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Snellire la giustizia con la sospensione del processo e messa alla prova, buoni i risultati, ma troppa burocrazia

La “MAP” o messa alla prova viene istituita con la L. 67/2014 ed inserita all’articolo 168 bis c. p. come muovo mezzo di estinzione del reato.

Non è quindi un sistema di valutazione del fatto come l’istituto della speciale tenuità, istituto affidato alla discrezionalità (limitata) del giudice, ma un vero e proprio sistema di estinzione del reato sul quale agiscono sia l’imputato sia il suo difensore, rimesso a loro, anzi direi il sistema di estinzione del reato su cui l’imputato ha più potere di agire, essendo in molta parte rimesso alla sua volontà di seguire un certo percorso ove facoltizzato dalla legge.

Lo definirei quasi un sistema alternativo di svolgimento della pena, poiché di fatto l’imputato o il suo procuratore speciale chiedono di adire alla messa alla prova, cioè a tenere una serie di comportamenti rieducativi oltre ai lavori socialmente utili per un periodo di tempo stabilito dal giudice, e questo percorso estinguerà il reato.

Nella MAP terzo attore è l’UEPE, l’ufficio periferico di esecuzione pena, che si è visto investire di tali nuovi compiti, che sono di non poca portata dovendo per ogni imputato creare un programma ad hoc rieducativo e controllarne l’andamento nonché riferirne al giudice del dibattimento.

Oltre all’UEPE vi è un quarto coattore che è un ente presso cui l’imputato deve svolgere un lavoro di pubblica utilità, in genere un ente assistenziale, una Pubblica Assistenza o un Comune o simili.

Il giudice controlla l’ammissibilità della MAP in base alle norme, visto che è ammissibile solo per reati con pena massima non superiore a quattro anni e comunque a citazione diretta, che non può essere concessa più di una volta a imputato, e mai a coloro che sono delinquenti abituali, stabilisce quanto tempo durerà la messa alla prova con conseguente sospensione del procedimento e la congruità del programma preparato dall’UEPE. In realtà il primo dei requisiti richiesto è l’avvenuto risarcimento del danno o l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivate dal reato, ma in molti reati non vi è un reale danno risarcibile e le conseguenze dannose e pericolose cessano con il cessare della condotta. Si pensi a reati di mera condotta quali il disturbo alla quiete pubblica, cessata la produzione di rumore cessa il danno che non è peraltro quantificabile, si pensi al tentato furto cioè ad un furto non riuscito dove non vi è danno patrimoniale, così molti casi. Vi sono anche una serie di casi in cui il risarcimento non ci può essere per le condizioni dell’imputato, privo di mezzi sufficienti, per cui si pone il problema se ammetterlo o meno alla messa alla prova, poiché il non ammetterlo significa fare una distinzione tra imputati in base alle possibilità economiche, creare un privilegio per gli imputati più facoltosi, e ciò in un momento in cui la piccola delinquenza è appannaggio di soggetti estremamente poveri ed emarginati. Inoltre qualsiasi possibile iniziativa si infrange con la burocrazia e la mancanza di chiarezza della legislazione italiana, come accaduto alla scrivente in una delle prime applicazioni.

L’esito della messa alla prova viene riassunto nella relazione UEPE e devo notare come, dai casi trattati dalla scrivente, ho potuto osservare che il rapporto che gli operatori installano con l’imputato spesso è positivo nel fare capire all’imputato i motivi della punizione, nel rendere l’imputato partecipe del percorso e non mero oggetto del processo.

Ho avuto casi di persone, la maggioranza, che hanno capito dove avevano violato la legge e perché non va fatto, come casi di imputati tanto superficiali da agire con superficialità anche durante la messa alla prova, confermando che la loro capacità a delinquere nasce da un limitato senso critico e una limitata comprensione sociale. I casi, comunque, di annullamento della messa alla prova per tornare al dibattimento per violazione delle prescrizioni che la scrivente ha avuto sono pochissimi, ha prevalso sempre la capacità degli operatori di dialogare con l’imputato è di fargli capire la situazione sociale.

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