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Profili civilistici in tema di responsabilità del chirurgo estetico

Spesse volte si tende a confondere i due termini di chirurgia plastica ed estetica, quasi a volere notare che, oggetto di tale attività chirurgica sia lo stesso trattamento volto al perseguimento di un unico fine, qual è il benessere psico – fisico del paziente.

In realtà, tra le predette attività sanitarie vi sono notevoli differenze, delle quali bisognerà tenere conto e delinearne, seppure sinteticamente, i tratti differenziali. Infatti, si può dire che la chirurgia plastica è anch’essa diretta, come la chirurgia estetica, a garantire il benessere psico – fisico del paziente, ma allo scopo di correggere o ricostruire od ancora ripristinare le funzionalità di organi ed apparati morfologicamente alterati da malattie cronico degenerative o deformanti oppure da lesioni, malformazioni o traumi. Ciò giustifica un agire sinergico tra la chirurgia plastica e la chirurgia ricostruttiva, diretta ad eliminare o correggere i traumi provocati da incidenti e malattie che vanno ad alterare l’aspetto fisico del paziente, al fine di riportarlo, laddove sia possibile, alla normalità.

Dalle predette considerazioni, si può a chiare lettere affermare che la chirurgia plastica ha come scopo principale il ripristino delle funzionalità di alcune parti del corpo del paziente, migliorando così l’aspetto fisico ed al contempo apportando anche dei benefici sotto il profilo psicologico.

Dopo avere elencato, seppure a grandi linee, il concetto di chirurgia plastica, possiamo ora occuparci della c.d. chirurgia estetica. Si tratta di una branca della chirurgia plastica, la quale si caratterizza per essere un’attività che è diretta a raggiungere degli scopi ben precisi e specifici e cioè la modifica ed il miglioramento di aree determinate del corpo del paziente, come per esempio alcuni tratti somatici e morfologici, i quali non vengono più accettati dal paziente stesso.

E’ chiaro che come in tutti gli interventi chirurgici, non si può prescindere dal considerare i rischi ed i benefici ad essi connessi, i quali richiedono il rilascio di un consenso informato che postula la necessità che il paziente, possa adottare liberamente e senza condizionamenti di qualsivoglia natura, una decisione con maggiore cognizione di causa e ciò anche nel caso di interventi chirurgici migliorativi.

Come si può notare, nell’ambito della chirurgia estetica, si assiste ad un chiaro e giustificabile coinvolgimento della componente soggettiva e psicologica del paziente, la quale deve essere sempre tenuta in considerazione e studiata. Peraltro riveste una particolare e fondamentale importanza il rapporto medico – paziente, da considerarsi in termini di buona fede e correttezza, ma soprattutto la massima trasparenza e lealtà in relazione ad un esauriente bilanciamento dei rischi e benefici connessi all’esecuzione dell’intervento di chirurgia estetica.

Come abbiamo potuto notare nel corso della lettura del precedente paragrafo, la chirurgia estetica é volta ad aiutare il paziente a ristabilire un corretto equilibrio tra psiche e fisico, risollevandolo dal suo stato di disagio psicologico. Ciò in osservanza dell’articolo 32 Cost., il quale tutela il diritto alla salute quale diritto inviolabile dell’uomo costituzionalmente garantito.

Da sempre hanno formato oggetto di vivaci dibattiti, sia in ambito dottrinale che giurisprudenziale, l’ormai nota bipartizione tra obbligazioni di mezzi ed obbligazioni di risultato, protesa a definire la specifica natura giuridica dell’obbligazione contrattuale ed il consequenziale criterio d’imputazione della relativa responsabilità, con evidente ripercussione anche sul piano probatorio.

La questione ampiamente dibattuta tra obbligazioni di mezzi e di risultato, in un primo momento faceva propendere per l’affermazione di un’obbligazione di risultato nell’ambito dell’esecuzione dell’attività di chirurgia estetica. Ciò stava significare che il medico avrebbe dovuto soddisfare esaurientemente le richieste del paziente, volte a conseguire un chiaro e preciso risultato di natura “estetica”.

Pertanto, laddove il professionista sanitario, pur nel pieno rispetto delle leges artis previste, non avesse soddisfatto in toto il desiderio del paziente, sarebbe stato considerato responsabile per non aver raggiunto il risultato estetico da quest’ultimo sperato.

