“Quattro Mosche di velluto grigio”. Con questa pellicola del 1971 Dario Argento conclude la trilogia di film dedicati agli animali (iniziata con “L’uccello dalle piume di cristallo” e poi con “Il gatto a nove code”). La trama del film si snoda intorno al protagonista, Roberto Tobias, batterista di un gruppo rock, il quale viene pedinato da uno sconosciuto. Una sera decide ribaltare i ruoli e di pedinare l’inseguitore per scoprirne l’identità, ma durante una collutazione finisce per ucciderlo accidentalmente.

L’omicidio viene fotografato da una persona con indosso una maschera che, da quel giorno, comincia a ricattare e perseguitare Roberto, che non può andare alla polizia per la paura di essere condannato. La vita del musicista diventa un tormento, e anche il rapporto con la moglie Nina entra in crisi. Roberto allora chiede aiuto all’amico Diomede che gli consiglia di assumere un investigatore privato, il quale però non ha mai risolto un caso. Ma questa volta Gianni nota un particolare alquanto strano, e dopo un pedinamento viene assassinato nei bagni della metropolitana con un’inizione al cuore di veleno. Anche Dalia, l’amante di Roberto viene assassinata. La polizia tenta un esperimento ovvero estrarre una pupilla della donna e vedere se la retina ha “fotografato” il volto dell’assassino nel momento della morte. L’immagine ottenuta è ambigua: quattro mosche grigie disposte a semicerchio.

Argento in questo film si mantiene ancora sul giallo tradizionale, con la differenza che, qui per la prima volta, inserisce nella trama piccoli, ma rilevanti elementi surreali, rappresentati dai ricorrenti incubi del protagonista. Roberto Tobias, è il più autobiografico dei personaggi di Dario Argento e non solo per la vaga somiglianza fisica. A differenza dei personaggi eroi\eroine delle pellicole precedenti e successivi, Roberto è frustrato, ingannato e ricattato. Egli soffre, è tormentato, è in trappola.

La pellicola è ricca di invenzioni visive, come il cuore pulsante che appare nei titoli di testa e i giocattoli che assumono una funzione horrorifica. La maschera dell’assassino, che verrà scoperto grazie al medaglione con le quattro mosche di velluto grigio è un pupazzo infantile. Le parti oniriche sono un elemento importante del film, in quanto il protagonista sogna sovente un’esecuzione araba con una testa tagliata dalla scimitarra. Nel finale si comprende che il sogno è un’anticipazione di quella che sarà la fine dell’assassino, decapitato da una lamiera dopo un incidente d’auto. Il film è, inoltre, ricco di elementi fantastici, come quello della retina che resta impressionata da un’immagine al momento della morte, unico elemento che consente di individuare il l’assassino. Numerosi anche i momenti thriller horror come la sequenza nel parco introdotta da una musica per bambini e le esecuzioni feroci realizzate dal killer. La tensione viene smorzata dalla presenza di personaggi comico/grotteschi (come l’investigatore omosessuale e il barbone Diomede). Una menzione speciale va alla sublime colonna colonna sonora del maestro Ennio Morricone composta perlopiù da rock-blues e rock progressivo. “Quattro mosche di velluto grigio” è stato spesso sottovalutato a causa di una sceneggiatura fragile e fantasiosa che si discosta dall’atmosfera dei thriller precedenti come “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Il gatto a nove code”, ma nonostante ciò è un film che tiene lo spettatore incollato allo schermo fino alla fine grazie a una messa in scena mai scontata, caratterizzata da soluzione stilistiche innovative.

 

Pubblicato da Soraia Di Fazio

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