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Stalking, dall’emergenza agli strumenti legislativi di difesa

Il delitto di atti persecutori, meglio conosciuto come stalking, è ormai parte integrante del nostro codice penale dal 2009, anno in cui il D.L. 11/2009, poi convertito in Legge (la 38/2009 con modifiche) ha ufficializzato la sua entrata in vigore all’art. 612bis del codice penale.

Ormai tutti parliamo di stalking e il delitto stesso, prima formulato e pensato dal legislatore per dare protezione a chi subiva la persecuzione ad opera di persone conosciute, si è poi declinato in varie forme grazie alla giurisprudenza della Cassazione.

Ed ecco lo stalking condominiale (http://www.primicerieditore.it/prodotto/ratio-legis- numero-5-anno-2016-versione-pdf/), lo stalking sul luogo di lavoro (che è fattispecie altra dal mobbing), lo stalking su Facebook e sui vari social media e via di questo passo. Si chiede a gran voce che la legge e la giustizia tutelino le vittime, e a volte capita di leggere nei titoli di cronaca che la legge non è stata in grado di fornire adeguata protezione.

Nulla di più lontano dalla verità.

Tante critiche si possono muovere al Legislatore italiano, ma non quella di non aver previsto idonei strumenti da azionare per offrire tutela a chi è vittima di atti persecutori, sia prima della denuncia che dopo.

Vediamo nel dettaglio.

L’ammonimento del Questore.

L’art. 8 del D.L. 11/2009, prevede che: “1. Fino a quando non è proposta querela per il reato di cui all’articolo 612-bis del codice penale, introdotto dall’articolo 7, la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore. 2. Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale. Copia del processo verbale è rilasciata al richiedente l’ammonimento e al soggetto ammonito. Il questore valuta l’eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi e munizioni. 3. La pena per il delitto di cui all’articolo 612-bis del codice penale è aumentata se il fatto è commesso da soggetto già ammonito ai sensi del presente articolo. 4. Si procede d’ufficio per il delitto previsto dall’articolo 612-bis del codice penale quando il fatto è commesso da soggetto ammonito ai sensi del presente articolo”.

Come più ampiamente spiegato nella monografia dedicata all’argomento (http://www.primicerieditore.it/prodotto/ratio-legis-numero-1-anno-2017-edizione-pdf/), l’ammonimento è uno strumento che può, e deve, essere utilizzato prima della presentazione della denuncia.

Sostanzialmente, la (presunta) vittima di stalking può chiedere al Questore di ammonire il persecutore affinché non ponga più in essere comportamenti lesivi della sua libertà, salute ed equilibrio psico-fisico.

Tale ammonimento consiste in un richiamo orale del Questore rivolto al presunto stalker che viene diffidato dal tenere una condotta contraria alla legge: tanto onde evitare di essere successivamente indagato/imputato per il reato di stalking. Insomma: si tratta di un avvertimento verbale che, se seguito, evita al soggetto che ne viene attinto un processo penale e alla (presunta) vittima di doversi avventurare nelle lungaggini della giustizia.

La procedura di ammonimento si articola in tre fasi.

I FASE: richiesta di ammonimento da parte della vittima. La parte offesa, prima di depositare la querela, può rivolgersi all’autorità di pubblica sicurezza e fare richiesta di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta ritenuta persecutoria. La richiesta di ammonimento verrà, senza ritardo, trasmessa al Questore.

La richiesta avviene per mezzo della compilazione di un modulo, che può essere ritirato presso gli uffici di pubblica sicurezza oppure scaricato da internet, in cui sono narrati alle forze dell’ordine i comportamenti supposti persecutori. Pertanto andranno indicati: il tipo di relazione che intercorre, o che è intercorsa, con il presunto stalker; i fatti e le azioni da questi posti in essere e andranno prodotti, in copia, i messaggi di testo e le e mail (se) ricevute; le generalità di eventuali testimoni ai fatti narrati.

Occorre altresì specificare se la persona nei confronti della quale si richiede il provvedimento sia titolare di porto d’armi o se detiene o possiede, a qualsiasi titolo, delle armi; infine, si deve descrivere in che modo gli atti persecutori o molestie hanno influenzato e/o alterato le sue abitudini di vita (cambio di domicilio, cambio del numero di telefono, ecc.).