Il medico, quindi, a prescindere dal comportamento diligente tenuto secondo quanto previsto in date circostanze dalla letteratura scientifica di specie, sarebbe stato condizionato dal risultato finale eventualmente raggiunto e volto al soddisfacimento effettivo e reale dell’interesse del paziente, quale cambiamento essenziale nella prestazione professionale. Tali asserzioni giustificavano l’esistenza di una responsabilità medica in capo all’operatore sanitario nel caso di mancato raggiungimento del risultato finale, il quale era riconducibile solo ad uno scarso impegno del medico senza tenere minimamente conto della possibile ricorrenza di eventuali casi fortuiti o di avvenimenti dovuti a cause di forza maggiore e, quindi, tali da precludere il raggiungimento dell’obbiettivo prefissato.

A tale riguardo, si può affermare che il medico si faceva garante circa l’esito positivo dell’intervento di chirurgia estetica quasi a volere sottolineare l’esistenza di un c.d. patto di garanzia del risultato cui era protesa l’attività del chirurgo estetico.

Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che: “nel contratto avente ad oggetto una prestazione di chirurgia estetica, il sanitario può assumere anche un’obbligazione di risultato, da inficiare in quest’ultimo caso non come un dato assoluto, ma da valutare con riferimento alla situazione pregressa e dalle obiettive possibilità consentite dai progressi raggiunti dalla tecnica operatoria” (Cass. Civ., Sez. III, del 25/11/1994, n. 10014). È chiaro quindi che la Corte di Cassazione ritiene indispensabile valutare caso per caso la situazione in cui il chirurgo estetico svolge la predetta attività professionale, anche laddove si propenda per il riconoscimento di una obbligazione di risultato. Successivamente, la Corte di Cassazione, Sez. III, con sentenza n. 12253 del 03/121997, propende per la completa equiparazione della responsabilità professionale del chirurgo estetico a quella di qualsiasi altro medico esercente la professione sanitaria, sottolineando che l’obbligazione è di mezzi e non di risultato. Infatti, anche nel caso di mancato raggiungimento del risultato sperato dal paziente, il medico sarà da considerarsi esente da qualsivoglia responsabilità qualora dimostri di avere correttamente eseguito l’operazione chirurgica con l’osservanza delle leges artis e dei protocolli propri della conoscenza scientifica raggiunta al momento dell’intervento. In aggiunta alle precedenti considerazioni è di fondamentale importanza evidenziare che dopo varie disquisizioni giurisprudenziali, la Cassazione, con diversi orientamenti, ha voluto dare importanza alla volontà delle parti del rapporto professionale, consentendo a queste ultime di propendere, di comune accordo, per l’attribuzione di un più gravoso adempimento in capo al medico chirurgo estetico e ciò in ossequio al principio della libera autonomia delle parti in ambito contrattuale. E’ chiaro, quindi, che in assenza del predetto accordo l’obbligazione che grava sul sanitario é da ritenersi di mezzi e non di risultato. A tale proposito assume un’importanza determinante sia il consenso informato del paziente e sia il consenso relativo al risultato ottenibile a seguito dell’intervento di chirurgia estetica, non potendo essere in quest’ultimo caso, lasciato al medico la scelta nell’opzione esteticamente preferibile, in quanto scelta privata e riservata esclusivamente al paziente, ma di questo ne parleremo nel prossimo paragrafo.

Dalle predette argomentazioni, abbiamo potuto notare che soprattutto nell’ambito della chirurgia estetica assume particolare importanza il consenso informato rilasciato al professionista sanitario dal paziente. Sul punto, la Corte di Cassazione Civile, Sez. VI, con ordinanza n. 29827 del 18.11.2019 ha stabilito che in presenza di un intervento medico ai fini esclusivamente estetici, il paziente deve essere informato non solo in relazione alle tecniche prescelte, ma anche in relazione ai risultati che ne deriveranno. Infatti, è indispensabile che il paziente effettui una scelta che postuli una chiara consapevolezza, tale da consentirgli di valutare, in via esclusiva, l’opzione esteticamente preferibile, non potendo essere lasciata tale decisione alla libera discrezionalità del sanitario.

