Home / Criminologia / Psichiatria e Giustizia: “Criminali si diventa con un lungo apprendistato nel degrado sociale”

Psichiatria e Giustizia: “Criminali si diventa con un lungo apprendistato nel degrado sociale”

Il rapporto tra giustizia e malattia mentale, la risposta dello Stato di fronte al crimine considerando la condizione dell’imputato, il senso di ingiustizia e di rassegnazione delle vittime o dei parenti di fronte alla dichiarazione di incapacità di un imputato. Sono domande che chi amministra la giustizia deve farsi, così come chi si trova dall’altra parte del bancone, come gli avvocati. Per addentrarsi nei meandri della malattia mentale, però, servono specialisti. Con Silvio D’Alessandro, psichiatra, dirigente medico, consulente per la Procura di Perugia e Tribunale penale, affrontiamo il mondo della giustizia penale e della malattia mentale.

Qual è il rapporto tra psichiatria e giustizia?

«Una volta il matto bloccava la giustizia. Il reo che non poteva essere giudicato senza elemento soggettivo paralizzava tutta la macchina processuale. Ed era attorno alla persona che si articolava il giudizio. Adesso il rapporto tra psichiatria e giustizia è conflittuale, in quanto mancano i criteri oggettivi per orientarsi. Disturbi della personalità, parafilia, reati sessuali sui social, autismo, chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, messa alla prova, misure alternative, direttive Ue a tutela delle vittime, sono tutti elementi che creano condizioni in cui le regole del contesto sembrano valere più del contesto giuridico. Per cui se hai una rete sei obbligato a misurare la pericolosità sociale su quella rete».

La perizia cosa deve accertare? Pericolosità, reiterazione del reato, capacità, cause?

«È estremamente relativo, qualsiasi persona di buon senso comprende che la capacità predittiva è pura finzione. La scienza dice che il comportamento è prevedibile in funzione dei contesti affrontati».

Come si svolge una perizia psichiatrica?

«Si inizia con un colloquio, dopo aver valutato la documentazione anamnestica e la cartella clinica fornita il più delle volte dal carcere, laddove i dati siano congrui e sufficienti sulla valutazione di massima e psicometrica. Se i test confermano e, laddove tra fatto-reato e disturbo esiste una correlazione significativa, si parla di incapacità. Per essere chiari: ci deve essere un nesso tra disturbo e fatto-reato, se un malato psichiatrico litiga per un parcheggio, pur essendo grave, non è incapace perché sta litigando per un suo presupposto diritto».

Che cosa deve fare la giustizia con un criminale con problemi psichiatrici? Chiusi a vita in cella o pensare a percorsi di riabilitazione e cura?

«Non esiste una risposta immediata e univoca. Quello che so è che in tutto il mondo l’esistenza della pena di morte nel sistema giudiziario non costituisce un deterrente rispetto alla condizione o reiterazione di azioni criminali. Dove c’è la pena di morte si delinque né più né meno che nei Paesi dove non c’è. Sappiamo che l’istituto carcerario a fronte di costi economici, umani, morali e sociali, non serve. Almeno per come è concepito attualmente. Anzi se l’imitazione è il meccanismo cognitivo fondamentale tra gli umani, rinchiudere i devianti nella stessa struttura non può che duplicare i meccanismi imitativi oggi tragicamente riassunti ad esempio nella radicalizzazione dei musulmani, che nel 90% dei casi avviene proprio in carcere».

Femminicidio, aggressioni violente, molestie, sono fenomeni legati alla personalità di chi li compie o sono frutto di percorsi malati nella coppia che esplodono ad un rifiuto o di fronte ad un evento che uno dei due reputa un’ingiustizia?

«René Girard in “Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” dice che gli uomini sono esseri desideranti e che il nostro desiderio precede, va avanti, si articola ben prima che la coscienza riesca a formalizzarlo in modo razionale. Da questo punto di vista laddove l’Altro venga inteso in termini di soddisfacimento del nostro essere desiderante è chiaro che non possiamo riconoscere nessuna autonomia e che, quindi, se ci abbandona dobbiamo fermarlo, costi quel che costi, perché l’abbandono smaschera la nostra insussistenza. L’Altro è fondamento biologico dell’esistenza. Una scoperta dimenticata, forse perché italiana, è quella dei neuroni specchio, ha dimostrato con rigore scientifico che il meccanismo cognitivo fondamentale tra gli umani è l’imitazione. È chiaro che la valenza istruttiva dell’ambiente, in condizioni ordinarie, ha un impatto straordinariamente superiore al cosiddetto patrimonio genetico. Dico cosiddetto perché anche il patrimonio genetico risulta condizionato dall’ambiente in maniera decisiva. Se questo vale per la farfalla pensiamo quanto valga per esseri deformi con un cervello ipertrofico o sproporzionato».

Spesso si sente dire “è matto”, come se fosse una giustificazione o una rassicurazione, ma questo spiega qualcosa degli eventi o nulla?

«L’idea che un crimine possa essere “spiegato” dalla follia è un’antica truffa ideologica. I matti delinquono nella stessa percentuale dei soggetti normali. Se consideriamo che gli psichiatrici gravi appartengono alla fascia più svantaggiata dell’intero corpo sociale, ci accorgiamo che si tratta di un dato che andrebbe riletto nella assoluta distanza tra crimine e follia. Il problema è, invece, che qualsiasi crimine efferato, tale da non essere giustificato da un palese vantaggio individuale, particolarmente quando avviene nel nucleo familiare, resuscita la follia come momento esplicativo. Sempre più spesso nelle perizie non si richiede di accertare una condizione di follia, quanto piuttosto di escluderla. E ci dimentichiamo tutti che in Occidente, particolarmente in Italia, la famiglia uccide più della criminalità organizzata e che, pertanto, il tinello di casa è uno dei luoghi più pericolosi al mondo».

Assassini o criminali si nasce?

«No, si diventa con un lungo apprendistato all’interno di vere e proprie scuole criminali che partono, in genere, dalla marginalità sociale di chi non corrisponde alle aspettative e alla progressiva estromissione da ogni contesto propositivo».

Perché qualcuno perde il controllo e altri no?

«Sul piano mediatico vi è una continua celebrazione di promozione e affermazione del sé. La pubblicità inventa quotidianamente oggetti del desiderio tali da supportare questo sé ipertrofico. A rate, continuamente. Sul piano politico, parallelamente, si assiste ad una continua erosione dei diritti, realizzando così una condizione schizofrenica per cui il modello propagandato viene contemporaneamente negato sul piano storico-economico. Una giovane donna che per lavoro pulisce le scale, in nero, ha tre figli e un marito disoccupato. Abbandona la famiglia per inseguire i suoi sentimenti con un altro disoccupato con due figli. Si finisce per creare solo nuovi miserabili».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Check Also

Consumatori e mercato digitale, sviluppare competenze per essere cittadini attivi

Il mercato digitale ha un’enorme importanza al giorno d’oggi. Ci troviamo, ormai, in un mondo …

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi