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“Quando i giudici non indossavano lo spezzato”, aneddoti e riflessioni sulla Giustizia

Un libro sull’esperienza quarantennale di un magistrato e occasione di riflessione sulla Giustizia e su come sia cambiato il modo di essere giudici, il rapporto con gli avvocati e con i cittadini. L’essere magistrato per Piero Cenci ruotava attorno a tre cardini: rispetto della legge, tutela dei diritti e difesa dei deboli. Tutto questo viene raccontato da un libro, “Quando i giudici non indossavano lo spezzato” (Futura edizioni), voluto dai familiari ad otto anni dalla scomparsa del magistrato. Duecento pagine in cui si racconta come è cambiato il sistema giudiziario, l’approccio alla giustizia, la percezione che di questa hanno le persone. Un volume ricco di aneddoti e di spunti di riflessione. Ne abbiamo parlato in questa lunga intervista con il figlio del giudice, Daniele Cenci, anch’egli magistrato in Corte di Cassazione.

“Quando i giudici non indossavano lo spezzato” è un libro che raccoglie una vita da magistrato e non solo. Come nasce questo libro?

«Papà aveva da tempo manifestato l’intenzione di raccogliere in un libro i ricordi della propria vita, professionale (in Pretura e in Tribunale, prima, ordinario e, poi, per più di trenta anni, per i minorenni) e personale: negli ultimi mesi della sua esistenza, malato e consapevole di esserlo, li ha affidati ad un dattiloscritto, la cui stesura lo ha aiutato ad affrontare, insieme all’impegno lavorativo, che non ha mai abbandonato, la sofferenza ed il grave disagio della malattia. Devo sottolineare che, anche se scritto in questo difficile contesto, è un libro pieno di speranza: speranza nel futuro, nella vita, nei giovani. Insieme ai miei familiari abbiamo inteso pubblicare il suo lavoro (ed. Futura, 2017) a scopo di beneficenza, essendo stati i ricavi destinati alla “Casa Famiglia Santa Lucia” di Gubbio, che accoglie minori in difficoltà. Papà aveva anche intenzione, se avesse avuto tempo, di raccogliere in un altro scritto i racconti che gli erano stati tramandati dal padre, carabiniere e partigiano (che gli aveva trasmesso, tra l’altro, i valori del rispetto della legge e della tutela dei deboli), e, forse, anche le “colonne sonore” della sua vita, cioè le canzoni di musica leggera che ricollegava ai vari momenti (infanzia, giovinezza, “boom economico”, primi anni di matrimonio …) e che, talvolta, canticchiando, re-interpetava, anche piuttosto liberamente. Mio fratello Simone ed io non escludiamo di portare a compimento, un giorno, questo ulteriore impegno editoriale».

Cosa dell’esperienza umana e professionale di suo padre, dalla Pretura al Tribunale, dai Minori alla Fondazione antiusura è entrato a far parte di questo volume?

«Tanti episodi di vita e di una Giustizia amministrata in piccole realtà di provincia ed in piccoli uffici, una Giustizia, per così dire, “minore” ma non per questo meno importante per i destinatari cioè per i cittadini. L’arco di riferimento del libro è piuttosto ampio: va dal 1965 – anno di ingresso di mio padre in magistratura – sino al 2009, che è l’anno della morte (tra pochi giorni, il 7 settembre, cade il nono anniversario). Sono anni di grandi modificazioni nel tessuto sociale, economico e politico dell’Italia, modificazioni di cui – naturalmente – risente anche la magistratura».

Possiamo parlare di giustizia mite e riservata?

