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Ugo Spirito e la “rivoluzione bianca” dello Scià Reza Pahlavi

Ugo Spirito scrisse nel 1978 “Filosofia della grande civilizzazione. La ‘rivoluzione bianca’ dello Scià” (a cura di Gianni Scipione Rossi. Postfazione di Hervé A. Cavallera, Luni Editrice, Milano 2019, pp. 192, € 22.00), un volume sul tentativo dello Scià Reza Pahlavi di “rivoluzionare” il Paese. Il testo vede la luce per la prima volta nella sua versione integrale, grazie alle iniziative prese dalla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice nella quarantennale della scomparsa del filosofo aretino, a cura di Gianni Scipione Rossi.

Ugo Spirito volle “comprendere e illustrare criticamente le linee guida della ‘rivoluzione bianca’ dello Scià – avviata nel 1963 – inquadrandole nella storia della Persia e valutandone le possibili evoluzioni”, o per quanto possibile, visto che nel 1979 “il Paese era sconvolto dalle proteste di piazza sfociate nel 1979 nella rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni”.

Il volume uscì in versione mutila e manipolata e arriva in libreria in versione integrale per la prima volta e dal manoscritto originale sono emerse novità e sorprese. Ne abbiamo parlato con il curatore, il giornalista, saggista e vice presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

Il volume sembra partire da un assunto ucronico: come sarebbe stato l’Iran se lo Scià non fosse stato costretto all’esilio. È così?

“È quello che viene da chiedersi, anche se è una domanda senza risposta certa. Lo stesso Ugo Spirito ammette come non fosse scientificamente possibile prevedere gli sviluppi della “rivoluzione bianca” e dunque del regime di Mohammad Reza Pahlavi. Sicuramente sarebbe stato diverso dall’attuale Iran, ancora governato dal regime teocratico voluto da Khomeyni, nonostante i tentativi di evoluzione liberale – tra molte virgolette – che negli ultimi anni si sono succeduti, per sottrarre almeno in parte il governo civile dall’influenza dei leader religiosi. Nella sostanza per separare lo Stato dalla religione.

Faccio un esempio di questi giorni. Nel marzo scorso una ragazza ventinovenne, Sahar Khodayari, tifosa dell’Esteghlal, si è travestita da uomo ed è entrata nello stadio di Teheran per vedere una partita. Scoperta, è stata arrestata dai guardiani della rivoluzione e poi condannata a sei mesi di reclusione per oltraggio al pudore. Pochi giorni fa, uscendo dal tribunale, si è uccisa dandosi fuoco. La notizia ha fatto il giro del mondo e il ministro dello sport iraniano, Masoud Soltanifar, ha dichiarato che si sta ora pensando di consentire alle donne di entrare allo stadio, separate dagli uomini, ma solo nelle partite internazionali, e ovviamente velate.

Ora, l’obbligo del velo per le donne era stato abolito negli anni Trenta da Reza Pahlavi padre, che sfidò il clero sciita. Fu reintrodotto da Khomeyni subito dopo la rivoluzione islamica. Nel successivo regime dello Scià – dagli anni Sessanta del secolo scorso – le donne avevano diritto al voto, andavano a scuola, all’università, all’estero, le ragazze giravano in minigonna, esattamente come nell’Italia dell’epoca. Come ben si capisce anche dall’analisi critica di Ugo Spirito, il regime dello Scià era una tecnocrazia laica ma dispotica, quindi non era un paradiso in terra, ammesso che possa esistere. Ma se la libertà politica mancava, quella individuale era garantita. La differenza non è da poco: si è passati da una modernità complessa a un medio evo oscurantista”.

La rivoluzione bianca e la Città del sole, nel libro c’è questo parallelismo, oltre all’ucronia quindi c’è anche l’utopia, oppure secondo Spirito era proprio possibile coniugare modernità, armonia tra le classi sociali, sviluppo industriale e tradizione persiana?

“Spirito riteneva che fosse possibile e che fosse auspicabile e necessaria una ulteriore evoluzione. Della rivoluzione bianca apprezzava l’intento modernizzatore ma non il profilo dittatoriale. In fondo, da questo punto di vista, rivolge allo Scià la stessa critica al “ducismo” che elaborò nel testo del 1942, Guerra rivoluzionaria, sottoposto da Bottai a Mussolini, che lo bocciò, e rimase inedito.

Del regime iraniano, inoltre, criticava il sistema di economia mista. O meglio, sottolineava – dolendosene – che l’economia mista non aveva raggiunto neppure a livello teorico-scientifico un soddisfacente equilibro, forse impossibile. Dopo aver teorizzato la corporazione proprietaria – che in questo testo sull’Iran definisce “comproprietà” – Spirito rimane deluso sia dalla persistenza dell’economia liberista sia dallo statalismo di tipo sovietico, ma comprende che la “terza via” non riesce a trovare delle basi teoriche efficaci. Resta tuttavia un sognatore, un visionario, un utopista, e immagina di poter indirizzare lo Scià verso nuove prospettive, per quando difficili, complesse, che in fondo vanno a confliggere con la natura umana”.