Dalle suesposte considerazioni, è chiaramente desumibile che l’esecuzione di un intervento di chirurgia estetica, non preceduto dall’acquisizione di un consenso espresso dal paziente od in ogni caso, diverso da quello prospettato ed a prescindere dalla tecnica utilizzata, determina, da un lato l’inadempimento contrattuale del medico e dall’altro una lesione dell’integrità psico–fisica del paziente, il quale viene inutilmente sottoposto ad intervento chirurgico senza averne specifica contezza. Tali argomentazioni fanno propendere per la necessità che il consenso sia da intendersi come un’informazione precisa e dettagliata resa dal paziente al sanitario, la quale ha per oggetto non solo le tecniche utilizzate, ma anche gli eventuali effetti migliorativi che conseguiranno dall’intervento stesso ed i possibili rischi ad esso connessi, nonché l’eventualità di possibili scelte alternative. Ciò consentirà al paziente di decidere con maggiore cognizione di causa, se sottoporsi o meno all’intervento proposto dal sanitario e di accettare i possibili rischi ad esso riconducibili. E’ evidente, quindi, che esiste un nesso di interdipendenza tra l’informazione resa ed il consenso espresso dal paziente dal quale non si può assolutamente prescindere.

Come hanno unanimemente sostenuto sia la dottrina che la giurisprudenza, il medico al fine di andare esente da responsabilità di qualsivoglia natura, avrà il compito di rendere edotto il paziente circa i possibili rischi c.d. prevedibili, ma anche di quelli definibili come eccezionali, purché rientranti nell’ambito di ogni umana previsione. Pertanto, esulano dall’obbligo d’informazione che grava sull’operatore sanitario, i possibili rischi strettamente connessi al caso fortuito ed alla forza maggiore.

La violazione dell’obbligo informativo da parte del medico, costituisce un’autonoma fonte di responsabilità professionale giustificando, così, l’esistenza di un inadempimento informativo, il quale impone l’adempimento di un obbligo risarcitorio incombente sul professionista sanitario stesso, anche nel pieno rispetto delle leges artis.

Nel tempo la giurisprudenza ha voluto evidenziare la summa divisio tra una responsabilità di natura contrattuale per violazione dell’obbligo informativo ad opera del professionista sanitario e l’esistenza di una responsabilità per violazione del principio del naeminem laedere e quindi di tipo extracontrattuale.

Naturalmente, la natura giuridica della responsabilità del medico dipenderà dal tempo in cui quest’ultimo assolve al dovere d’informazione: se il consenso del paziente viene acquisito dopo la stipula del contratto d’opera professionale tra medico e paziente e, quindi, durante l’espletamento della fase diagnostica, un’eventuale violazione del dovere informativo legittimerà la nascita di una responsabilità di tipo contrattuale in capo al sanitario; al contrario, ad avviso della giurisprudenza piuttosto risalente, qualora il dovere d’informazione sia adempiuto durante la fase precedente la stipula del contratto de quo ed in ossequio al principio di buona fede e correttezza cui le parti sono tenute durante lo svolgimento delle trattative e, quindi, nella fase formativa del contratto, il professionista sanitario risponderà a titolo di responsabilità extracontrattuale (ex art. 2043 c.c.).

A fronte delle predette tesi volte a conferire un inquadramento giuridico al dovere d’informazione, la giurisprudenza prevalente e più recente afferma la natura contrattuale della responsabilità del medico, poiché va a delineare il momento genetico del contratto avente ad oggetto la prestazione professionale ed intercorrente tra medico e paziente.

Il consenso informato, come accennato in precedenza, assurge a chiaro indice di espressione della libertà di autodeterminazione del paziente in ossequio alla tutela del diritto alla salute quale diritto costituzionalmente garantito (ex art. 32 Cost.).

Le precedenti argomentazioni giustificano l’esistenza di un obbligo d’informare il paziente ad opera del professionista sanitario molto più ampio e rigoroso rispetto al terapeuta in generale, poiché, come abbiamo più volte affermato, oltre ad indicare i possibili rischi connessi all’intervento di chirurgia estetica ed alle conseguenziali terapie proposte, dovrà rendere consapevole il paziente anche in relazione alla possibilità di conseguire o meno il miglioramento estetico sperato che avrà sicuramente la sua importanza in termini d’incidenza nell’ambito della vita di relazione e professionale.

Chiara espressione della violazione del diritto alla salute è il c.d. danno estetico, il quale costituisce una particolare categoria del danno biologico che si concretizza in vari tipi di lesione alla salute.

