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Stop al bullismo, da una scuola “debullizzata” ad una società migliore

Una scuola “debullizzata” conduce ad una società più giusta. I primi passi per dire “no” al bullismo si imparano a scuola, coinvolgendo ragazzi, genitori, docenti e istituzioni. Ed è quello che da alcuni anni si sta facendo in alcuni comprensori scolastici della provincia di Perugia, attraverso le lezioni-incontro di Francesco Artegiani, psicologo e sessuologo, direttore di MenteCorpo. Identico percorso compiuto anche a Gualdo Tadino, con la collaborazione di Coop Centro Italia e Maria Pia Serlupini, garante regionale per l’infanzia e incontri con la Polposta per il contrasto al cyberbullismo.
Per capire meglio il fenomeno del bullismo e come affrontarlo abbiamo intervistato Francesco Artegiani.


Perché a scuola per parlare di bullismo?
«Perché la scuola oppure il pulmino per tornare a casa sono i luoghi più bullizzati. Esistono diversi progetti in tal senso, in particolare “Stop al bullismo” ha riguardato, l’anno scorso, tutto il comprensivo di Corciano, coinvolgendo otto terze medie “stop bullismo”. È importante parlare di questo tema a scuola perché c’è una deriva per quanto riguarda il bullismo e il cyberbullismo, ma non se ne parla molto, pur con le conseguenze emotive e psicologiche che provoca. C’è bisogno di fare educazione, per comprendere che ci sono conseguenze fisiche importanti che si riflettono in vissuti negativi. È un problema all’ordine del giorno nella nostra società perché sono tante le situazioni legate a questo fenomeno, con conseguenze a cascata per tutti. L’obiettivo è quello di portare luce sulle dinamiche del gruppo, perché il bullismo ha le caratteristiche e le dinamiche del gruppo: nel momento in cui noi osserviamo un fatto e non interveniamo, ci rendiamo complici dell’atto di violenza e delle conseguenze di isolamento ed esclusione della vittima. Ci rendiamo complici se non fermiamo il bullismo verbale, quello della calunnia, del parlare dietro, dell’escludere una persona dalla vita sociale, scolastica. Tutti atti che non vengono considerati come bullismo, ma che sono violenti allo stesso modo e provocano conseguenze nelle persone».
Chi è il bullo?
«Il bullo è una persona che non ha compassione. Il bullismo è, invece, una serie di atti verbali o fisici, caratterizzato dall’intenzione di fare del male, atti ripetuti che portano al dolore profondo. Nel bullo non c’è capacità di empatia. Ed è su questo che occorre lavorare molto, perché una società migliore passa dal riconoscimento delle proprie emozioni e di quello dell’altro. Il bullo non esprime il proprio disagio a parole, ma con la violenza. Si comporta così per apparire positivo ed essere accettato socialmente. Il bullo si guadagna il rispetto con la paura».
Chi è la vittima?
«La vittima è una persona chiusa, introversa, che non risponde per timidezza, una condizione che viene vista come fonte di debolezza, ma è solo sensibilità, una modalità propria di comportamento. Il bullo sceglie la vittima in base a queste caratteristiche: appartenente ad una minoranza (religiosa, colore della pelle, orientamento sessuale), perché vestito male, non alla moda, perché sovrappeso o troppo magro».


Di cosa parli con i ragazzi a scuola?
«Partiamo da diversi aspetti, parlando del fenomeno in sé, delle caratteristiche delle aggressioni e dei comportamenti, del bullo, della vittima, del gruppo, dell’importanza di denunciare, di non avere mai paura di raccontare. Spiego che denunciare non è vivere una propria mancanza, un non saper gestire da soli tali situazioni, denunciare non è andare a “piangere dalla maestra”, ma un primo passo per fermare i bulli. Il silenzio e il gruppo sono la forza del bullo. Nella dinamica del bullismo ci sono sempre degli attori: ci sono i sostenitori del bullo, quelli che lo incitano; ci sono gli osservatori che non intervengono e rafforzano l’atto; i difensori che cercano di intervenire, ma spesse volte non denunciano per paura che le angherie si riversino su di loro. Esiste il bullismo diretto, fatto di violenze e percosse, e quello indiretto, con l’esclusione dal gruppo. Parliamo di questo, con dei video approfondiamo le tematiche, riflettiamo su noi stessi e sui ruoli. Un percorso che si conclude con la produzione di un lavoro, su come costruire una classe debullizzata, creando situazioni di armonia, su come aiutare un amico vittima di bullismo. Alla fine si realizza un semaforo da affiggere alla porta dell’aula per segnalare un “classe debullizzata”. La finalità è far comprendere ai ragazzi l’importanza di ciò che fanno e di quello che accade nel loro mondo. Serve costruire una cultura del rispetto, è necessario comprendere che le differenze arricchiscono».
Smartphone, tablet, internet, hanno aumentato i rischi per i ragazzi?
«Internet non ha confini, non sappiamo dove possiamo arrivare, tutti i social portano a conseguenze se utilizzati male. Ci sono situazioni che comportano dolore, giudizio negativo nella società. Il primo consiglio è quello di non far girare nulla. Siamo in una piazza virtuale in cui gli attori sono tutti e nessuno».
Cosa devono fare gli attori per contrastare il fenomeno del bullismo?
«Fare educazione. È un’emergenza sociale che miete vittime ogni giorno. La vittima ha maggiore probabilità di isolarsi, di cadere nella depressione, di essere soggetto ad attacchi di ansia e paura. Il bullo ha, invece, disturbi antisociali di personalità, è propenso allo spaccio e all’abuso di sostanze stupefacenti o alcol, delinque con maggiore probabilità, mostra comportamenti antisociali. Semplificando, potremmo dire che il comportamento del bullo sia una modalità di richiesta di aiuto, di mostrare disagio. Possiamo partire da quello per costruire competenze per essere empatico: se fai male a qualcuno generi conseguenze, pensa come ti sentiresti nei panni della vittima».
Il bullismo è un fenomeno difficile da quantificare, possiamo dire che tutti gli studenti sono a rischio?
«Il rischio è molto alto e riguarda tutti i gruppi scolastici e di giovani. Adesso c’è maggiore attenzione rispetto al passato, ma il fenomeno c’è sempre. Di positivo c’è che possiamo fare luce su alcuni episodi e comportamenti che prima non venivamo presi per il verso giusto: ignoranza, discriminazione, crudeltà, violenza. Save the children riporta questi dati di un questionario somministrato ai ragazzi: il 72% percepisce il cyberbullismo come un pericolo più grave della droga e delle molestie».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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