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Renzi, Berlusconi, Grasso e M5S, è iniziata la lunga stagione elettorale

La diciassettesima legislatura si avvicina alla sua naturale scadenza, ma la campagna elettorale è iniziata da tempo: leader che non si ricandidano, vecchi politici che tornano in campo, nuove formazioni che nascono. Per capire meglio il clima politico ed elettorale abbiamo rivolto alcune domande ad Alessandro Campi, professore all’Università di Perugia, studioso dei partiti e movimenti politici e della storia del pensiero politico, nonché editorialista per “Il Messaggero” e “Il Mattino”.


Professore, il Paese si appresta a vivere una campagna elettorale di fuoco, si può immaginare che dalle urne non uscirà un vincitore in grado di formare il governo e si ripresenterà l’ipotesi delle larghe intese?
«La possibilità di uno stallo parlamentare, con questa legge elettorale e con gli attuali rapporti di forza tra partiti, è molto reale. Difficilmente un solo partito o una sola coalizione riuscirà ad avere la maggioranza. Il che non significa che il governo di larghe intese o la grande coalizione tra Pd e Forza Italia sia l’unica soluzione possibile. Tra l’altro, è un’ipotesi che i diretti interessati (Renzi e Berlusconi) continuano a smentire, dicendo di non voler fare alcun governo insieme dopo il voto. Bisogna considerare, quindi, anche altri scenari: un governo di minoranza, una governo del presidente, un esecutivo tecnico appoggiato dall’esterno da una maggioranza eterogenea, ecc. Oppure si può anche pensare ad un governo di coalizione, ma diverso da quello sin qui ipotizzato. Perché escludere ad esempio che il Pd, incalzato dal nuovo movimento politico guidato da Pietro Grasso, possa spostare a sinistra l’asse della sua politica e provare a governare con il M5S. Sarebbe la formula tentata nel 2013 da Bersani e naufragata per l’intransigenza dei grillini. Ma i tempi sono nel frattempo cambiati e questi ultimi potrebbero anche essere tentati dall’avventura del governo».
Il Cavaliere è tornato in campo, vecchio, con meno mordente, ma ancora in grado di scompaginare la situazione politica?
«Il mordente è quello di sempre, ma anche le battute, le proposte politiche, la formula di coalizione sono sempre le stesse. Il centrodestra non si è minimamente ammodernato. E se oggi il Cavaliere è tornato ad essere decisivo è solo perché nel frattempo è miseramente naufragato il progetto riformatore e modernizzatore portato avanti da Renzi».
Le elezioni sanciranno il destino di Renzi?
«Starei attento nel dare il segretario del Pd per spacciato. Al momento del voto, quando gli italiani dovranno decidere se affidarsi all’avventurismo dei grillini, al Cavaliere redivivo e alla sua coalizione traballante, ovvero alla sinistra-sinistra guidata da Grasso, ma telecomandata da D’Alema, potrebbero anche decidere – fatta salva l’astensione – che la proposta del Pd renziano è ancora quella più affidabile. Certo, se il Pd dovesse arrivare terzo, per dirla col linguaggio sportivo, anche in virtù della buona affermazione della compagine nata nel frattempo alla sua sinistra, la carriera di Renzi potrebbe dirsi malamente terminata. Ho anzi l’impressione che la cosiddetta sinistra-sinistra stia correndo proprio con questo obiettivo, al tempo stesso ambizioso e vagamente suicida: far perdere malamente Renzi, a costo di far vincere Berlusconi o Grillo, con l’idea di costringerlo alla resa e di mandarlo finalmente a casa».
L’incognita (non più tanto) dei Cinque stelle?
«Il M5S non è più un’incognita, ma una certezza. Il partito, anche se non vogliono definirsi così, si è ormai radicato anche organizzativamente e può contare su un voto (d’appartenenza e d’opinione) sufficientemente stabile. Molto dipenderà, quanto al risultato elettorale, dal tipo di campagna che verrà fatta. In questa fase il M5S, attraverso Di Maio, sta cercando di trasmettere un’immagine di sé tranquillizzante e pragmatica. Lo dimostrano gli incontri con il mondo produttivo e delle imprese, con le diverse categorie sociali, ecc. Si sta costruendo una rete di consenso che per governare è, ovviamente, necessaria. La scommessa del M5S è essere il primo partito, anche se questo – dal punto di vista costituzionale – non costituisce un obbligo per il Capo dello Stato al momento di affidare il compito per la formazione del nuovo governo».