II FASE: acquisizione di informazioni da parte del Questore Il Questore, ricevuta la richiesta, convoca il presunto stalker, per raccogliere le sue deduzioni, e sente le persone informate dei fatti. Può anche chiedere agli organi investigativi di acquisire ulteriori informazioni e/o prove sulla fondatezza di quanto esposto.

La comunicazione dell’avvio del procedimento può mancare in presenza di particolari condizioni di necessità o di urgenza.

All’esito di tale attività istruttoria, il Questore può decidere per:

a. il rigetto dell’istanza: quando gli elementi raccolti sono insufficienti per procedere oppure quando, nel frattempo, sia intervenuta querela;

b. l’archiviazione del procedimento: quando la vittima degli atti persecutori ne ha espressamente fatto richiesta;

c. l’emissione del decreto di ammonimento: quando il questore si è convinto della fondatezza, attendibilità e veridicità dei fatti esposti e dalla loro qualificazione in termine di atti persecutori. Tuttavia, non è necessario che, in tale sede, si raggiunga la certezza della sussistenza del reato di stalking, essendo sufficiente che vi siano indizi gravi sulla verosimile possibilità che il reato sarà consumato.

III FASE: l’ammonimento

Qualora il Questore, all’esito della breve istruttoria, decida di procedere, la sua azione di tradurrà in una diffida al persecutore a tenere una condotta conforme alla legge e ad astenersi, per il futuro, dal compiere atti persecutori nei confronti della vittima o di terzi a questa legati da vincoli di qualsiasi natura.

L’ammonimento deve avere la forma orale e deve essere motivato a pena di illegittimità. La motivazione dell’ammonimento orale deve illustrare:

1. i presupposti di fatto che giustificano l’adozione dell’ammonimento;

2. le norme di legge dalle quali discende l’esercizio del potere ammonitorio; le risultanze istruttorie raccolte dalle dichiarazioni rese dalla vittima, dall’ammonendo, dalle persone informate sui fatti nonché dalle eventuali informazioni degli organi investigativi;

3. le valutazioni sull’eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi.

È illegittimo, per violazione dei principi di imparzialità e buon andamento ex artt. 3 e 97 Cost., nonché per difetto di motivazione e di istruttoria ex art. 3 della L. n. 241 del 1990, il provvedimento di ammonimento adottato dal Questore nel caso in cui non sia sufficientemente motivato.

Di ogni step della procedura di ammonimento deve essere redatto verbale di cui deve essere fornita una copia alle parti. Le conseguenze dell’ammonimento. Conseguenze dell’ammonimento sono:

– possibile sospensione dell’autorizzazione per la detenzione di armi e munizioni o maggiore attenzione nel concedere tale licenza;

– aumento della pena in caso di condanna per il reato di stalking;

– procedibilità del reato d’ufficio: il che vuol dire che, nel caso in cui il reo venga sorpreso a perseverare nell’illecito, non ci sarà più bisogno della querela della parte danneggiata, ma la pubblica autorità potrà procedere autonomamente alla denuncia presso la Procura della Repubblica.

La tutela codicistica: agli artt. 282bis e 282ter c.p.p.

La tutela dagli atti persecutori, però, non si ferma qui.

Il Legislatore ha messo a punto diversi strumenti che possono essere sfruttati e che sono contenuti nel codice di procedura penale. Più in particolare gli articoli di interesse sono i seguenti.

Art. 282bis c.p.p.: allontanamento dalla casa familiare.

“1. Con il provvedimento che dispone l’allontanamento il giudice prescrive all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare, ovvero di non farvi rientro, e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice che procede. L’eventuale autorizzazione può prescrivere determinate modalità di visita.

2. Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti, salvo che la frequentazione sia necessaria per motivi di lavoro. In tale ultimo caso il giudice prescrive le relative modalità e può imporre limitazioni.

3. Il giudice, su richiesta del pubblico ministero, può altresì ingiungere il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto della misura cautelare disposta, rimangano prive di mezzi adeguati. Il giudice determina la misura dell’assegno tenendo conto delle circostanze e dei redditi dell’obbligato e stabilisce le modalità ed i termini del versamento. Può ordinare, se necessario, che l’assegno sia versato direttamente al beneficiario da parte del datore di lavoro dell’obbligato, detraendolo dalla retribuzione a lui spettante. L’ordine di pagamento ha efficacia di titolo esecutivo.

