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Responsabilità o colpa?

Non appena arrivai, anni fa, negli Usa, immediatamente sentii un’aria particolare, aria di libertà vera, di poter creare, vivere a modo proprio.

L’Italia, ogni volta che ci tornavo, invece, dava una sensazione di soffocamento, di mancanza di aria.

Sto pensando da tempo a questa differenza, cercando di capirne i motivi. Di recente mi sono sempre più resa conto del modo di pensare e agire nel nostro paese, un modo antitetico a quello di altre società, un modo che non posso definire costruttivo.

Vige in Italia il concetto di perfezione innata, occorre sapere fare tutto e farlo alla perfezione, senza che nessuno te lo insegni, pena in caso di errore: la morte.

Mi spiegherò meglio con esempi.

Se in una azienda pubblica o privata un dipendente sbaglia in alcune società, come ad esempio quelle anglosassoni, lo stesso viene chiamato dai superiori per cercare di capire la responsabilità dell’errore, che può essere sia di chi ha sbagliato, ma anche di altri e/o di errori altrui. L’errore serve come esempio per non farlo di nuovo, senza colpevolizzazione di colui che lo ha commesso.

Dai propri errori si impara. Ciò permette di lavorare con serenità, sapendo che se si commettono errori involontari a questi c’è rimedio o possono essere utili per migliorare il modo stesso di lavorare. Tutto ciò in un sistema organizzato in modo da non gettare le persone ad inventarsi i lavori, ma fornendole di preparazione adeguata ai compiti da svolgere.

Da noi da sempre i lavoratori sono buttati nell’arena sprovvisti di armi, nessuno offre loro un minimo di preparazione, almeno fino ad oggi così è stato. Le procedure cambiano da un luogo all’altro, per forza! Sono affidate alla fantasia ed al buon senso di chi viene messo a gestirle. Una mia amica appena giunta dagli Usa si occupava di migliorare la resa delle aziende e girando alcune aziende in Toscana, anche non piccole e produttive, si stupì che gli operai maneggiassero le macchine senza saperne nulla, senza che alcuno avesse spiegato loro come fare. Questa mancata preparazione incideva sulla sicurezza ed anche sulla produttività perché sapendo manovrare bene le macchine aumentava anche la velocità e la resa del lavoro.

Questi lavoratori, così come gli studenti cui non vengono spiegate le materie, ma gli viene solo ordinato di studiare, salvo poi interrogarli e dare brutti voti se non hanno capito, affrontano come meglio possono mansioni sconosciute, con rischi per la loro sicurezza e abbiamo così il doppio effetto di rendere non solo insicuro, ma anche difficile e poco redditizio il lavoro svolto.

In caso di errore poi si scatena la caccia alla colpa, non la visione laica della responsabilità per individuarla, curarla e conservare il positivo che si è comunque costruito, no la caccia all’errore colpevole che scatena punizioni apocalittiche. Non stupisce che vi sia la fuga a negare le proprie responsabilità, perché non sono tali, non sono umani errori, ma colpe incise nella carne, apocalissi che cadono sul disgraziato che ha sbagliato dopo aver tentato di fare il suo meglio.

La dimensione in cui si vivono i fatti del quotidiano, i lavori in Italia è sempre apocalittica, mai umana e concreta. In questa apocalissi non può esserci posto per il recupero, per rimediare agli errori, solo per la espiazione del reo.

Non stupisce che questo modo di pensare, non laico, ma chiaramente confessionale, renda impossibile una conduzione efficace della nazione, renda impossibile un confronto leale, renda impossibile fare crescere i cittadini come adulti responsabili, ma li mantenga sempre dei bambini colpevoli.

Si tenterà sempre di scappare dalle colpe e non si prenderanno mai delle responsabilità per crescere e fare crescere, si cercherà di essere sempre obbedienti soldatini e non si costruirà mai nulla di nuovo. Nessuno mai ti correggerà nei tuoi errori o se lo farà sarà per distruggerti e la verità dei fatti, la semplicità del vivere diventano chimere affondate nel tentativo di apparire senza macchia.

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