Grasso e l’ennesima formazione di sinistra raccoglieranno consensi?
«I sondaggi, dopo la presentazione ufficiale del partito e del suo logo (peraltro di una povertà grafica sconsolante, oltre ad essere stato malamente copiato dal simbolo di Emergency), oscillano intorno al 6%. Ma anche in questo caso conterà molto la campagna elettorale che Grasso, nominato leader, saprà condurre. Sino ad oggi ha avuto vita facile. Lo hanno scelto, gli si è data la possibilità di tenere il suo discorso dinnanzi ad una platea amica di militanti, è andato in televisione senza contraddittorio. Ma quando inizierà lo scontro elettorale vero e proprio le cose cambieranno. Non avendo una vera e propria esperienza politica (è stato Presidente del Senato, dove però ogni movimento e ogni parola vengono gestiti dalla tecnostruttura), riuscirà ad essere convincente, riuscirà a tenere i ritmi richiesti da una campagna elettorale? I precedenti, in realtà, non sono confortanti. Penso al naufragio di Ingroia. Così come non è andata bene a chi, utilizzando la poltrona della Camera, si è fatto a suo volta un partito: penso in questo caso a Fini».
La Russia sembra che influenzi qualsiasi tornata elettorale planetaria, avrà un ruolo anche in Italia?
«I russi sono specializzati da sempre nella propaganda e nella controinformazione. Ma da qui a decidere i risultati elettorali ce ne corre. Ho l’impressione che si attribuiscano alla forza condizionante di Putin e alla sua cattiva influenza processi e risultati che, semplicemente, sono il frutto delle contraddizioni che da anni agitano le democrazie occidentali. I populismi e i movimenti di protesta, nati ovunque in Europa, non sono un parto dell’intelligence russa, anche se quest’ultima può essere oggettivamente interessata alla destabilizzazione dei nostri sistemi politici. Tutta questa polemica sulle fake news francamente mi convince poco».
Come vede l’Umbria in queste elezioni?
«L’Umbria, a livello politico nazionale, ha sempre contato molto poco. Sarà così anche con le prossime elezioni».
Lei è uno studioso di Machiavelli e de Il Principe, vede delle affinità tra quanto descritto dall’autore fiorentino tanti secoli fa e la situazione attuale dell’Italia?
«Dei francesi, dopo la calata di Carlo VIII, Machiavelli diceva che si erano presi l’Italia col gesso. Nel senso che erano avanzati senza trovare alcuna resistenza. Se dalla dimensione militare passiamo a quella economico-finanziaria, dopo cinquecento anni dobbiamo ammettere che i francesi stanno conquistando pezzi crescenti e sempre più importanti del nostro tessuto industriale, finanziario e produttivo. Se continua così, diventeremo una loro colonia».
Renzi paragonato a Mussolini, il fascismo rialza la testa in tutta Europa, la democrazia si basa sull’antifascismo più che sulla libertà, le bandiere del Reich prussiano sono naziste, basta pensarla diversamente dalla cultura dominante per essere etichettati come fascisti. Veramente viviamo tempi così cupi come il primo dopoguerra?
«Sotto elezioni, specie quando manca un vincitore e tutti hanno paura di perdere, se ne sentono di ogni tipo. Questa polemica sul ritorno del fascismo – anzi, del nazi-fascismo – alla stregua di un pericolo politico io la considero una grande bolla politico-editoriale che si giustifica appunto con l’imminenza del voto. Certi paragoni, come quello tra Renzi e Mussolini, fanno davvero ridere e non hanno alcuna base storica e politica. Si diceva che Renzi fosse animato da uno spirito autoritario perché aveva personalizzato il Pd e messo ovunque il suo nome. Ma allora cosa dovremmo dire del nuovo partito creato dai suoi oppositori di sinistra, sul cui logo campeggia appunto il nome di Pietro Grasso. Esiste allora una personalizzazione politica buona (la propria) opposta a quella cattiva degli avversari (ieri Berlusconi, oggi Renzi). Non siamo, insomma, negli anni Venti del Novecento, come ha detto con troppa leggerezza Walter Veltroni. Anche se questo non significa che le democrazie godano di buona salute. Ma ciò che oggi le minaccia non è il fascismo (che suggestiona politicamente solo frange molto marginali e politicamente insignificanti), ma a loro incapacità a dare soluzione ai problemi dei cittadini».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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