«Per rispondere occorre una premessa. Oggi molto è cambiato rispetto al mondo descritto nel libro di papà: i piccoli uffici monocratici sul territorio retti da magistrati professionali, altrimenti detti “di carriera” (le Preture, poi sostituite dalle Sezioni distaccate dei Tribunali), sono scomparsi: sono propenso a credere che si sia trattato di un impoverimento per il tessuto sociale ed economico del Paese, che ha solo poche grandi città, essendo per lo più composto da tante piccole realtà. Seppure, allo stato attuale, non sembra riproponibile un modello analogo alla Pretura, sta di fatto che la Giustizia oggi non solo è geograficamente distante dai cittadini, ma anche da gran parte degli stessi sentita come particolarmente lontana e quasi inaccessibile. Inoltre, il dilagare delle notizie, vere o talvolta fasulle, divulgate e, talora, persino urlate tramite i mass-media e i social, e qualche inchiesta che sembra condotta più nelle redazioni dei giornali che nella riservatezza degli uffici non contribuiscono a costruire l’immagine di una Giustizia seria e riservata, che invece sarebbe necessaria per l’utente (la parte nel processo civile e l’imputato e la vittima in quello penale), i quali dovrebbe sapere di potersi affidare al sistema giudiziario. Dei magistrati – persone fisiche oggi, anche grazie ad internet, si può sapere molto, sicuramente troppo: gusti, opinioni, squadra del cuore, ambiente di provenienza, etc. Invece, in un ordinamento ideale il cittadino dovrebbe solo poter dire: “la mia causa è trattata dal Tribunale di A” oppure “le indagini sono dirette dalla Procura di B”, confidando nella valutazione serena e ponderata del suo caso. E tanto dovrebbe bastare. Questo per quanto riguarda la riservatezza. Quanto alla mitezza, una pena mite, naturalmente quando ne ricorrano le condizioni, non è segno di debolezza dell’apparato repressivo dello Stato, ma, al contrario, di forza. Un ordinamento credibile ed autorevole non ha bisogno di pene esemplari, ma di sanzioni che siano giuste, applicate all’esito di processi celebrati in tempi accettabili. Al riguardo, nell’ultimo capitolo del libro si rinviene la radicata convinzione di papà che nessuna tra le soluzioni giuridiche che si possono astrattamente ipotizzare per un caso può essere corretta se essa non è, nel contempo, umanamente giusta. Non a caso, il professor Giovanni Codovini ha intitolato il ricordo di papà (che il lettore potrà trovare nelle prefazioni al libro), “Piero Cenci, il giudice saggio e la giustizia mite”».

Aneddoti di vario tipo, ce ne può ricordare qualcuno ?

«È un libro, come hanno evidenziato gli autori delle prefazioni, specialmente don Fausto Sciurpa e il Presidente Salvatore Sfrecola, che rievoca vari episodi, alcuni comici e altri tristi o che, comunque, fanno riflettere: tra i primi, mi piace ricordare l’ingenuo, insistente, tentativo, nei primi anni di applicazione della legge sul divorzio, di un Presidente di Tribunale di far riconciliare, senza tuttavia dare mai la parola alle persone comparse davanti a lui, la signora ricorrente e l’avvocato di lei, credendo, per errore, fossero marito e moglie; tra quelle amare, la storia di un minore che si sperava strappato alle spire della criminalità organizzata della regione del sud da cui proveniva, ma che poi purtroppo la vita ha ricondotto nella terra di provenienza, dove è finito, tragicamente ucciso in uno scontro a fuoco».

Nel volume c’è tanta ironia, sempre garbata, ma quando si parla di minori c’è un velo di tristezza e il pensiero dell’adulto delinquente come frutto del mancato intervento sul minore, forse un rammarico?

«Probabilmente sì, perché, come diceva il maestro di papà, il Presidente Giorgio Battistacci, che ha concluso la carriera come Procuratore Generale di Perugia, “ogni delinquente adulto costituisce il fallimento di un intervento inesistente o inadeguato del Tribunale per i minorenni”».

 

Dott. Daniele Cenci

Dall’esperienza di suo padre alla sua, cosa è cambiato nel modo di essere magistrati e nell’attività giudiziaria?

«Una risposta approfondita alla domanda rischierebbe di essere molto lunga e di portare lontano. In estrema sintesi ed accettando il rischio di una eccessiva semplificazione, probabilmente la differenza maggiore sta nello spirito con cui i giovani magistrati, un tempo, si accingevano al delicato lavoro del giudicare: senso del dovere e consapevolezza di dover affrontare sacrifici, personali, familiari ed anche economici (anche conseguenti a trasferimenti in realtà lontane e mal collegate), nel tentativo di perseguire, per quanto possibile, con mezzi limitati, la Giustizia degli uomini. Oggi, per una serie complessa di ragioni, che deriva anche dalle aspettative di una società che è molto cambiata, dal tecnicismo di talune discipline, da una specializzazione accentuata, dalla – troppo – diffusa monocraticità delle competenze, da modifiche non sempre ponderate delle leggi di ordinamento giudiziario e soprattutto dall’applicazione che di esse ne fa il Consiglio Superiore della Magistratura, la cui autorevolezza non è immune da vistose pecche, si ha la sensazione – fatte salve naturalmente le debite, lodevoli, eccezioni – che i giovani colleghi che si affacciano alla professione privilegino il pur importante aspetto “tecnico” della decisione, sentendosi dei super-esperti in un dato settore, e quello “statistico”, di “evasione cioè dei fascicoli, che si rende pur necessario a causa dell’aumento del contenzioso e delle maggiori dimensioni degli uffici, con il rischio concreto, tuttavia, di non guardare abbastanza all’uomo che si ha davanti e la cui vita (libertà, patrimonio, onore) si ha nelle mani. Una giustizia oggi, insomma, più “spersonalizzata” e, forse, sempre meno guidata dal dubbio, che, invece, deve necessariamente accompagnare il lavoro del giudice, sino alla decisione».

