Gelsomina Salvia è psicologa, esperta in criminologia clinica e delle investigazioni forensi. Svolge attività di consulenza, sostegno e diagnosi psicologica in relazione ai periodi di crisi o confusione, ai cambiamenti nell’arco di vita e al contesto di vita sociale-affettivo-lavorativo. Giovedì 8 marzo (alle ore 17.30) presso il castello Rocca Duca di Poggiardo a Satriano di Lucania per approfondire le tematiche della violenza di genere, stalking e femminicidio e gli aspetti giuridici, Giustizia e Investigazione ha intervistato la dottoressa Gelsomina Salvia per cercare di mettere in luce gli aspetti più importanti sulla tematica.

Vorrei partire dal convegno “Ti amo da morire”, violenza di genere, stalking, femminicidio e metterei anche il bullismo, possiamo parlare degli effetti della malattia del XXI secolo? Cioè dell’incapacità di percepire l’altro come persona?

«I valori sottostanti alla società odierna sono in continua evoluzione, e purtroppo si assiste a eventi di violenza che sono appunto il risultato della difficoltà nella percezione dell’altro come una persona dotata di una identità propria e con caratteristiche peculiari che la definiscono e differenziano dalle altre. Tali differenze vengono percepite nella maggior parte dei casi di questi episodi di violenza come negative, come se ci fossero dei criteri che stabiliscono la normalità o la personalità più idonea all’accettazione sociale. Quando si parla di violenza di genere, stalking e femminicidio bisogna tenere presente che colui che attua questi comportamenti mostra una scarsa empatia verso l’altro (capacità di mettersi nei panni dell’altro e comprenderne desideri e stati d’animo) e quindi la vittima viene vista come un “oggetto” sul quale esercitare potere e controllo a proprio piacimento e per soddisfare i propri bisogni senza tenere conto del suo essere una persona dotata di una propria identità e del diritto alla sua libertà. Lo stesso potrebbe dirsi in merito al bullismo, dove la vittima non viene riconosciuta e rispettata nel suo essere persona: questa viene ridicolizzata, isolata, sopraffatta soltanto perché percepita dal bullo in questione come più debole e fragile, fisicamente e/o psicologicamente, rispetto a dei criteri suoi personali in base ai quali decide di bullizzare una persona solo perché non vi rientra».

In una ipotetica graduatoria, possiamo mettere insieme stalking e femminicidio nella categoria del “quando l’amore diventa ossessione” quindi il frutto di una degenerazione di un sentimento che all’inizio era positivo, mentre la violenza di genere e il bullismo riguardano più la paura della diversità da scacciare con la violenza?

«Lo stalking e il femminicidio rientrano nella grande categoria delle forme di violenza, e in questo caso della violenza di genere: è un ciclo che si ripete che ha inizio generalmente con un sentimento positivo che poi degenera causando la violenza domestica durante la relazione, lo stalking in seguito alla rottura della stessa e nei casi estremi culmina con l’omicidio della donna in quanto donna (femminicidio). In questo caso si potrebbe parlare dell’amore che diventa ossessione. Per quanto riguarda il bullismo si ha a che fare con la diversità dell’altro (esiste la normalità?) e riguarda la manifestazione di comportamenti intimidatori, aggressivi e prevaricatori messi in atto intenzionalmente e deliberatamente da bambini e ragazzi (soli oppure in gruppo) nei confronti di loro pari allo scopo di offendere e/o aggredire».

La vita è fatta di momenti belli e di momenti tristi, i primi ce li godiamo, mentre i secondi non si accettano: sono questi momenti che portano ai reati di stalking e femminicidio?

«Affermare che questi episodi siano causati da un momento particolarmente stressante e doloroso vissuto da colui che li compie è sbagliato. Questi possono essere considerati delle cause scatenanti, come pretesti per portare fuori l’aggressività che si ha dentro. Dietro i comportamenti manifesti vi sono delle motivazioni latenti, nascoste come l’interiorizzazione di modelli culturali, sociali, comportamentali e relazionali appresi dalla passata società patriarcale e maschilista, problematiche psicologiche, a volte psichiatriche e anche caratteristiche e tratti di personalità specifici».

“Se l’è cercata”, “le donne provocano gli uomini”, “l’ha uccisa perché l’amava troppo”, frasi che sono anche l’indice di una certa cultura?

«Oggi vige la parità dei diritti tra uomini e donne, le quali vedono finalmente riconosciuti i loro diritti, la loro autonomia e la loro indipendenza, e anche la loro libertà decisionale in ogni ambito della vita: oggi le donne sono libere di scegliere il partner che vogliono al proprio fianco senza alcuna imposizione, così come di mettere fine ad una relaziona affettiva/amorosa che non le soddisfa più. Ma nonostante questo alcuni uomini sono rimasti ancorati ai ruoli tipici della società patriarcale e maschilista pre-emancipazione femminile, e quindi non accettano che sia la donna a mettere fine ad una relazione che li vede coinvolti, in quanto la considerano ancora come una loro proprietà».

Perché molte donne subiscono senza reagire o fuggire, cosa le spinge ad accettare l’incontro chiarificatore che spesso diventa l’ultimo giorno di vita?

«La risposta va ricercata nel meccanismo di dipendenza che si viene ad instaurare tra l’uomo carnefice e la donna vittima. Molte donne restano affianco all’uomo maltrattante in quanto ne sono diventate dipendenti: con la violenza psicologica che subiscono continuamente e costantemente alla fine si convincono davvero di non valere nulla e di non essere nessuno da sole. col tempo la loro identità si struttura intorno alla relazione con l’uomo in questione, e non sono pronte a lasciarlo perché così facendo perderebbero una parte della loro stessa identità. Ancora, provano un profondo senso di colpa e credono di essere loro la causa di questi comportamenti violenti, di aver provocato l’uomo mediante atteggiamenti e parole. Un altro motivo fondamentale che impedisce alle donne di liberarsi da questa tipologia di rapporto e che quindi le costringe a subire, riguarda la disponibilità economica: spesso l’uomo con cui vivono le impedisce di andare a lavoro e di avere una indipendenza economica, e quindi non disponendo di un reddito proprio non immagina come poter affrontare poi la situazione».

Le leggi ci sono, ma spesso manca il sistema di protezione, cosa si può cambiare?

«Fondamentale sarebbe formare in maniera più adeguata e specifica gli operatori delle forze dell’ordine, al fine di renderli più ricettivi e attenti anche ai più piccoli segnali che caratterizzano questa tipologia di eventi e rispetto alla gravità reale degli episodi di violenza e stalking denunciati dalle donne: molto spesso le donne non denunciano per paura di ritorsioni da parte del loro carnefice, ma anche perché, come spesso poi la cronaca ci mostra, hanno paura che la loro richiesta di aiuto non venga accolta e presa sul serio».

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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