Terrorismo ed immigrazione spesso vanno di pari passo, ma in maniera fuorviante. Così come il connubio sicurezza-clandestino (straniero). Poi ci sono i nuovi termini che abbiamo imparato ad usare: jihad (significa sforzo) e jihadisti, usati impropriamente, e foreign fighters. E ancora la questione sicurezza, che è entrata prepotentemente alla ribalta, sempre più centrale nel dibattito politico, culturale e sociale del nostro Paese. Sono cinque le direttrici lungo le quali si sviluppa il libro “Siamo davvero sicuri?” a cura di Massimo Montebove, sindacalista del Silp Cgil e poliziotto, e Antonella Marchisella, scrittrice, pubblicato dall’editore Laurus Robuffo. Le direttrici sono tematiche più che mai attuali: sicurezza, terrorismo, criminalità, lavoro delle forze di polizia, immigrazione. Un libro che vuole cercare di fare un po’ di chiarezza attraverso lo strumento dell’intervista e che, inevitabilmente, affronta anche la questione del razzismo e dell’ascesa dei partiti xenofobi e antieuropei, prodotti dal terrorismo islamista. E che tendono a considerare gli stranieri come avulsi dal sistema, diventando così il cavallo di battaglia principale della propaganda politica dei movimenti razzisti. Giustizia e investigazioni ha intervistato per voi uno dei due autori, Massimo Montebove.
Com’è nato questo libro e qual è il suo scopo?
«Lavoro per il dipartimento della pubblica sicurezza e da anni mi occupo di comunicazione sindacale e giornalistica. E insieme ad Antonella Marchisella, scrittrice che si occupa spesso di terrorismo e che conosce bene il nostro mondo, abbiamo deciso di scrivere questo libro un po’ diverso dal solito. Un volume in cui a parlare non siamo noi autori, al di là dell’introduzione dedicata al terrorismo e al razzismo, ma esperti e figure istituzionali. E ognuno di essi ha dato il proprio particolare ‘taglio’».
Perché avete scelto proprio le interviste per analizzare le cinque tematiche?
«L’idea delle interviste, condivisa con l’editore Laurus Robuffo, ci sembrava la strada migliore per rendere il libro più fruibile, senza rinunciare al rigore delle analisi e anche a una serie di dati che sono contenuti nel testo. Il punto di vista istituzionale e operativo è stato affidato al ministro dell’Interno Marco Minniti, al capo della polizia Franco Gabrielli, a Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia fino a novembre 2017, e al segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil, Daniele Tissone. Mentre il sociologo Alessandro Orsini ha analizzato la sicurezza come elemento sociale, smontando molti luoghi comuni, il medico psichiatra e psicoanalista Sarantis Thanopulos ci ha portato, invece, nella mente dei terroristi. Gian Carlo Blangiardo, docente universitario di demografia, ha guardato ai temi della sicurezza dal punto di vista dei flussi migratori e John Horgan, divulgatore scientifico americano ed esperto di terrorismo, ci ha regalato, infine, una visione internazionale del fenomeno».
Nel volume sono inserite le risposte che i vari profili hanno dato ai due autori, come quella di Minniti sul binomio immigrazione e terrorismo: «Non c’è equazione tra terrorismo e immigrazione, ma semmai fra terrorismo e mancata integrazione». Gabrielli, invece, ha sottolineato il rischio di attentati in Europa e nel nostro Paese: «Tutti noi dobbiamo essere consapevoli che viviamo all’interno di una minaccia terroristica, insidiosa e duratura». Dal canto suo Orsini ha ribadito come bisogna impedire di accogliere un numero di migranti superiore alle sue capacità di integrazione: «Accoglienza e capacità di integrazione devono essere in equilibrio. Il risultato dell’accoglienza dovrebbe essere una società migliore di quella precedente». “Siamo davvero sicuri?” è un volume ricco anche di dati. Blangiardo ha snocciolato i numeri sull’immigrazione in Italia: «È abbastanza condiviso che le presenze siano attorno ai sei milioni (di stranieri nel complesso) e abbastanza stabili, anche per via dei molti stranieri che diventano italiani (202mila nel 2016). I dati sugli irregolari sono a livelli quasi fisiologici, circa il 7% dei presenti, anche se l’effetto ‘sbarchi’ qualche aumento lo ha determinato (basti pensare a chi non presenta domanda o non ottiene il riconoscimento e non va altrove)». E ancora ha evidenziato: «Non c’è un’invasione, però c’è un’immigrazione che è più ‘subìta’ che governata».
Gli esperti hanno analizzato le problematiche da diversi punti di vista, cosa è emerso?