Le caratteristiche bipartizioni del danno estetico sono riconducibili da un lato ad una componente fisica, accertabile dal punto di vista medico – legale e dall’altro si caratterizza per essere ascrivibile ad un danno di natura psicologica, poiché idoneo a comportare una sofferenza morale ed un notevole pregiudizio alla vita di relazione. Da ciò ne consegue una possibile valutazione del danno estetico sia dal punto di vista patrimoniale che non patrimoniale.

Come abbiamo in precedenza affermato, il danno estetico è una componente del danno biologico e non può costituire un’autonoma voce di danno.

Come ha chiaramente sostenuto la Corte di Cassazione Civile, Sez. III, ordinanza n. 7126 del 12.03.2021, il danno estetico è una forma di invalidità permanente, la quale viene ad essere risarcita all’interno dello stesso danno biologico, il quale include ogni pregiudizio diverso da quello consistente nella diminuzione o nella perdita della capacità di produrre reddito, ivi compreso il danno estetico ed alla vita di relazione, salvo ipotesi eccezionali (in senso conforme Tribunale di Vicenza, Sez. II, n. 481 del 20.02.2018).

Al riguardo, si può a chiare lettere affermare che la liquidazione del danno biologico ricomprende in sé anche il danno di natura estetica, salvo ipotesi eccezionali che giustifichino una liquidazione separata. Naturalmente, ai fini dell’accertabilità della consistenza del danno di natura biologica inclusivo del danno estetico, sarà indispensabile un accertamento medico – legale volto a stabilire la percentuale d’invalidità permanente e temporanea e con essa l’entità del danno alla sfera psico – fisica del paziente, alla sua vita di relazione ed alla qualità della vita. La quantificazione del danno estetico dipende da molteplici variabili tra le quali possiamo citare la “personalizzazione”, tenuto conto delle condizioni soggettive del danneggiato e, quindi, della particolare sofferenza patita a causa delle circostanze concrete della vicenda, della localizzazione della lesione sul corpo della vittima, dell’occupazione del danneggiato al fine di tenere in considerazione la più o meno incidenza del danno estetico sull’attuale o futura capacità di produrre reddito. Al contrario, con riferimento al danno patrimoniale andranno risarciti sia il danno emergente che il lucro cessante e cioè sarà da ritenere legittimo sia il rimborso delle spese sostenute a causa del danno estetico subito e sia i guadagni che il danneggiato avrebbe potuto percepire in assenza del predetto danno, come per esempio la capacità di produrre reddito con un’occupazione attuale o futura. Sul punto, si è recentemente pronunciata la giurisprudenza di legittimità con la sentenza della terza sezione civile n. 14246 del 08.07.2020, la quale ha affermato che: “i postumi di carattere estetico conseguenti ad un fatto lesivo della persona possono ricevere un autonomo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, quando provochino ripercussioni negative in un’attività lavorativa già svolta oppure su un’attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato e ad ogni altra utile circostanza particolare; in tutti gli altri casi il danno estetico non potrà mai più essere considerato una voce di danno a sé, aggiuntiva ed ulteriore rispetto al danno biologico”. Con tale orientamento, la Corte di Cassazione conferma quanto stabilito in precedenza e cioè considerando il danno estetico quale voce aggiuntiva rispetto al danno biologico solo laddove provochi delle ripercussioni ulteriori sulla capacità delle persone danneggiate di produrre reddito e, quindi, sul piano strettamente lavorativo. Al contrario, qualora si faccia esclusivo riferimento al danno estetico sotto un profilo esclusivamente personale, incidente sulla sfera non patrimoniale del soggetto leso, sarà da considerarsi incluso nel danno biologico e quindi non sarà possibile, come affermato in precedenza, considerarlo come un’autonoma voce di danno singolarmente valutabile. Ciò legittimerà l’Autorità Giudiziaria chiamata a decidere in relazione alla liquidazione del danno di natura non patrimoniale, a considerare quest’ultimo come una singola voce omnicomprensiva di danno esistenziale, morale ed estetico, non costituendo tali voci pregiudizi autonomamente risarcibili, ma al limite possono venire in considerazione solo in sede di adeguamento del risarcimento al caso specifico con divieto di qualsiasi duplicazione risarcitoria (Tribunale di Catania, Sez. V, n. 1027 del 13.03.2020).

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