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Sicurezza partecipata e tecnologia per dare scacco ai ladri

La paura dei ladri è reale. Appartamenti svaligiati, ville assaltate, negozi depredati. Nelle città la sicurezza è, ormai, una priorità e le richieste in tal senso dei cittadini si fanno sempre più pressanti. Le soluzioni, oltre alla maggior presenza delle forze dell’ordine, sono molteplici e passano per forme di vigilanza passiva o attiva, utilizzo massiccio della tecnologia e per il coordinamento del privato con il pubblico.
Trucchi e consigli, ma anche per avere una panoramica sulle innovazioni tecnologiche, ci siamo rivolti a Paolo Milletti, esperto del settore.
Il cittadino è interessato a difendersi e a sfruttare la tecnologia per la tutela della casa o dell’attività commerciale. Cosa è cambiato in questi ultimi anni?
«Ho potuto toccare con mano la tecnologia che il mercato metteva in mano ai clienti. Adesso mi muovo nel settore della videosorveglianza territoriale. Oggi c’è tanto bisogno perché il sistema vigilanza fisica ha i suoi limiti. L’effetto deterrente della divisa ancora funziona, ma ci sono dei limiti umani, di risorse, di controllo. Ne abbiamo avuto l’esempio con gli ultimi attentati terroristici. È solo una vigilanza passiva. La videosorveglianza è evoluta, sto sperimentando un sistema che permette la visione di un volto a 150 metri e fa l’analisi video, cioè individua tutti gli elementi all’interno della visuale della camera e fa l’analisi video in tempo reale si se aggiunge un elemento o si toglie. Uno strumento che può garantire maggiore sicurezza perché monitorizza tutto e lo estrapola all’occorrenza. Se devi seguire una persona riesce a individuarlo ovunque ci sia una telecamera gestita con quel sistema. La sicurezza in divisa è costosissima, in questo modo si ammorta nel tempo la spesa».


Vigilanza attiva, ma integrata con quella passiva quindi?
«Con il sindaco Andrea Romizi ho iniziato ad affrontare una discorso che garantisca sicurezza e permetta di non spendere troppo. La polizia municipale, ad esempio, svolge tante funzioni che sottraggono tempo alla sicurezza stradale (che occupa il corpo all’incirca per il 30%). Devono controllare l’agibilità delle abitazioni? Bene, ma allora deleghiamo la sicurezza ad aziende private individuate con bandi annuali. Ci sono strutture private che hanno sale di controllo più all’avanguardia delle forze dell’ordine».
E cambiato anche il concetto di paura dei ladri o dei malintenzionati?
«Trent’anni fa si installava l’antifurto in villa per azionarlo quando si andava in vacanza. Adesso i ladri entrano anche nella abitazioni delle persone normali, ma non entrano per rubare spiccioli. Ti entrano in casa quando i padroni sono davanti alla tv o a letto. Magari qualcuno reagisce e può anche morire qualcuno. Di fronte ad una pistola o un coltellino il cittadino consegna tutto. I ladri sanno che il bottino si fa interessante se il proprietario è dentro casa. Il cittadino, invece, si deve sentire sicuro a casa sua, che gli costa anche tantissimo tra mutui, assicurazione, beni mobili, denaro. Dobbiamo capire, però, che in casa di altri si entra solo se ci invitano».
Quali proposte di sicurezza per il cittadino?
«Le abitazioni dove è possibile si incrementa la protezione esterna, con giardino. Propongo al cliente di investire in una protezione perimetrale esterna. Questo permette di far scattare l’allarme prima che entrino in casa e mettano a rischio i miei cari o i beni ai quali tengo. L’avviso scatta prima che ti sfondino la finestra, così hai tempo di chiamare le forze dell’ordine. Se installi le videocamere puoi anche vedere per tempo cosa accade. Il cliente si sente più tranquillo e sereno rispetto all’allarme classico, quello volumetrico, alle finestre. In appartamento si può mettere un sensore che controlla porta e finestra e scatta prima che venga forzata la porta o la finestra. Se il ladro ha messo in conto di entrare in cinque minuti perché sa che non c’è allarme, lo fa tranquillo. Se l’allarme scatta prima ancora di aver forzato la finestra, i tempi si riducono e il ladro, in genere, desiste».
Quartieri, zone residenziali, condomini, la vigilanza condivisa è un settore in forte espansione. Sarà il futuro della sicurezza?
«Sempre a Perugia, nella zona di San Marco, si è costituito un comitato a seguito di una serie di furti e aggressioni. Il comitato vuole più sicurezza e la prima cosa da fare è un impianto di videosorveglianza di quartiere, ma la novità è che non si parte dal preventivo alle ditte di sicurezza: si è pensato di sviluppare un progetto di videosorveglianza territoriale integrato. Le telecamere non le possono controllare i cittadini, si creerebbero problemi di privacy come minimo, così si è pensato di delegare alle forze dell’ordine il controllo delle telecamere che saranno installate su commissione del comitato. Se avviene un furto i cittadini si rivolgono alle forze dell’ordine, fanno la denuncia e si estrapolano le immagini. L’idea è quella della joint venture pubblico-privato, con il primo a corto di soldi che può gestire l’impianto, mettendo la connessione e le opere strutturali, mentre il secondo che vuole sicurezza e compera le telecamere, magari in accordo con i centri commerciali della zona, in modo da incrementare il telecontrollo. Questa cosa può portare ad ottimi risultati».
L’integrazione con gli impianti già esistenti?
«Questo è basilare. Se il Comune deve gestire la videosorveglianza di una scuola, di un semaforo o di un monumento, si trova di fronte a tanti sistemi quanti aziende lo forniscono. L’ideale sarebbe avere una piattaforma con requisiti unici, alla quale possano accedere anche le forze dell’ordine. In conclusione consideriamo che chiunque voglia installare una telecamera deve registrarsi presso l’Ispettorato del lavoro e, volendo, esiste già una banca dati molto fornita».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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