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Responsabilità medica, cosa cambia con la riforma tra elementi penali e aspetti risarcitori

La riforma intervenuta con la Legge Gelli–Bianco in materia di responsabilità medica, ha sostanzialmente modificato la natura giuridica della predetta responsabilità al fine di apprestare maggiori garanzie al paziente che subisce un danno da malpractice sanitaria e ciò, in attuazione dell’art. 32 della Costituzione.

Reati penali. In particolare, per quanto riguarda il settore più strettamente penalistico, è stato introdotto nel nostro Codice Penale l’art. 590 sexies, il cui titolo recita: Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”. La norma in commento, abroga l’art. 3 della c.d. Legge Balduzzi, escludendo a priori qualsiasi riferimento al grado della colpa. L’art. 590 sexies c.p. afferma che “se i fatti di cui agli artt. 589 e 590 c.p. sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste, salvo quanto disposto dal II comma. Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico assistenziali sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”.

Da un’attenta lettura della normativa in commento, si evince chiaramente che la portata innovativa dell’art. 590 sexies c.p., è da identificarsi nel secondo comma laddove prevede una vera e propria causa di non punibilità qualora ricorrano tre requisiti e cioè: 1) l’evento dannoso ascrivibile all’imperizia del medico; 2) l’osservanza delle linee guida; 3) l’adeguatezza delle linee guida alla specificità del caso concreto. La norma de quo, se da un lato apporta una concreta modifica a quanto prevedeva e disciplinava in merito la Legge Balduzzi, la quale, come tutti noi sappiamo, ricollegava l’esistenza della responsabilità medica solo per colpa grave se lo stesso professionista si fosse attenuto alle linee guida, dall’altro lato crea una contraddizione che genera non pochi problemi ai fini della concreta applicazione della stessa norma penale. Infatti, non risulta comprensibile quando il medico agisce con imperizia nel momento in cui osserva le linee guida o, in ogni caso, le raccomandazioni clinico–assistenziali. Naturalmente così facendo, si attribuisce estrema importanza alle c.d. linee guida la cui determinazione è rimessa espressamente alle società scientifiche ed agli Istituti di ricerca, individuati con decreto dal Ministero della Salute ed iscritti in un apposito elenco definito dallo stesso Ministero. Tale previsione normativa, legittima le società scientifiche a fissare, nell’ambito della loro discrezionalità, i casi in cui ricorre la responsabilità del medico ed, allo stesso tempo, tendono a spersonalizzare l’attività dell’esercente la professione sanitaria.
Gli aspetti civilistici. L’impianto legislativo, per ciò che riguarda il settore civilistico, ha trasformato la responsabilità contrattuale del medico, nascente dal c.d. contatto sociale del professionista con il paziente e quindi da un contratto d’opera professionale, in responsabilità extracontrattuale prevista e disciplinata dall’art. 2043 c.c., rendendo così più gravoso l’onere probatorio per il paziente, il quale sarà chiamato a dimostrare la condotta colposa del professionista, il nesso di causalità e l’evento dannoso. Infatti, qualora si possa ipotizzare l’esistenza di una responsabilità extracontrattuale in capo all’operatore sanitario, l’onere della prova incombe sul danneggiato. A tale proposito, è indispensabile sottolineare che troverà comunque applicazione il principio di c.d. vicinanza della prova di origine giurisprudenziale, il quale afferma che la prova deve essere fornita dalla parte che ha maggiori conoscenze tecniche e quindi dal medico, le quali gli permetteranno di dimostrare di avere agito diligentemente e che l’esito dell’intervento era imprevisto ed imprevedibile. In aggiunta a tali considerazioni, vi è da dire che più breve è il termine prescrizionale rispetto alla responsabilità di natura contrattuale che invece grava sul medico nel momento in cui costui ha stipulato espressamente un’obbligazione contrattuale con il paziente stesso; tanto è vero che nel caso di illecito aquiliano, il termine di prescrizione entro il quale il paziente può fare valere il diritto in giudizio è pari a cinque anni. Al contrario, il rapporto che intercorre tra paziente e struttura sanitaria sia pubblica che privata, è da ricondursi nell’alveo della responsabilità di tipo contrattuale con conseguenziale applicazione dell’art. 1218 c.c. e dell’art. 1228 c.c.. In tale ultima circostanza il paziente sarà chiamato a dimostrare l’assunzione dell’obbligazione da parte della struttura ed il relativo inadempimento ed il termine prescrizionale sarà pari a dieci anni. Naturalmente, è da considerarsi più conveniente per il paziente agire giudizialmente nei confronti della struttura sanitaria, al fine di beneficiare di una minore gravosità dell’onere probatorio e di un termine di prescrizione più lungo rispetto a quello richiesto in materia di responsabilità extracontrattuale del singolo operatore sanitario che come abbiamo visto è pari a cinque anni.

Doppio binario. Dalle predette argomentazioni, si può dedurre l’esistenza del c.d. doppio binario della responsabilità e cioè da un lato s’invoca la responsabilità extracontrattuale gravante sul medico in quanto tale e dall’altro la responsabilità di tipo contrattuale a carico sia delle strutture sanitarie pubbliche o private e sia dei liberi professionisti con tutte le conseguenze sopra analizzate.

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