Sulla base di queste riflessioni, come sarebbe stato l’Iran secondo Ugo Spirito?

“Meglio dire come avrebbe dovuto essere… Appunto, una sorta di Città del Sole, nella quale regnino l’armonia e la collaborazione tra le classi sociali nel quadro di una sempre più incisiva modernizzazione. Una città laica, senza sfruttati e sfruttatori, ricchi e poveri, proprietari e servi. Secondo Spirito la rivoluzione bianca aveva raggiunto buoni risultati, ma era troppo legata alla visione personale dello Scià, alla sua volontà, e dunque destinata a disperdersi con la sua morte. Per stabilizzarla e andare oltre, Pahlavi avrebbe dovuto rinunciare a essere un imperatore-dittatore e creare istituti politici e culturali capaci di prescindere dalla sua persona. Come sappiamo, mentre nel 1978 Spirito faceva queste riflessioni, in realtà lo Scià acuiva il dispotismo del regime, determinando una saldatura impropria tra gli interessi del clero sciita e le aspirazioni libertarie di degli studenti, che portò alla vittoria di Khomeyni”.

Facciamo un passo indietro, Filosofia della grande civilizzazione è un libro che esce postumo, che ha avuto una lunga gestazione, qual è il giudizio di Ugo Spirito sullo Scià?

“Spirito giudica Pahlavi un sovrano illuminato, ma troppo concentrato su se stesso, sul proprio ruolo. Capisce il senso storico del sistema imperiale persiano, che valuta però una eccezione stravagante mentre le monarchie perdevano di significato nell’epoca moderna. Avrebbe preferito – anche se non lo dichiara espressamente – una evoluzione nel senso di una repubblica organica. In qualche modo resta legato alla sua utopia corporativa.

Il libro in realtà non ha una gestazione lunghissima. Ormai ottantenne, Spirito nel 1978 è ancora attivissimo. Scrive Ho trovato Dio, anch’esso pubblicato postumo. Collabora ai giornali, tiene conferenze, e si appassiona alla questione iraniana su sollecitazione di un piccolo editore romano, Salvatore Dino, che ha pubblicato alcuni libri dello Scià. L’idea dell’editore – in contatto con l’ambasciata iraniana a Roma – è quella di proporre il testo di un filosofo famoso a sostegno dello Scià. Ma Spirito non tradisce se stesso e scrive un testo intellettualmente onesto e critico, che non sarà mai pubblicato nella sua versione integrale. Venne anzi manipolato e parzialmente pubblicato solo in lingua inglese con il titolo The Philosophy of the Great Civilization. Secondo una narrazione inattendibile avrebbe dovuto essere distribuito nelle scuole iraniane in un milione di copie. Ma in realtà venne probabilmente stampato a Roma in pochi esemplari nel gennaio del 1979. Poi in Iran tutto crollò. In italiano, sempre in una versione monca e manipolata, lo stesso editore lo pubblicò con il titolo La rivoluzione dell’Iran nel 1992. Ma Spirito era morto nell’aprile del 1979 e di tutto questo non ebbe mai contezza. A quarant’anni di distanza era giusto pubblicare il testo integrale, conservato nell’archivio di Spirito, intorno al quale nel 1981 è nata la Fondazione a lui intitolata, poi trasformata in Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice in omaggio al grande storico che l’ha presieduta”.

Nel 1979 finisce un sogno irrealizzabile o si conclude ineluttabilmente una fase storica?

“Nei termini di una Città del Sole era irrealizzabile, ma lo Scià certamente non capì che – nella situazione internazionale dell’epoca – avrebbe dovuto farsi alleato il popolo, con immediate riforme politiche, non ricorrere solo alla repressione poliziesca. Certo, è facile dirlo adesso… La svolta era ineluttabile? Oggi sappiamo che la fase dei regimi laici nel mondo islamico, non solo arabo, si avviava verso una crisi che li avrebbe travolti. Per responsabilità interne ma anche, naturalmente, per l’influenza della situazione internazionale”.

Se lo Scià avesse vinto la sua scommessa, quale sarebbe stato il ruolo dell’Iran in un complicatissimo scacchiere politico, militare ed energetico?

“Lo Scià tentò, grazie ai proventi petroliferi, di trasformare l’Iran in una potenza politica, militare ed economica di primo livello e di svolgere un ruolo indipendente ed egemonico nel contesto mediorentale, schierandosi nello scacchiere occidentale in maniera autonoma, tanto da riuscire a mantenere buoni rapporti anche con la Cina comunista. Probabilmente una scommessa più grande di lui. Aveva visto giusto l’ambasciatore italiano a Teheran Giulio Tamagnini, che quando lo incontrò ne trasse l’impressione di un ‘despota-manager che comunque sembra muoversi in una sua orbita piuttosto astratta’. Visionario e poco concreto, insomma. Ma, se poniamo mente alle conseguenze della sua caduta, il ruolo dello Scià meriterebbe oggi una lettura più corretta e meno demonizzante di quella che prevalse allora”.

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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