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Spese processuali a carico dello Stato se l’imputato è assolto

Ogni processo, come si sa, termina con un pronunciamento del giudice, e l’ultima parola può essere quella di un giudizio di seconda o terza istanza, a seconda della possibilità della persona coinvolta (poiché agire in giudizio non è un obbligo e dovere, ma un diritto e una facoltà, a norma dell’articolo 24 della Costituzione) e della quantità di gradi di giudizio presenti (la giustizia civile e penale ne prevede tre, la giustizia amministrativa due).

Nel caso di un processo civile o amministrativo ci si può vedere vincitori e riconosciuti in un proprio diritto o interesse legittimo messi in discussione (una somma da pagare, un permesso di costruire…), o, all’opposto, soccombenti e obbligati a pagare quel credito e quella somma o a rinunciare a quella licenza; la casistica è assai ampia, e nel caso delle materie civile e amministrativa, pur essendo il diritto amministrativo afferente al diritto pubblico, si può avere una vicinanza e un collegamento di materie trattate e anche di istituti e rimedi processuali, dato che il Codice del processo amministrativo è stato ricalcato sul modello del Codice di procedura civile.

Ben diversa e più delicata è la situazione del processo penale, in cui in gioco sono non mere situazioni economiche, ma la vita e la libertà di una persona.

Nel caso del processo penale, oltre alla lunghezza dei tempi di giustizia, pur comunque più brevi di quelli del processo civile, si aggiunge la tragica possibilità dell’errore giudiziario, della sua identificazione e quantificazione, e anche il problema del pagamento delle spese processuali e dell’eventuale ricorso per errore e ingiusta detenzione.

Ecco quindi che appare, come novità importante, la novità per cui, nella legge di bilancio (la ex legge finanziaria) 2021, sia lo Stato a dover pagare le spese legali dell’imputato assolto.

Si legge infatti, ai commi 1015/1022, l’introduzione della possibilità per l’imputato assolto in via definitiva da un processo penale di vedersi rimborsate le spese affrontate per difendersi dalle accuse rivelatesi ingiuste del pubblico ministero.

Questo rappresenta un ulteriore passo avanti nella tutela e rispetto della persona, e viene riconosciuto il principio, e approntato un rimedio, per cui, se lo Stato sbaglia in un atto e in una fase così rilevante per le sorti del cittadino, quest’ultimo dovrà essere almeno ristorato delle ingenti spese legali per la difesa.

Più nel dettaglio, la nuova normativa prevede che, per avere diritto al rimborso, l’imputato deve essere assolto con sentenza definitiva irrevocabile, perché il fatto non sussiste, perché non ha commesso il fatto o perché il fatto non costituisce o non è previsto dalla legge come reato.

Tuttavia, vengono posti dei limiti, e il rimborso non è riconosciuto nei seguenti casi:

1) qualora vi sia assoluzione da uno o più capi di imputazione e condanna per altri reati;

2) qualora l’estinzione del reato sia avvenuta per amnistia o prescrizione;

3) qualora vi sia stata una sopravvenuta depenalizzazione dei fatti oggetto di imputazione.

Importante, poi, è il limite massimo del rimborso riconosciuto, il quale assomma a 10.500 euro.

Il rimborso, quindi, non viene previsto per parcelle cosiddette astronomiche, ma viene fatto valere ed è parametrato per una maggioranza ordinaria di casi.

Il rimborso, ancora, non va al difensore, ma all’imputato; questi deve esibire la fattura già pagata del proprio legale e vista per congruità dal competente Consiglio dell’Ordine; il pagamento, inoltre, non avverrà in un’unica soluzione, ma sarà rateale, diviso in tre rate annuali, e non sarà concorrente alla formazione del reddito.

Il rimborso, infine, è riconosciuto per le sentenze di assoluzione divenute irrevocabili successivamente alla data di entrata in vigore della legge di bilancio 2021, e quindi dal primo gennaio 2021.

A quasi un mese dall’entrata in vigore e dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge e del provvedimento in questione, si è pensato di riportare tale normativa prevista e il relativo testo, in quanto pare essersene parlato poco, pur essendo molto importanti ai fini del principio di legalità e dell’idea garantista di giustizia penale.

Dal 2015, anno della riforma della responsabilità civile dei magistrati e anche qui per un’analisi e un dibattito in merito, questo è un ulteriore passo avanti per garantire una giustizia giusta e un giusto processo, processo che non finisce nelle aule di giustizia e non finisce solo con il giudizio di Cassazione, ma si esplica anche nell’esecuzione penale e nella detenzione, e anche, cosa non meno importante, nel giudizio senza appello dei media, per i quali fa più rumore un’indagine, un processo e una condanna e non un’assoluzione.

Si spera che, ad anno nuovo iniziato e con un possibile nuovo governo, la questione della giustizia venga affrontata seriamente e vengano date risposte ai cittadini tutti e specialmente a quelli più deboli, ossia imputati e ristretti in carcere, magari da innocenti: il problema dell’ingiustizia dei processi, delle condanne e delle detenzioni è enorme e non affrontato positivamente, neanche da chi è a capo della Giustizia.

Si spera quindi che tale nuovo provvedimento possa segnare una piccola svolta positiva in questo ambito, magari facendo da contraltare alla discussa riforma della prescrizione penale dell’anno scorso.

Più ancora che le leggi, pur ovviamente importanti, però, è necessario un cambio di mentalità generale che investa la cittadinanza e soprattutto gli operatori del diritto , e segnatamente giudici e procuratori, e dell’informazione.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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