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Impianto di perforazione

Tangenti in Algeria, condanna per gli ex vertici Saipem e assoluzione piena per quelli Eni

Il Tribunale di Milano, con una sentenza emessa nella giornata di ieri, ha condannato per il reato di corruzione internazionale gli ex vertici della Saipem, Pietro Tali (4 anni e 9 mesi), Alessandro Bernini (4 anni e 1 mese) e Pietro Varone (4 anni e 9 mesi), in merito ad una vicenda che ha avuto luogo tra il 2008 e il 2010 e ha coinvolto l’allora ministro dell’energia algerino Chekib Khelil. Assoluzione piena per i rappresentanti dell’Eni.

Il Tribunale ha accertato come il versamento di 197 milioni di euro ad una società di Hong Kong, la Pearl Partners Limited, per delle finte consulenze, sia in realtà servito a garantire l’ottenimento di contratti per un valore di circa undici miliardi di dollari dal governo algerino e dall’ente petrolifero statale Sonatrach. Benché la Saipem sia una società controllata da Eni, sono stati assolti dallo stesso reato «per non aver commesso il fatto», sia l’allora presidente dell’Eni Paolo Scaroni (per il quale i pm chiedevano 6 anni e 4 mesi) che l’allora responsabile Eni in Nord Africa, Antonio Vella. Diversi esperti di vicende algerine hanno osservato come, alla base dell’indagine e del successivo procedimento giudiziario, vi fosse un acceso conflitto tra il gruppo di potere che gravitava attorno al presidente Abdelaziz Bouteflika, del quale l’allora ministro dell’energia Chekib Khelil era uno dei prinicipali esponenti, e quello che faceva capo al generale Mohamed Mediène, direttore dei servizi di intelligence. Furono infatti i servizi di sicurezza algerini ad avviare l’inchiesta i cui atti furono trasmessi al Tribunale di Algeri, e successivamente acquisiti dalla Procura di Milano in seguito alla richiesta di documentazione avanzata nel 2011.

L’Eni è attualmente il primo partner della compagnia di stato algerina – la Sonatrach – nonchè il primo fornitore di gas del paese. Nello scorso anno le forniture di gas naturale algerino in quota Eni sono state pari a 13,18 miliardi di metri cubi, con un incremento pari a circa il 17% rispetto all’anno precedente. I rapporti tra l’ente petrolifero nazionale italiano e l’Algeria, risalgono agli anni della lotta per l’indipendenza del paese nordafricano dal dominio coloniale francese. Fu, infatti, Enrico Mattei a mobilitare la classe politica italiana a favore della causa algerina, tanto da rendere l’Italia il paese europeo dove il Fronte di Liberazione Nazionale dell’Algeria godeva del maggior sostegno per dispiegare la propria azione politica e diplomatica. Mattei mise, inoltre, in contatto uno dei suoi più stretti collaboratori, Mario Pirani, con esponenti di primo piano del governo provvisorio algerino, al fine di offrire un sostegno tecnico che si rivelerà fondamentale per gli interessi del paese nordafricano, in occasione delle trattative con i francesi per lo sfruttamento delle risorse petrolifere del sottosuolo sahariano. La base operativa organizzata da Pirani in Tunisia, utilizzando la sua attività di giornalista come copertura, costituirà un valido appoggio per gli emissari algerini che dovevano transitare per l’Europa e necessitavano di passaporti e permessi di soggiorno. Da queste relazioni, in particolare da quella di Mattei con il ministro per gli affari militari del governo provvisorio Abdelhafid Boussouf, scaturì l’intercessione algerina con il re libico Idriss, il quale consentì un primo accesso diretto dell’Eni ai giacimenti libici. Un altro importante passaggio di questo breve exursus storico riguarda la collaborazione tra l’Italia e l’Algeria indipendente, con un ruolo sempre molto importante esercitato dall’Eni, in alcune importanti vicende dell’area nordafricana. Il sostegno italiano al cosiddetto “golpe costituzionale” tunisino del 1987 – noto anche come l’incruento “colpo di stato medico” – che vide la sostituzione del presidente Habib Bourghiba con Ben Ali, fu dovuto, come recentemente dichiarato dall’allora direttore del SISMI Fulvio Martini, alle preoccupazioni algerine per l’instabiltà della Tunisia, che metteva in pericolo la sicurezza del gasdotto che collegava Italia e Algeria, denominato “Mattei”. In occasione di un incontro con con il presidente del Consiglio italiano Craxi, il presidente tunisino Chadli Benjedid arrivò ad ipotizzare l’imminenza di un intervento militare del suo paese in Tunisia per mettere fine ad una ritenuta intollerabile situazione di instabilità. Da quel momento in avanti si intensificò la collaborazione italo-algerina finalizzata alla stabilizzazione del quadro politico tunisino, che avvenne con l’affermazione di Ben Ali, e che, come ha ricordato Martini, vide nell’Eni un sostegno operativo significativo. Sebbene le vicende odierne rientrino in un ambito specificamente circoscritto al diritto penale, e siano riconducibili all’operato della sola controllata Saipem e non ai vertici Eni, di cui è stata accertata l’assoluta estraneità ai fatti contestati dalla Procura, può risultare oltremodo utile contestualizzare questo intervento del potere giudiziario nell’ambito più ampio e complesso delle relazioni internazionali.

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