Dieci anni fa la studentessa inglese Meredith Kercher veniva trovata morta nella sua stanza in via della Pergola a Perugia dove si trovava per un corso all’Università per stranieri. Era nuda, nascosta sotto ad un piumone, con un taglio alla gola.

Per quell’omicidio è stato condannato Rudy Guede, mentre Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono stati assolti dopo cinque gradi di giudizio.

“Reperto 36” di Alvaro e Luca Fiorucci (Morlacchi editore) ripercorre l’intera vicenda sin dalle prime battute per arrivare all’appendice con le sentenze integrali, fino a quella finale che assolve i due ex fidanzati pur collocandoli sul luogo del delitto. Un libro che appare come una guida per muoversi nell’intricata vicenda processuale. Alla presentazione presso il centro culturale Mirò di Perugia hanno partecipato Giuliano Mignini e Manuela Comodi, sostituti procuratore della Repubblica di Perugia, gli autori Alvaro e Luca Fiorucci, l’avvocato Nicodemo Gentile, difensore di Rudy Guede. L’incontro è stato coordinato da Riccardo Marioni e ripreso dalle telecamere di Umbria TV per la messa in onda in differita.

A dieci anni dal delitto e dopo sei gradi di giudizio (oltre ad almeno tre pronunce del Riesame e della Cassazione sugli arresti) il discorso si è subito incentrato proprio sulle decisioni della Cassazione: la prima che ha annullato l’assoluzione in Corte d’appello, la seconda che ha definitivamente assolto i due imputati, ma senza rinviare al giudice di merito. Commettendo, secondo i due pubblici ministeri che hanno accettato comunque la decisione, una irregolarità che la Suprema corte non si può permettere.

Il parere del pm Mignini. «È l’aspetto più importante della vicenda. L’ultima sentenza fa riflettere – ha esordito il magistrato – I processi italiani sono caratterizzati dall’impugnazione, quindi, è normale che le sentenze siano ribaltate. L’opinione pubblica dovrebbe saperlo e comprenderlo, oppure eliminiamo l’impugnazione come nel sistema USA e lasciamo il giudizio ad una giuria popolare – ha proseguito Mignini – Nell’andamento di questo processo non posso rilevare particolari anomalie. Le indagini sono durate sei mesi, non sono state chieste particolari azioni difensive o perizie. Il primo grado è durato un anno davanti ad un magistrato stimato con una condanna che ha seguito lo sviluppo processuale. In Appello si è deciso di rinnovare dibattimento e prove scientifiche. Con una sentenza che ha confermato la calunnia, ma ha assolto gli imputati. In Cassazione quell’appello è stato annullato. Con nuova condanna a Firenze – ha concluso il pm – L’ultima assoluzione mi lascia perplesso per alcuni passagi non conformi alle risultanze e in contrasto con la precedente decisione della Sezione di Cassazione. L’ assoluzione è con formula dubitativa senza rinvio, i giudici della Corte, quindi, si sono sostituiti al giudice di merito. Non è stato preso in considerazione un assioma semplice: se Amanda e Raffaele erano lì, nella casa del delitto, quanto meno hanno mentito dicendo che erano insieme a casa di Sollecito. La notte del delitto, la notte di Halloween, non erano insieme. Amanda con un amico greco e Raffaele ad una festa di laurea. Il racconto del clochard Curatolo, quindi, era vero perché li pone sul luogo del delitto il giorno dopo».

Sul rinvio secco, senza rimandare ad altro Corte d’appello è intervenuto il giornalista Alvaro Fiorucci.

«La vicenda processuale è complicata e un altro giudizio sarebbe stato necessario per stabilire delle certezze sul delitto – ha detto Fiorucci – Da cronista mi interrogo su un elemento: probabilmente l’arresto è stato precipitoso? Se si fosse indagato più a lungo su Amanda e Raffaele forse avremmo avuto un percorso meno tortuoso? Da cronista avrei spiato gli indagati per vedere se emergevano elementi a favore dell’innocenza o della colpevolezza».

Sulla ricostruzione delle indagini, e sugli arresti, è intervenuta Manuela Comodi

«L’impianto probatorio è stato criticato solo dalla Seconda sezione. Ho studiato gli atti quando sono stata affiancata al collega Mignini, non avendo partecipato direttamente alle indagini e posso affermare che sono state svolte scrupolosamente – ha detto il pubblico ministero – Quanto agli arresti ritengo che erano obbligatori a fronte di un impianto accusatorio più che sufficiente. Gli indizi erano già gravi e Amanda accusando Lumumba aveva ammesso di aver partecipato all’omicidio. Poi avrebbe potuto prendere un aereo e tornare negli USA. Ulteriori indagini non sarebbero state possibili per la fuga di Amanda».