4. I provvedimenti di cui ai commi 2 e 3 possono essere assunti anche successivamente al provvedimento di cui al comma 1, sempre che questo non sia stato revocato o non abbia comunque perduto efficacia. Essi, anche se assunti successivamente, perdono efficacia se è revocato o perde comunque efficacia il provvedimento di cui al comma 1. Il provvedimento di cui al comma 3, se a favore del coniuge o dei figli, perde efficacia, inoltre, qualora sopravvenga l’ordinanza prevista dall’articolo 708 del codice di procedura civile ovvero altro provvedimento del giudice civile in ordine ai rapporti economico-patrimoniali tra i coniugi ovvero al mantenimento dei figli.

5. Il provvedimento di cui al comma 3 può essere modificato se mutano le condizioni dell’obbligato o del beneficiario, e viene revocato se la convivenza riprende.

6. Qualora si proceda per uno dei delitti previsti dagli articoli 570, 571, 582, limitatamente alle ipotesi procedibili d’ufficio o comunque aggravate, 600, 600bis, 600ter, 600quater, 600 septies 1, 600 septies 2, 601, 602, 609bis, 609ter, 609quater, 609quinquies e 609octies e 612, secondo comma del codice penale, commesso in danno dei prossimi congiunti o del convivente, la misura può essere disposta anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall’articolo 280, anche con le modalità di controllo previste all’articolo 275 bis”.

L’ambito di applicazione dell’art. 282bis c.p.p. è, tipicamente, quello familiare ovvero quando gli atti persecutori, ma anche il maltrattamento ex art. 572 c.p., siano posti in essere fra marito e moglie o partners conviventi.

Art. 282ter c.p.p.

“1. Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa.

2. Qualora sussistano ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

3. Il giudice può, inoltre, vietare all’imputato di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo, con le persone di cui ai commi 1 e 2. 4. Quando la frequentazione dei luoghi di cui ai commi 1 e 2 sia necessaria per motivi di lavoro ovvero per esigenze abitative, il giudice prescrive le relative modalità e può imporre limitazioni”.

Questa misura cautelare, invece viene tipicamente richiesta dalla parte offesa quando gli atti persecutori siano posti in essere all’interno di una coppia non convivente, oppure quando la relazione fra i protagonisti della vicenda non sia di natura sentimentale: infatti l’art. 612bis c.p. quando parla di “relazione affettiva” non distingue fra legame sentimentale propriamente detto e legami di altra natura.

Ne consegue che anche la vittima di stalking che con lo stalker abbia avuto un semplice rapporto amicale ben può chiedere l’adozione della misura cautelare in discussione, beninteso, sempre che ricorrano i presupposti per la sua concessione ovvero: lo stato d’ansia che, lo si ricorda, non necessita di certificazione medica, il timore per l’incolumità propria o di prossimi congiunti e il mutamento delle abitudini di vita. Come affermato più volte dalla Cassazione non è necessario che queste tre condizioni siano tutte presenti, ma è sufficiente che ve ne siano anche solo due.

Con particolare riguardo al divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, si ricorda che, per giurisprudenza costante della Cassazione, in materia di misure cautelari personali, l’ordinanza che dispone ex art. 282ter c.p.p., il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi ai quali è inibito l’accesso, poiché solo in tal modo il provvedimento cautelare assume una conformazione completa che consente il controllo dell’osservanza delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, evitando l’imposizione all’indagato di una condotta di “non facere” indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere di fatto rimessa alla persona offesa.

Come si può notare da questa seppur breve disamina (per approfondimenti sul tema si romanda a “Stalking – Il lato oscuro delle relazioni interpersonali”, V. Giacometti – primiceri editore 2016), il reato di atti persecutori è delitto con una connotazione di pericolosità sociale molto intensa e, proprio perché invade come una macchia d’olio la sfera privata della vittima, il Legislatore ha ritenuto opportuno approntare misure di protezione che possono giungere anche alla carcerazione preventiva.

Non solo, ma giova ricordare che una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cassazione sez. VI penale, 09 Febbraio 2016, n. 6864) ha stabilito che, in caso di revoca o sostituzione della misura cautelare, la parte offesa vada avvisata a pena di inammissibilità del provvedimento.

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