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Rispetto e società civile, fermare la violenza non è solo questione di leggi

È in vigore dal mese di agosto l’ultima legge n. 69/2019 ormai nota come Codice rosso che ha il fine di rendere rapido ed efficace l’intervento penalistico per garantire la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. E’ un provvedimento sollecitato a gran voce per gestire la “chiassosa visibilità” della violenza di genere, soprattutto dopo la sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte di Strasburgo (CourEdH Talpis 2 marzo 2017).

I giudici della Corte dei diritti umani hanno, tra l’altro, sottolineato “gli atteggiamenti socio culturali di tolleranza nei confronti della violenza domestica”, come in precedenza emerso dal rapporto Onu (Cedaw 2011) in cui il relatore speciale delle Nazioni unite aveva riscontrato l’esistenza di stereotipi sessisti nei mass media italiani e nel settore pubblicitario e da qui, l’esortazione ad intervenire

Fermare la violenza non è solo una questione di leggi

L’Italia, come ogni altro Stato che ha ratificato la Convenzione contro la violenza di genere, riconosce che esiste “il diritto di tutti gli individui, e segnatamente delle donne, di vivere liberi dalla violenza sia nella vita pubblica che privata” e si è impegnata ad “adottare le misure legislative e di altro tipo necessarie per promuovere e tutelare” questo diritto (art. 1 COE Istanbul 2011).

E’ chiaro che non è solo una questione di leggi, ma ciò che conta è la volontà di scegliere ed utilizzare ogni tipo di “misura utile”.

Il sistema normativo è “ottimo e abbondante” dato che le norme interne vengono integrate e coordinate con quelle europee. E’ necessario, invece, puntare sulla prevenzione e sul cambiamento culturale e sostenere la crescita personale e la preparazione professionale di tutti noi che viviamo in una società dove “portare rispetto” verso l’altro è ormai un atteggiamento raro.

E’ necessario portare rispetto, anche per evitare di provocare una vittimizzazione secondaria.

L’importante ruolo della stampa

La Convenzione di Istanbul sul contrasto alla violenza di genere, affida alla stampa un ruolo fondamentale formulando da un lato, l’appello ad attuare politiche di educazione ed istruzione e dall’altro, un vero e proprio ordine di promuovere campagne e programmi di sensibilizzazione per aumentare la consapevolezza … delle varie forme di manifestazioni di tutte le forme di violenza … e delle loro conseguenze sui bambini (art. 13 COE).

Nell’ attività di contrasto alla violenza di genere possiamo incominciare proprio dalla responsabilità della stampa, non tanto per quello che fa, ma per quello che potrebbe, anzi dovrebbe fare.

La (nuova) protezione del dato personale

La cronaca di questi giorni mantiene in prima pagina gli episodi di violenze varie sino alla uccisione di donne (e talvolta di figli) da parte di persone conosciute o facenti parte della famiglia.

E’ pur vero che nella esposizione della notizia di cronaca accade che sulla “riservatezza” della vittima prevalga la volontà di pubblicare tutta una serie di dettagli ed informazioni per soddisfare la curiosità dei lettori o del pubblico in senso lato.

Come insegna anche la Corte di Strasburgo lo “scopo di aumentare le vendite del giornale” non può essere considerato “un contributo ad un dibattito di interesse generale della società” (CourEdH Brink c. Lituania 25.11.2008).

A ciò si aggiunga che la pubblicazione – attraverso i mezzi di comunicazione di massa – di informazioni personali sulla persona offesa dai delitti sessuali (quali le generalità o le immagini) esige il suo consenso, altrimenti concretizza una attività illecita sanzionata dall’art. 734 bis del codice penale.

Non finisce qui!

Come è noto il valore del dato personale ha ricevuto dal maggio 2018 l’operatività del Regolamento UE n. 2016/679 quale nuovo strumento di protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali.

Sotto il profilo che qui interessa, l’azione di armonizzazione con il Codice privacy ha portato alla nuova redazione del Titolo XII Giornalismo, libertà di informazione e di espressione (art. 136 e 137 D.lgs. 196/2003)

Ne consegue che la redazione della notizia di cronaca deve tener conto del codice privacy e deve essere resa nota nel pieno rispetto delle “Regole Deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica” precisate nella Delibera del Garante Privacy del 29.11.2018 (G.U. 4.01.2019).

L’osservanza da parte della stampa del preciso puzzle normativo consente di evitare una “vittimizzazione secondaria” che anche a causa della indicizzazione potrebbe provocare dei danni gravi e permanenti.

Si pensi anche alla reiterazione del dramma dei figli delle vittime, che una volta cresciuti si potrebbe trovare davanti a resoconti di cronaca, eccessivi nelle informazioni e nella descrizione di dettagli.

In sintesi, non è una questione di leggi, ma di rispetto della persona.

Il rispetto

Il rispetto non sta scritto nelle leggi, ma di certo nei cromosomi del nostro dna. Il rispetto è quell’atteggiamento che nasce dalla consapevolezza del valore di qualcosa o di qualcuno, rectius dell’essere umano. “Respectus” è quel “respicere”, quel “guardare indietro” mentre si procede , mentre l’attenzione è tutta diretta in avanti; è quel momento di dubbio, di ricerca, di riflessione che porta a fermarsi un attimo. Ecco, quella spontanea volontà di voltarsi interiormente e di fermarsi davanti alla sacralità dell’essere umano.

I risultati delle statistiche

I dati del rapporto EURES 2019 sono significativi. Sono aumentati i dati che riguardano la violenza assistita, la gravita dei reati e delle lesioni provocate, il rischio di vita e l’efferatezza e crudeltà delle azioni.

E’ diventato più agevole riconoscere le forme di violenza psicologica e dunque contenerle, mentre sono affiorate le ipotesi violenza economica. Gli atti di violenza fisica e quella sessuale sono nettamente accresciuti. In particolare, colpisce la efferatezza dei recenti casi di uccisione di donne da parte del loro (ex)compagno di vita dove oltre che provocare la morte della donne si infierisce sul corpo con il fuoco. L’uso del fuoco è simbolico e la storia ne è testimone.

La società civile

“Vivere liberi dalla violenza sia nella vita pubblica che privata” è il diritto di ciascuno di noi e ognuno di noi ha la responsabilità di garantirlo e tutelarlo: dal magistrato all’avvocato, insieme alle forze dell’ordine e al giornalista, dal vicino di casa e parente all’insegnante dentro e fuori la scuola di ogni livello, dal collega al superiore, dal cittadino allo straniero.

Siamo tutti pezzi del puzzle della società civile e con ogni nostro gesto possiamo contribuire a creare “le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio culturali” e vigilare “affinché cultura, usi, costumi, religione, tradizione e c.d. “onore” non possano essere utilizzati per giustificare la violenza”.

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