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Il tavolo dei relatori

Terrorismo, l’Italia non è a rischio zero

Terrorismo, l’Italia non è a rischio zero. Il fenomeno delle migrazioni può essere un elemento di crisi, ma non si registrano infiltrazioni di terroristi tra i migranti o rifugiati. Semmai si scopre un altro fenomeno: i soldi della tratta di esseri umani vengono usati per finanziare i gruppi terroristici (anche con bonifici dall’Italia).
È questo il quadro emerso dalla lezione tenuta dal vice questore Monia Morelli a capo della Digos della Questura di Perugia nel corso di una sessione di aggiornamento professionale organizzata dall’Ordine dei giornalisti dell’Umbria sul tema “Relazioni internazionali e antiterrorismo. Conoscere per informare”.
Il funzionario della Polizia di Stato ha ricostruito brevemente la storia del «contrasto a fenomeni di terrorismo attraverso la raccolta, l’analisi e la messa a disposizione di informazioni relative all’evento o al fenomeno monitorato. Dati che permettono la conoscenza del fenomeno, delle dinamiche e dei soggetti interessati. Questo avviene tramite l’ufficio centrale e gli uffici Digos delle Questure – ha detto il vice questore Morelli – L’attività di controllo della Digos verte sulle dinamiche politiche, i grandi eventi, le manifestazioni sindacali, l’estremismo politico, l’associazionismo straniero e la cooperazione internazionale». Gli uffici sono al lavoro per «captare le informazioni provenienti dal territorio e dalle fonti fiduciarie, ma un altro canale molto utile e prolifico è il web, ormai diventato una grande risorsa investigativa – ha proseguito Morelli – Poi ci sono gli strumenti delle intercettazioni preventive e le note di servizio di altri reparti della Polizia di Stato o di altre forze di polizia. Molto stretta è la collaborazione con la Polposta, soprattutto per scandagliare il web alla ricerca di video o pagine di propaganda o proselitismo per il terrorismo islamico. Altri canali informativi sono gli organismi di intelligence interna ed esterna e la collaborazione con ambasciate e consolati stranieri, oltre che le forze di polizia estere».
Un organismo invidiato e copiato da molti Paesi è il Casa (comitato analisi e strategia antiterrorismo) sorto nel periodo del terrorismo interno italiano e che si occupa di tutti i fenomeni di terrorismo. «Il terrorismo italiano era strutturato, quello di matrice jihadista non lo è. Ci troviamo di fronte a cellule organizzate, ma slegate dai grandi movimenti, oppure cellule impazzite che operano autonomamente, o ancora individualità che non danno segno di radicalizzazione se non nel momento dell’attentato – ha proseguito il vice questore Morelli – Per questo effettuaiamo un continuo monitoraggio e scambio di informazioni con la Polizia penitenziaria per sapere ciò che accade nelle carceri e con la Guardia di finanza per il controllo dei flussi di denaro verso Paesi a rischio terrorismo. Controlli che hanno portato, recentemente, a scoprire elargizioni dall’Italia con i proventi della tratta di esseri umani, sia migranti sia nella prostituzione».
Per la Polizia di Stato i fattori di rischio collegati al terrorismo sono molteplici, a partire dall’ondata migratoria dal 2011, cioè dalla caduta del regime di Gheddafi. «I terroristi possono nascondersi in queste pieghe, ma al momento non c’è collegamento tra i flussi migratori e la minaccia di terrorismo – ha detto ancora Morelli – Questo non significa che non si siano registrati casi di infiltrazione: un gambiano di 20 anni sbarcato clandestinamente in Sicilia e trovato a Napoli, aveva fatto un giuramento di fedeltà all’Isis e lo aveva postato sui canali Telegram. Successive indagini hanno permesso di scovare un altro gambiano, clandestino, con il quale aveva svolto un periodo di addestramento militare in Libia». Altro elemento di rischio è dato dai collegamenti tra gli attentatori che hanno colpito in Europa e l’Italia. «Anis Amri, l’attentatore di Berlino del dicembre 2016, era legato a cinque cittadini tunisini arrestati nel Lazio. Driss Ouakabir, coinvolto nell’attentato di Barcellona alle Ramblas, era rimasto nascosto per qualche mese a Tuscania. Ahmed Hanachi, l’attentatore di Marsiglia, aveva contatti in Italia ed era stato sposato con una ragazza di Aprilia, anche se non aveva dato segni di radicalizzazione; mentre il fratello era stato arrestato a Ferrara due settimane dopo l’attentato. Entrambi erano foreign fighter».
