo però resta il narcisismo nichilista: Si vuole produrre emuli.

L’emulazione è un fenomeno virale. È possibile vaccinarsi? Probabilmente no, e sarebbe sbagliato, limiterebbe la nostra libertà di scelta, la nostra natura che sin dalla tenera infanzia tende a copiare gli altri come forma di apprendimento. Venendo ai media, il potere di influenzare gli altri è immediato e forte. Bisogna gestire al meglio, e risvegliare se necessario, quell’empatia anestetizzata dal flusso continuo di immagini, reali e fittizie finalizzate ad attirare la nostra attenzione con lo strano-ma-vero o il falso-ma-autentico. Credere che la politica e il marketing usino meno storytelling è illusorio. Ma la consapevolezza di questi condizionamenti ci permette di scegliere da chi e da cosa farci influenzare, in termini di notizie, esperienze, contenuti e azioni che modificano la nostra sfera sociale. La ricompensa sarà una nuova, imprevedibile forma di noi.

Questa riflessione è importante farla ora, prima che sia troppo tardi, quando aumenterà il peso della finzione nelle nostre esistenze.

Appuriamo che Facebook Messenger e Telegram non sono e2e per impostazione predefinita. Affinché sia così, è necessario rendere “segreta” la chat su entrambe le app. Nel caso di Telegram, ciò significa che solo le chat tra due persone hanno il potenziale per essere crittografate e2e. Signal e WhatsApp, quest’ultima proprietà di Facebook dal 19 febbraio del 2014, hanno crittografia end-to-end (e2e) per impostazione predefinita. Tuttavia, i messaggi WhatsApp alle aziende potrebbero non essere crittografati end-to-end a partire dal 15 maggio se l’azienda ha concesso l’accesso a fornitori di terze parti, come la società madre Facebook, per scopi di hosting. Quando si avvierà una chat con questo tipo di attività, comparirà un messaggio azzurro in alto che spiega che tipo di privacy puoi aspettarti. Se la chat con l’azienda è crittografata end-to-end, noteremo una nota in giallo nella parte superiore della chat.

Quando si parla di dati bisogna ricordarsi che esistono solo due tipologie di aziende: quelle che usano i tuoi dati e quelle che usano i tuoi dati! Qualunque azienda utilizza i dati dei propri clienti o dei potenziali clienti. Ma un importante distinguo è l’azienda che agisce in modo etico, nell’interesse dei propri clienti (Netflix utilizza i nostri dati a nostro vantaggio pagando un abbonamento) e totalmente diverso è l’universo Facebook, Instagram, Google, YouTube etc. Che rastrellano i dati degli utenti e li danno agli inserzionisti; quel dato è a vantaggio di terzi. Si può solo disporre di un atteggiamento più aggressivo o più cautelativo ma il modello è equivalente.

Questo è il settore a cui prestare maggior attenzione, l’intenzione di Mark Zuckerberg è di impadronirsi di (quasi) tutto ciò che gravita intorno al mondo dei ricavi pubblicitari che riguardano l’intero sistema dell’informazione. La piattaforma creata da Mark Zuckerberg consente di vendere prodotti e servizi in maniera innovativa e personale, incrementando in maniera esponenziale i volumi di vendita. È il modello di business ad essere erroneo, o meglio, funziona bene da un’ottica imprenditoriale e alla pessima per il comune cittadino.

La nostra libertà è in pericolo soprattutto se lo ignoriamo.

About Ilaria Montoro

Ilaria Montoro, laureata in Ricerca sociale, Politiche della sicurezza e Criminalità con votazione di 110/110 con lode, dopo aver maturato un percorso di Laurea triennale in Scienze e tecniche di psicologia cognitiva. Sono in possesso dell’attestato del corso in Criminologia clinica e Psicopatologia dei reati passionali ed ho conseguito il Master executive in Cyber Security, Digital Forensics & Computer Crimes.

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