L’avvento dei social network ha modificato profondamente gli usi, i costumi e le abitudini. Anche sessuali. Facebook, Whatsapp, Instagram, Snapchat, tutti social network che hanno l’opzione della chat privata, che ammettiamolo, usiamo tutti. Poi ci sono i cosiddetti siti di incontri, tipo Meetic, Tinder, Badoo, dove puoi avere maggior occasione di conoscere nuove persone e mantenere dei rapporti anche solo “virtuali”, ma molto spesso “clandestini”. Questa dinamica, inevitabilmente, ha influenzato anche la vita familiare comportando un numero sempre crescente di matrimoni entrati in crisi. Si tende spesso a pensare che se digitale, non possa considerarsi reale: “Mica tradisco se chatto”.
Non è così ormai, e a confermarlo è stata proprio la Suprema Corte di Cassazione, che con la recentissima sentenza n. 9384 ha confermato e ampliato quella del 2014 della Corte d’Appello di Bologna, sentenza storica che, per la prima volta, aveva equiparato il tradimento online a quello reale. A nulla sono valse, infatti, le argomentazioni di un ex marito bolognese che intendeva addebitare i costi della causa della separazione alla moglie con l’eliminazione dell’assegno di mantenimento. La sua tesi ruotava intorno al cosiddetto “abbandono del tetto coniugale” (previsto dall’art. 143 c.c. e dall’art 570 c.p.) visto che la donna, benestante e molto più giovane di lui, lo aveva scoperto a chattare a destra e a manca e a “flirtare online” con potenziali partner su siti di incontri. La Cassazione ha dato ragione alla donna ritenendo che le azioni dell’uomo avevano di fatto minato la “necessaria e reciproca fiducia tra i coniugi”.
Nelle motivazioni della Corte si legge che si è creata una “circostanza oggettivamente idonea a compromettere la fiducia tra i coniugi e a provocare l’insorgere della crisi matrimoniale all’origine della separazione”. Per questo la decisione della donna di andarsene di casa è stata ritenuta “preventiva, ma giustificata”. Già nel 2013 la Suprema Corte, era stata chiamata a valutare la condotta di una moglie scoperta ad intrattenere una relazione amorosa platonica con un uomo, coltivata via internet e con contatti telefonici, ma priva di alcun incontro personale e carnale, e con la sentenza n. 8929/2013, ha affermato che “il rapporto virtuale costituisce causa di addebito qualora: la condotta del coniuge infedele sia tale da ingenerare nell’altro coniuge e nei terzi il fondato sospetto di tradimento; il comportamento sia animato dalla consapevolezza e dalla volontà di commettere un fatto lesivo dell’altrui onore e dignità; dalla condotta dell’infedele sia derivato un pregiudizio per la dignità personale dell’altro coniuge, attesa la sensibilità del tradito e dell’ambiente in cui vive”.
Si tratta certamente di una decisione che fa può far discutere perché, in questo modo, si giustifica e legittima quel che parrebbe un processo all’intenzione o semplicemente una trasgressione visto che, di fatto, l’adulterio non è stato commesso, ma solo pensato.

Consapevoli di questa sentenza però gli aspiranti fedifraghi ci penseranno due volte prima di rischiare il matrimonio per una scappatella anche solo virtuale, e comunque, se lo faranno, saranno costretti ad innalzare il “livello di guardia” per non lasciare tracce.

Pubblicato da Anna Garofalo

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