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Quello che le donne non dicono … o non possono dire

«La cosa più difficile è stata essere creduta. Io non avevo prove, non avevo testimoni, non avevo lividi. Una donna che subisce violenza ha sempre un occhio nero, io non avevo neppure un’unghia spezzata. Perché la mia violenza era fatta di pugni sferrati con gli sguardi, di calci dati con le parole, di schiaffi assestati con le assenze, i silenzi e i rifiuti. Era una violenza morale, psicologica. Di quelle che non lasciano segni esteriori, anche se dentro la tua anima è tumefatta e sei peggio di una che agonizza nella sua pozza di solitudine».

È una donna qui che scrive e preciso una cosa: Non tutte le donne sono sante.

Eppure, quelle di Gloria, sono parole di un insetto paralizzato che difendeva il ragno danzante che l’aveva ipnotizzata e prendeva per sé tutta l’attenzione, lasciandola svuotata.

Il primo filo con cui l’ha intrappolata è stato quello dell’insicurezza fisica. Al mattino, pronta ed energica per una nuova giornata di lavoro, Andrea le lanciava un’occhiata di disgusto o strizzava il braccio. Stava zitto, ma era come se dicesse: «Hai la cellulite anche sulle braccia». Incredibile, dopo un’ora di preparativi, una sola occhiata riusciva ad imbarazzarla. Dopo solamente un’ora riusciva a sentirsi nuovamente disordinata, non solo d’aspetto. Iniziando dai suoi punti deboli era riuscito a minare lentamente anche le sue certezze. Non si guardava più allo specchio, per strada camminava ad occhi bassi evitando di incrociare altri sguardi, aveva paura che tutti vedessero le sue braccia “grassocce”, ed entrava in confusione persino se qualcuno le chiedeva un’indicazione stradale. In ufficio cercava di farsi notare il meno possibile, declinava gli inviti delle amiche e aveva rinunciato anche all’ora di pilates. Non faceva più nulla che non fosse per lui.

Finito il lavoro, correva a casa a preparare la cena o a stirare la sua tuta da calcetto, terrorizzata dalle sue minacce ogni qualvolta mancava qualcosa. Ma qualsiasi cosa facesse, era sbagliata. Ad un tratto, il ragno danzante ipnotizzatore voleva intrappolarla nel suo secondo, di una serie, di fili. Iniziò ad essere più violento, e una mattina, invece di stringerle il braccio la afferrò per il collo. Decise di non rimanere ferma, trovò il coraggio di andare dai carabinieri. «Ma l’ha minacciata di morte o no?» le chiese il maresciallo «Signorina, qui non facciamo processi alle intenzioni», mi zittì, facendomi sentire una visionaria matta. «Almeno ce l’ha un referto del Pronto soccorso?».

«No, non ce l’ho, ancora non hanno inventato la Tac per le minacce».

La storia di Gloria, il cui nome è di fantasia, rappresenta l’attesa che anche le istituzioni prendano coscienza di cosa sia e come funzioni davvero la violenza domestica. Che anche le parole possono uccidere. La violenza di genere, d’altronde, ha diverse forme e modalità: quella fisica è più facile e sovente da riconoscere, ci si concentra solo su di essa; ma esistono anche forme di violenza psicologica ed economica, che consistono nel controllo del denaro da parte del partner, nel divieto di intraprendere attività lavorative esterne all’ambiente domestico, al controllo delle proprietà e al divieto ad ogni iniziativa autonoma rispetto al patrimonio della donna. Ed in tutte le sue forme, ha il potere di radicarsi e progredire nella disuguaglianza e nella discriminazione.

La violenza può colpire ciascuno di noi e non ha colore né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa. È la storia di tante donne e di persone non conformi al modello patriarcale che ogni giorno si ribellano a molestie, stalking, violenza domestica, psicologica, sessuale, ma trovano ulteriore violenza nei tribunali.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità rivela che nel mondo il 35% delle donne ha subito violenza. La crisi sanitaria che stiamo vivendo ha accentuato il problema: i dati Istat mostrano una forte crescita del numero di telefonate al 1522 nel primo periodo di lockdown in Italia. Rispetto al 2019, le donne vittime che si sono rivolte al numero antiviolenza 1522 in Lombardia sono aumentate del 25% nel periodo 1° marzo -16 aprile 2020. In Italia i femminicidi sono stati 11 in 11 settimane, ha riportato il Ministero dell’Interno. Tra queste Lorena, 27enne laureanda in medicina, strangolata dal fidanzato infermiere che l’accusava di avergli trasmesso il Covid-19. Il lockdown ha fatto esplodere segnalazioni di violenze e in alcuni paesi europei, gli abusi sono aumentati di circa 1/3. È difficile farsi un’idea precisa dell’impatto della pandemia sulle violenze domestiche in Europa, i dati non vengono raccolti in maniera sistematica. In media 100 donne perdono la vita, uccise da persone a loro vicine. Quattro donne sono state uccise in Spagna dopo il lockdown in un quadro generale di 20 femminicidi dal mese di gennaio. Ma come si fa a telefonare al numero verde per le violenze, sempre in funzione, se chi ti perseguita è lì accanto e controlla ogni movimento? In Spagna basta entrare in una qualsiasi farmacia e dire “Mascarilla 19” (“Mascherina 19”) per denunciare la violenza.