Quello dei foreign fighter che tornano in Europa è un altro elemento di rischio. «Adesso che l’Isis è in ritirata i combattenti vogliono tornare in Europa, ma non riescono ad acquistare un titolo di viaggio legale, quindi provano a rientrare illegalmente – ha ricordato Morelli – Esiste una lista di identificazione e verrebbero arrestati una volta che tentassero il rientro. I combattenti italiani o residenti in Italia accertati sono 135: 48 sono morti, 26 sono tornati; di questi 15 sono in Italia, 5 in carcere e 10 monitorati costantemente. L’Italia, quindi, non è a rischio zero».
Di “Paesi islamici nell’evoluzione dello scenario geopolitico” ha, invece, parlato il professor Maurizio Oliviero dell’Università di Perugia.
«Paesi islamici, Primavere arabe, terrorismo, sono termini che identificano un mondo altro rispetto a noi, ma sul quale bisogna fare attenzione perché non sono sinonimi – ha ricordato il professore Oliviero – Tante cose sono sedimentate nel nostro pensiero, a volte in maniera limitante. L’uso delle parole può anticiparne un uso ideologico: se dico Medio Oriente indico sì una porzione territoriale, ma fornisco anche una definizione ideologica». E qui racconta un aneddoto esplicativo di questo concetto: «A Perugia 25 anni fa uno studioso, Francesco Castro, fece il primo corso di diritto musulmano che non era riconosciuto come disciplina scientifica. All’improvviso nel 2001 scopriamo un mondo altro, una cultura alternativa che esiste da secoli in una parte del mondo, ma la scopriamo da una sola prospettiva: quella del terrorismo. Prova ne è il fatto che in libreria non si trovavano testi riferibili all’islam. Poi ne sono arrivati anche troppi e alcuni con messaggi fuorvianti – ha proseguito Oliviero – Quindi facciamo attenzione a quando diciamo “mondo islamico” oppure “Medio Oriente” o ancora “mondo arabo”. Il primo fa riferimento all’islam come modello culturale e legislativo; il mondo arabo è una parte di questo mondo (l’iraniano non è arabo), mentre l’arabo è la lingua veicolare della religione islamica».
Dopo aver ricordato le divisioni all’interno del mondo musulmani tra sciiti, sunniti e ibaditi, una ulteriore differenziazione all’interno del mondo islamico secondo il fattore religioso, il professor Oliviero ha parlato dei quattro momenti fondanti della storia dell’islam: dalla nascita fino alla morte di Maometto; il califfato, cioè la successione, fino al 661; l’inizio della tradizione Omayyade e Abbasside, durata fino alla caduta dell’impero ottomano; l’islam odierno allargato alle diverse tradizioni egiziana, persiana, saudita, etc.. «Nel 1920 alla Conferenza di Sanremo Francia e Inghilterra tirano con la squadra e il righello i confini dei nuovi Stati nati dall’implosione dell’impero ottomano e nascono anche i conflitti interni che in alcuni casi sono ancora vivi – ha ricordato Oliviero. -Ogni Paese si organizza e produce la propria legislazione con ampie differenze tra le stesse sulla base della cultura e della tradizione. In alcuni Paesi è applicata la Sharia, in altri no, ma possiamo parlare di Stati teocratici solo in pochi casi».
