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Rischiare la vita per un selfie

Le morti per un selfie “estremo” rappresentano un fenomeno allarmante. Per capire che si tratta di un fenomeno preoccupante, partiamo da fatti concreti. Il 16 settembre del 2018 – un sabato sera – Andrea, un ragazzo di 15 anni, è salito sul tetto del centro commerciale di Sesto San Giovanni. Voleva scattare una foto da postare sui social, ma è precipitato da quaranta metri nella condotta di areazione e ha perso la vita.

Questo non è l’unico caso. Ce ne sono molti altri, in tutto il mondo. Si tratta di un fenomeno in crescita. Per parlarne, si è addirittura creato un neologismo: killfie (kill + selfie). Come riportato nel Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes, in sei anni (dal 2011 al 2017) sono morte 259 persone a causa di questi autoscatti pericolosi. Nella maggior parte dei casi le vittime sono adolescenti. In realtà, il fenomeno è ancora più esteso poiché i dati raccolti riguardano il numero di vittime, non considerando i casi in cui i giovani si salvano ma stavano rischiando la propria vita. Solo pochi mesi fa, a Bologna, dei giovani si sono posizionati tra i binari di una stazione ferroviaria per scattare delle foto e mostrarle ai propri amici postandole sui social. I ragazzi si sono salvati grazie all’intervento tempestivo del capotreno, ma se la sono vista brutta. Tra l’altro, il macchinista alla guida del treno che stava per giungere, avvistato da un collega appena transitato in quel tratto di rete ferroviaria, ha rallentato, fino a fermarsi una volta giungo al bivio, dove ha visto i quattro ragazzini.

Ma cos’è che spinge questi giovani a compiere gesti così pericolosi? Forse l’incoscienza, l’immaturità? Probabilmente è così. Ed è per questo che alcuni esperti suggeriscono di intervenire anzitutto facendo formazione nelle scuole, in modo tale da far capire che non si è più coraggiosi degli altri se si compiono questi gesti. Quindi sicuramente ci sono incoscienza e immaturità, ma che derivano da una mania di protagonismo e dalla volontà di dimostrare agli altri di essere più bravi e più coraggiosi – insomma – di essere migliori. La colpa, però, non è solo dell’incoscienza dei giovani di oggi. Queste tragedie (o quasi) accadono anche perché traducono aspetti negativi della società odierna.

E qui sfociamo in altre tematiche, che però sono collegate al tema in questione. Pensiamo ad esempio al bullismo. Il fatto che un ragazzo venga emarginato dal contesto sociale in cui vive – come può essere l’ambiente scolastico – aumenta le probabilità che quel ragazzo metta in pericolo la propria vita per mostrare le proprie capacità e quindi per farsi accettare. A mio parere, il più delle volte c’è anche omertà. Anche questo è un fattore preoccupante poiché è sempre più diffuso, anche in altri contesti sociali. Queste tragedie rappresentano anche l’uso non corretto dei social network. Si trascorrono le ore con lo smartphone al punto che esso diventa indispensabile e lo diventano anche i social network. Si vive per postare foto su Facebook, storie su Instagram etc.

Occorre, però, discernimento. Non si può paragonare la VITA alla “vita” dei social. Postare delle foto o pubblicare delle storie di per sé è anche divertente, ma lo è se non diventa una fissazione. Fissazione che può portare addirittura a compiere gesti pericolosi per dimostrare il proprio coraggio. Ma quale coraggio? Evidentemente, c’è una distorsione o un fraintendimento del significato di questa parola. Il coraggio non è postare delle foto che, fondamentalmente, sono qualcosa di fittizio, non rappresentano realmente la persona. Al contrario, il coraggio è quello di vivere nella realtà.

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