Come si fa a restare umani, nel senso di guardare alle persone, amministrando la giustizia oppure è proprio l’attaccamento all’umanità che fa essere più corretti?

«Per rispondere mi avvalgo di una citazione. Si tratta di un passaggio del libro di Dante Troisi “Diario di un giudice” del 1955 (che è stato sostanzialmente richiamato in occasione della presentazione pubblica del libro di papà a Città di Castello da Francesco Loschi, giovane collega di eccezionale valore e profonda sensibilità): “Si dovrebbe imporre ai giudici di osservare nell’aula di udienza quanto accade mentre gli altri giudici sono in camera di consiglio. Almeno una volta al mese, mescolarsi alla folla dietro la transenna, guardare gli imputati, i testimoni, gli avvocati; soprattutto guardare gli imputati quando suona il campanello che annuncia il ritorno del collegio per la lettura del dispositivo della sentenza. Non dimenticheranno gli occhi sul crocefisso o sul difensore che pare possa ancora aiutarli, la mano sulla spalla della madre o della sposa, l’espressione di fiducia, di rimorso, la silenziosa promessa di ravvedimento”. Intendo dire che è solo l’humanitas che consente di “filtrare” adeguatamente la tristezza delle vicende che vengono portate alla cognizione del giudice, sia civile (si pensi al contenzioso in materia di famiglia, che più di qualche volta ha implicazioni drammatiche) sia penale, provando talora anche compassione per chi vive direttamente sulla sua pelle il processo, come parte sostanziale (nel processo civile) e come vittima o anche come imputato (nel processo penale) o condannato (nella fase della esecuzione penale), ma mantenendo comunque il necessario distacco, sforzandosi di interpretare in senso conforme alla Costituzione le leggi sempre più oscure che vengono approvate senza sufficiente ponderazione dal Parlamento ed applicandole lealmente nei confronti di tutti, con imparzialità e serietà, senza timori, ma anche senza aspettative di nessun tipo di “ritorno”. In questo delicato lavoro è specialmente necessario che i magistrati guardino gli avvocati, attraverso i quali il cittadino si presenta alla Giustizia, non già come avversari, ma come interlocutori indispensabili, il cui contributo – spesso – è prezioso per l’accertamento della verità».

Nel volume torna più volte l’abito spezzato, ci spiega questa cosa?

«L’abito spezzato è presente già nel titolo del libro. Nel 1965, quando papà fece ingresso in magistratura, il Presidente della Corte di appello lo rimproverò per come era vestito, con giacca blu e pantaloni grigi, poiché a suo avviso era preferibile per un giudice indossare giacca e pantaloni in tinta unita, preferibilmente di colore scuro, a sottolineare la serietà dell’impegno del giudicare: il tema viene ripreso nel capitolo conclusivo, per sottolineare il valore – naturalmente, non certo del colore della stoffa dell’abito, ma – di una simbologia anche esteriore della serietà, dell’impegno, dell’apparire, oltre che dell’essere, del riserbo, persino dell’isolamento sociale che appare opportuno per chi è chiamato al delicatissimo compito di giudicare uomini. Se parlare oggi di isolamento sociale del magistrato, come fa papà, forse è eccessivo, occorre, tuttavia, convenire sul fatto che certo non giovano all’immagine e alla credibilità della Giustizia né la visibilità mediatica dei – pochi – magistrati affetti da censurabile protagonismo né le carriere politiche di coloro che sfruttano in campo elettorale la notorietà acquisita nelle aule giudiziarie».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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