Per quanto riguarda le rivolte arabe degli ultimi anni, queste si presentano come occasione di riconfigurazione politica all’interno, ma anche di riposizionamento dei Paesi occidentali, di Cina e Russia nello scacchiere mediorientale, africano, arabo e orientale. «Non ci troviamo di fronte a rivoluzioni perché mancano un capo e un piano ideologico – ha detto Oliviero – Parlerei di rivolta nel caso tunisino, ampiamente annunciato dai giovani nelle università e dal fermento che li animava vedendo come vivevano i coetanei nel resto del mondo, grazie ad internet. I giovani scendono in piazza non per difendere una scelta religiosa, ma chiedono libertà, cinema, accesso allo studio. Non c’era una guida ideologica, era un movimento di ragazzi e tante donne. Non vi era l’intenzione di rovesciare un regime e sostituirlo con uno a carattere religioso».
Paul Kennedy ha scritto che “l’intero mondo islamico è il luogo dove si manifestano l’ascesa e il declino delle potenze occidentali” e «il cambio di passo di Obama, con l’accordo con l’Iran dopo una decennale alleanza con l’area sunnita sta ad indicare che gli USA volevano cambiare qualcosa in quella zona del mondo – ha asserito Oliviero – Poi arriva Trump e va a Riad, riportando le lancette indietro rispetto all’amministrazione Obama. Il trasferimento dell’ambasciata (simbolico) da Tel Aviv a Gerusalemme è, invece, il segnale di un tentativo di rafforzare una presenza forte in un’area in cui sta perdendo un po’ di posizioni. Una decisione che in Arabia Saudita conoscevano, ma hanno fatto finta di ignorare perché faceva gioco contro le posizioni sciite». In questo quadro si inseriscono anche Cina e Russia molto vicini all’Iran, la Turchia che si muove da sola. Tutti segnali che gli analisti valutano come un forte declino e debolezza della presenza degli USA nell’area. «Se guardiamo la cartina non possiamo non notare che l’insieme sciita, per la prima volta nella storia, si presenta come un qualcosa di omogeneo con la contiguità territoriale di Iran e Iraq, strettamente collegato alla Siria. Fa pensare ad una costituzione importante di un blocco sciita che impensierisce i sunniti» ha concluso Oliviero.
Ad oggi il terrorismo non è sconfitto e prosegue la propria attività criminale proprio nei Paesi musulmani (il maggiorn numero di attentati e di vittime è proprio in Iraq, Siria, Libia). C’è Al Qaeda nel Maghreb, responsabile della destabilizzazione della Libia e legata al traffico dei migranti; l’Isis è in forte ridimensionamento, ma ancora presente; ancora forte la presenza di Al Qaeda nella penisola arabica; mentre Al Shabaab, giovani legati ad Al Qaeda in Somalia e Boko Haram in Nigeria sono gruppi di criminalità organizzata, motivati da aspetti religiosi, ma che commerciano in droga, armi ed esseri umani, gestendo l’accesso nel Maghreb di buona parte di quelli che diventano migranti nel Mediterraneo.
A corollario della questione terrorismo è intervento il capo di gabinetto della Questura di Perugia, Francesco Barba, il quale ha parlato del decreto “Gabrielli” e delle relazioni con il testo unico di publbica sicurezza.
«Quando operiamo sul territorio e per delle manifestazioni dobbiamo mediare tra il concetto di polizia che ha il cittadino (perché sieti qui, non stiamo facendo nulla di male, chi vi ha chiamato) e le garanzie di sicurezza e incolumità della persone che le forze di polizia devono garantire – ha detto Barba – Trovare l’equilibrio tra disordine sopportabile e ordine indispensabile; è questo il limite di garanzia dell’ordine pubblico e che un funzionario di polizia si trova a dover affrontare seguendo il motto “sub lege libertas”. Solo lo Stato può rappresentare e garantire la sicurezza dei cittadini. E l’attività di repressione e prevenzione delle azioni criminose è insita nel concetto di sicurezza pubblica. Evitare e punire i reati, ma anche garantire l’incolumità delle persone, del cittadino. In questo è cambiato il modo di fare pubblica sicurezza con il decreto “Gabrielli”: tutelare l’ordine pubblico è garantire al cittadino il rispetto dei propri diritti».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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