Il pm Mignigni ha affermato che «il fermo è stato disposto sulla base di quanto raccolto nelle indagini e lo rifarei – ha detto Mignini – Il Riesame e la Cassazione hanno respinto i ricorsi contro le misure cautelari. Negli Stati Uniti hanno difficoltà a comprendere che un fatto avvenuto in un paese deve essere giudicato in un processo che si svolge in quel paese. I cittadini statunitensi che commettono un crimine in Italia devono essere giudicati in Italia. Le interferenze mediatiche sono state tante. L’opinione pubblica è stata fortemente orientata. Come nel caso delle accuse alla Scientifica adombrando l’ipotesi che abbia lavorato male. Quando non è così e la prova viene da quanto scritto nelle sentenze della Cassazione».

È toccato all’avvocato Nicodemo Gentile fornire un quadro della vicenda da un’altra ottica.

«Quella che è stata consegnata è una verità processuale ben lontana da quella storica. Noi eravamo spettatori, ma interessati. Rudy ha scelto il rito abbreviato, ma è stato chiamato in causa, è stato sentito più volte – ha detto l’avvocato – La Cassazione è stata ingenerosa nei confronti degli investigatori e si è concessa molti lussi. È la V Sezione che pone Amanda nell’appartamento. In quella casa c’è un’attività successiva al delitto che non vede Rudy protagonista. Il gip Micheli dice che Rudy non c’era quando Mez viene spogliata e il sasso tirato per simulare l’effrazione. Non c’era quando si è cercato di fare pulizia. Di Rudy sappiamo che era lì perché c’è l’impronta della sua mano sul cuscino, ma è anche vero che ha sempre detto di aver sentito Meredith litigare con Amanda per la sparizione dei soldi dell’affitto. La Cassazione, però, non trae le giuste conseguenze di quanto esposto dagli elementi di prova e dalle testimonianze. Forse la giustizia italiana ha pensato che era il momento di chiudere il caso».

Su questo punto è intervenuto Alvaro Fiorucci, ricordando come la conclusione della vicenda sia «la fotografia della giustizia italiana. Mai vista tanta folla ad attendere una sentenza. Una vicenda che ha avuto un impatto forte sulla città, ma è scorretto parlare di delitto di Perugia, sarebbe meglio dire delitto a Perugia. Poteva avvenire ovunque, non è stato partorito dalla città».

Il delitto Mez ha spaccato la città, tra innocentisti e colpevolisti, tra chi dipingeva una Perugia vittima di droga e festini e chi negava tutto. Per Luca Fiorucci, giornalista, «la vicenda assunse una dimensione sempre più grande. Come giornalisti abbiamo indagato cercando testimoni e portandoli alle autorità. Facendo il nostro lavoro ci siamo ritrovati allineati con la Procura, ma non si poteva annoverarci tra i colpevolisti. Riportavamo prove e testimonianze, la giustizia ci ha dato una soluzione diversa. Pur con tante discrepanze».

Nel corso dell’incontro si è parlato anche di due reperti sui quali si è dibattuto molto nel processo: il gancetto e il coltello.

Su entrambi il pm Manuela Comodi ha fatto chiarezza: «Il gancetto è stato repertato subito, non 40 e passa giorni dopo come si è detto; è stato reperato il giorno degli accertamenti, ma non prelevato subito. Non era né possibile né necessario asportare tutti i reperti trovati dal gabinetto della scientifica di Perugia. Quando in seguito è intervenuto il personale da Roma, è stato fatto un filmato di tutta la casa e di tutti i reperti. Molti dei quali erano intrisi dal sangue della vittima; voi non immaginate quanto sangue c’era sul luogo del delitto – ha ricordato Comodi – Dal filmato gli esperti hanno visto che c’era il gancetto ed è stato subito prelevato con altri reperti. Tra i due accessi è entrata solo la polizia giudiziaria con camice, calzari e cuffie. La casa era sigillata e non poteva essere inquinata. Poi non confondiamo la possibilità di inquinamento e l’inquinamento reale. Quanto al coltello le risultanze scientifiche parlano da sole».

La parola conclusiva ad Alvaro Fiorucci e al coltello, presunta arma del delitto. «Il coltello trovato a casa di Sollecito è il reperto 36. Dagli esami specialistici risulta riportare tracce di sangue di Mez e di Amanda – ha concluso Fiorucci – Il reperto 36 da possibile arma del delitto è diventato un qualcosa di estraneo al processo. Le risultanze scientifiche non sono state prese in considerazione». Un altro mistero nel mistero che da dieci anni interroga la città di Perugia.

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Leave a reply