Seguendo l’esempio spagnolo, l’Italia ha lanciato la campagna “Mascherina 1522”, una richiesta di aiuto in codice, un grido silenzioso da pronunciare da parte della donna vittima di violenza nelle situazioni in cui non può spiegare cosa le sta accadendo, per la presenza dell’uomo violento o per qualunque altra ragione. Una formula che faccia capire a ogni tipo di interlocutore – un farmacista, un commerciante, un amico, un vicino, un conoscente – che si ha bisogno di aiuto. In Francia appena il 20% delle vittime di violenza coniugale denuncia l’aggressore, affermando di non sentirsi abbastanza protette dalla giustizia. L’aggressore di Brigitte, altro nome di fantasia, è stato rilasciato due giorni dopo l’attacco, resterà libero per un mese prima del processo. Come misure concrete per garantire l’allontanamento del suo ex partner ha ricevuto solo l’ordine di non avvicinarsi e di non contattarla in alcun mondo. Ma non è sufficiente, come afferma la stessa. Nessuno effettivamente, si è accertato che la sua sicurezza venisse garantita. Nel 2019 il Ministero della

Giustizia francese ha pubblicato un rapporto di 88 femminicidi o tentati assassinii, e quel che preoccupa è che nel 65% dei casi, la polizia aveva già ricevuto denuncia da parte della vittima. Il Ministro della Giustizia, Belloubet, ha riconosciuto che il sistema presenta delle disfunzioni, mancano risorse umane e materiali affinché le vittime di abusi possano essere messe in sicurezza. A fronte dell’aumento dei femminicidi, il 2019 è stato in Francia un anno segnato da proteste, governi ed associazioni hanno condotto tre mesi di confronto terminati con l’annuncio di nuove misure. Altri provvedimenti sono scattati dopo il confinamento. La pandemia ha riportato al centro del dibattito i rischi che molte donne vivono quotidianamente nel luogo in cui dovrebbero, invece, sentirsi più al sicuro, la casa e che tuttavia, nel 93,4% dei casi non denunciano; proprio perché avviene fra le mura domestiche.

Nel rapporto l’Allerta internazionale e le evidenze nazionali attraverso i dati del 1522 e delle forze di polizia – La violenza di genere al tempo del coronavirus: marzo – maggio 2020, si legge che negli ultimi dieci anni i femminicidi hanno costituito un terzo degli omicidi, raggiungendo il 57.1% nel pieno lockdown di marzo 2020. Il quinto obiettivo dello sviluppo sostenibile Onu è l’uguaglianza di genere, un impegno importante. Tuttavia, il Report 2020 evidenzia come la sua implementazione difetti di avanzamenti, tanto che la situazione fa temere che l’uguaglianza fra i sessi sia ancora considerata (come già fu nella crisi innescata nel 2008) un lusso per periodi di prosperità, anziché un diritto.

Il Gender Gap, d’altronde, rappresenta una continua e persistente violazione dei diritti delle donne. Si pensi all’Italia, che in riferimento all’area relativa all’Europa Occidentale, è al 17° posto su 20 Paesi, davanti solamente a Grecia, Malta e Cipro nelle pari opportunità lavorative fra uomo e donna. Solo l’acquisizione di una parità nei diritti, che vuol dire anche parità economica, può essere uno dei possibili antidoti alla violenza sulle donne. Ci chiediamo mai quanto una donna oggi debba sgobbare per il proprio posto di lavoro? È di questi giorni la notizia di una maestra d’asilo licenziata per un video hard diffuso dal suo ex fidanzato. L’epilogo della vicenda è tristemente noto e come in uno sgradevole film dal finale scontato la ragazza da vittima diventa imputata e viene licenziata. Riflettiamo, perché anche questo è violenza; vergogna dovrebbe provarla chi, senza alcun consenso, ha pensato di violare te e il tuo privato per vendetta. Si chiama revenge porn, ed è un reato.

Questo maschilismo inconscio, non solo maschile, spiega le nostre scarse e in fondo poco convinte prese di posizione in tante occasioni, spiega le nostre reazioni di fronte a canzoni o titoli di giornale che in un qualsiasi paese civile griderebbero vendetta e che invece noi accogliamo con un benevolo sorriso, una solidale pacca sulla spalla. Gran segno che ci indica quanto urge una rivoluzione culturale che riconosca il ruolo della donna nella vita e nel lavoro, che rifiuti il concetto di ogni discriminazione e violenza, non solo quella fisica, non solo quella urlata, e soprattutto non solo nella ricorrenza del 25 novembre. Come afferma Mehr Khan direttore del Centro di ricerca innocenti dell’Unicef, nel numero 6 de L’Innocenti Digest, considerando le correlazioni tra i fattori responsabili della violenza domestica (cultura ed economia dei rapporti tra i sessi improntate a dinamiche di forza), le strategie e gli interventi devono essere concepiti come facenti parte di un contesto integrato.