«Personalmente mi hanno colpito gli aspetti sociologici e psicologici. Orsini ci ha illustrato il suo modello per spiegare il fenomeno della radicalizzazione jihadista. Si chiama ‘Dria’, parte dalla disintegrazione dell’identità sociale dell’individuo fino alla ricostruzione della sua identità sociale, passando per l’integrazione in una setta rivoluzionaria e per l’alienazione dal mondo circostante. Thanopulos, invece, ha fatto un’analisi approfondita sulle dinamiche, anche comunicative, che sono dietro ad un attentato e ha parlato di mercato delle emozioni, del tutto omogeneo a quello delle merci, che fagocita anche le nostre reazioni più sane dopo attentati eclatanti come quelli di Parigi e Barcellona, analizzando nel dettaglio tutto quello che i media hanno messo in campo per farci ‘metabolizzare’ i massacri. Questi sono solo alcuni esempi».
Dell’inchiesta vi ha sorpreso qualcosa o ciò che è venuto fuori sono cose risapute?
«Sono venute fuori molte cose importanti e non note a tutti. Minniti per esempio ha cercato di spiegare perché, dal suo punto di vista, la sicurezza appartiene anche al mondo della sinistra, da sempre invece appannaggio della destra. Gabrielli si è soffermato molto sulle mafie con un’attenta analisi relativa ai collegamenti esistenti tra la globalizzazione e il fenomeno criminale. Roberti ci ha parlato dei rapporti tra terrorismo e mafie. Horgan, per quel che riguarda il terrorismo, ha fornito numeri sorprendenti sulle aspiranti ‘martiri’ donna. Blangiardo ha analizzato, invece, la bomba demografica dei paesi poveri e le conseguenze relative alla sicurezza. Tissone, come poliziotto sindacalista, ha rilanciato una idea forte. Ovvero quella di un accorpamento tra polizia e carabinieri per rendere più efficiente il sistema sicurezza».
In sintesi, siamo davvero sicuri? E le forze di polizia in che contesto si trovano oggi ad operare?
«Penso che dal libro emergano analisi, ma anche soluzioni. Mi è piaciuto Minniti quando ha detto che tra terrorismo e immigrazione non c’è tecnicamente un rapporto, ma certamente terrorismo e mancata integrazione sono in correlazione. Questo è un aspetto da cui partire. L’altra questione riguarda poi la paura, quella che il mainstream politico-mediatico instilla quotidianamente nella gente, direttamente o indirettamente. Sicuramente serve un cambio di passo, perché le persone devono essere consapevoli, ma non ‘aizzate’. Chi lo fa ha l’unico obiettivo di un ritorno in termini elettorali, come dimostra in parte l’avanzata delle destre e dei movimenti populisti in Italia e nel mondo. Le forze di polizia fanno la loro parte fondamentale, assieme alla magistratura e all’intelligence. Certo, negli ultimi 15 anni a causa del mancato turn over e dei tagli alla sicurezza il sistema ne ha risentito, ma posso dire con orgoglio che il nostro Paese è certamente all’avanguardia in Europa e non solo».
E anche il capo della polizia Gabrielli ha parlato del processo di riforma del comparto sicurezza in Italia, che il governo ha voluto unificare sotto l’egida del dipartimento della pubblica sicurezza: «Il trend negativo è stato finalmente invertito. Nel 2018 ci saranno 2.700 nuovi agenti, cui seguirà, ogni anno, una regolare assunzione di nuove leve. Naturalmente si tratta di un processo i cui effetti benefici si percepiranno soltanto negli anni a venire perché le nuove assunzioni dovranno far fronte alla fuoriuscita di circa 40.000 poliziotti che andranno in pensione entro il 2030».
In caso di attacco terroristico, l’Italia sarebbe in grado di gestire l’emergenza con i mezzi che ha disposizione?
«Direi di sì e lo ha spiegato bene il capo della polizia, anche se molto resta da fare. La probabilità di un attacco terroristico prende sempre più consistenza. Per questo, ha detto Gabrielli, è fondamentale predisporre una strategia di difesa come quella volta alla preparazione della popolazione e alla riduzione del danno post evento. Esercitazioni antiterrorismo vengono ormai svolte da tempo da polizia e carabinieri, mentre nelle questure da alcuni anni sono state istituite squadre antiterrorismo sul modello delle Swat americane, anche se c’è da lavorare meglio sulla preparazione del personale e sugli organici. Quello che sicuramente il cittadino deve continuare a fare è di vivere la propria vita. Non bisogna cedere alla paura, ma essere consapevole che alle spalle ci sono apparati che lavorano per lui, spesso in silenzio ma con efficacia».
Twitter @Ros812007

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Pubblicato da Rosaria Parrilla

One Comment

  1. […] Ecco infine la recensione sul sito giustiziaeinvestigazione.com (visibile a questo link) […]

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