La violenza domestica è un problema sanitario, legale, economico, dell’istruzione, dello sviluppo, e dei diritti dell’uomo. Le strategie devono essere concepite per essere applicate in una grande diversità di aree a seconda dei vari contesti. Soprattutto, tutte le strategie e gli interventi per cercare di lottare contro la violenza domestica devono essere guidate da cinque principi di fondo: prevenzione; protezione; tempestività dell’intervento; ricostruzione della vita delle vittime; assunzione delle proprie responsabilità.

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’associazione “Forum-Lex professionisti in rete” ha organizzato un webinar “Dalle vittime di violenza intrafamiliare agli orfani di crimini domestici: testimonianze, denunce e responsabilità istituzionali”, finalizzato a prevenire e contrastare la violenza di genere e tutelare i minori, in cui sono intervenuti: Nicodemo Gentile, avvocato penalista cassazionista; Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania; Iolanda Ippolito, criminologa investigativa, presidente Forum Lex; Giuseppina Seppini, criminologa, analista forense, emotusologa; Loredana Palaziol, psicologa, psicoanalista Spi e Ipa, perito Tribunale Torino; Sara Ascione, avvocato penalista; Ciro Mayol, psicologo, presidente OdV psicologi per i popoli Campania; Roberta Beolchi, presidente onorario associazione Edela.

Nel corso dell’incontro, Nicodemo Gentile ha evidenziato quanto la violenza parta da una manipolazione emotiva, subdola e soprattutto continuativa. Nelle relazioni tossiche nulla è fatto per il nostro bene. Dalle lusinghe iniziali del love- bombing che portano all’isolamento, alle strategie manipolatorie e intimidatorie per tenerci «al nostro posto», fino alle ingiurie finali: Tutto è volto al soddisfacimento del bisogno di possesso (uso padronale del rapporto) e controllo.

Una manipolazione emotiva incisa anche a colpi di impotenza appresa. Il noto racconto dell’elefante incatenato ad un paletto ci fa meglio riflettere su quanto siamo un po’ tutti come l’elefante del circo: andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la libertà. Allora facciamo come l’elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: non posso e non potrò mai! sviluppando la cosiddetta sindrome della donna maltrattata, ossia il timore o convinzione che siamo noi stessi la causa dell’abuso.

Una totale perdita della realtà. Ci si soffermi a pensare che, spesso la violenza è un comportamento tra cultura e natura del soggetto; si pensi al reato di stalking, entrato a far parte dell’ordinamento penale italiano soltanto a partire dal 2009, come indice di una errata percezione del rischio di reato.

Bisogna lavorare con l’uomo per l’elaborazione di una cultura che vede la donna avanzare e non più schiavizzate dalle mura domestiche (i tempi del capofamiglia); prevenzione è anche imparare a saper vivere con le donne nei diversi ruoli. Ma non basta, non è sufficiente. Purtroppo, ancora oggi la denuncia è sottovalutata, solamente nella giornata del 25 novembre di quest’anno (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) si son contati due femminicidi. Bisogna sì partire da un aspetto culturale, come afferma Iolanda Ippolito, ma soprattutto da un aspetto istituzionale non lasciando l’onere compito di prevenzione, attività di supporto, ed educazione ai soli enti del terzo settore.

È la storia di Maria, nome di fantasia, madre di tre bambini. Maria è una donna vittima di violenza psicologica, fisica, assistita (una violenza silenziosa, che non lascia sui bambini segni fisici evidenti, ma che può avere gravissime conseguenze) ed economica. Maria ha ripreso in mano i suoi sogni, la sua vita, grazie alla famiglia e ad una casa protetta; sì, ma dopo ben sei denunce mai ascoltate. La sera del giorno in cui Maria ha presentato l’ultima denuncia, è stata minacciata di morte.

Dov’è la prevenzione, la protezione? Dov’è la tempestività e il monitoraggio? Tante archiviazioni scaturite dalla non presenza di elementi su cui procedere, ravvisando l’immagine di un’assenza totale dello Stato, omertà e silenzio in caso di responsabilità istituzionali per denunce inascoltate e/o errata procedura adottata dagli operatori.

About Ilaria Montoro

Ilaria Montoro, laureata in Ricerca sociale, Politiche della sicurezza e Criminalità con votazione di 110/110 con lode, dopo aver maturato un percorso di Laurea triennale in Scienze e tecniche di psicologia cognitiva. Sono in possesso dell’attestato del corso in Criminologia clinica e Psicopatologia dei reati passionali ed ho conseguito il Master executive in Cyber Security, Digital Forensics & Computer Crimes.

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