Vittime dell’odio etnico in quanto italiani, vittime dell’odio politico perché ritenuti (ingiustamente) tutti fascisti, vittime dell’odio sociale perché borghesi e nemici del popolo. Gli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia sono state vittime degli eccidi delle foibe, costretti a divenire esuli e la loro storia ha subito l’oblio della storia. Il Giorno del Ricordo, istituito per legge, li risarcisce almeno sotto l’aspetto della dimenticanza. E finché ci saranno testimoni di quei giorni sul finire della seconda guerra mondiale, ogni occasione per ricordare è utile.
Il Comune di Perugia ha organizzato due momenti per celebrare il Giorno del Ricordo: il primo il 10 febbraio con la deposizione di una corona presso il parco delle Vittime delle foibe e il 15 febbraio con un tavola rotonda e uno spettacolo teatrale.
«È un appuntamento fortemente voluto dal Comune di Perugia, dal Centro studi fiumani, dal Comitato 10 febbraio e dall’associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia, con il coinvolgimento di diverse scuole. Abbiamo voluto celebrare un ricordo con convinzione e urgenza, urgenza derivante dai cori di Macerata e dai convegni negazionisti, dal mancato celebrare la giornata istituita per legge e alle tante lapidi spezzate e imbrattate in giro per l’italia – ha detto Leonardo Varasano, presidente del consiglio comunale di Perugia – Ricordiamo le migliaia di persone infoibate, spesso vive. Vogliamo ricordare quel dramma e quello dell’esodo di oltre 300.000 italiani, ma anche fatti gravissimi come quello di Bologna, dello sciopero dei ferrovieri e del latte destinato ai bambini versato sui binari. Vogliamo riflettere sull’odio etnico contro italiani, sull’odio politico perché ritenuti tutti fascisti e odio di classe per per gli jugoslavi erano tutti borghesi e nemici del popolo. Vogliamo fatti coperti dall’oblio e dalla dimenticanza. Dramma che ha iniziato ad essere ricordato quando si parla di Norma Cossetto, si fa della foiba di Basovizza un monumento nazionale, quando una traccia del tema di maturità riguarda le foibe – ha concluso Varasano – anche se è stata svolta solo dall’1,97% degli studenti, perché pochi professori conoscevano l’argomento e tanto meno gli studenti. Voglio concludere con le parole di monsignor Santin, della preghiera per le vittime, uccise al culmine di un “calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace».


La descrizione del contesto storico e politico in cui si sviluppò la tragedia delle foibe e degli esuli giuliano-dalmati, è stata affrontata dal professor Giovanni Stelli, presidente del Centro studi fiumani.
«Rispetto alle manifestazioni degli ultimi giorni e che offendono la memoria degli esuli, mi preoccupa molto di più il comportamento delle istituzioni, spesso silenziose o con iniziative infarcite degli stereotipi più duri a morire: cioè il fatto che furono solo i fascisti ad essere infoibati. Si tratta di un falso storico totale – ha detto il professor Stelli – La prima cosa che fanno i titini appena arrivati a Trieste a maggio, mettono fuori legge il Cln perché i membri erano nemici del popolo in quanto ostili al comunismo. Nella notte tra il 3 e 4 maggio a Trieste vengono liquidati gli esponenti del partito autonomista, tutti antifascisti e perseguitati durante il regime. È l’inizio di quel clima di terrore e violenza che investe tutti coloro che si opponevano all’annessione proclamata unilateralmente nel 1943. Gli antifascisti italiani di Istria e Dalmazia si ribellano e protestano – ha preseguito Stelli – Anche due dirigenti comunisti si oppongono, ma stranamente finiscono in un agguato dei nazifascisti, ma il sospetto di una delazione interna è fortisismo. A Ragusa altri dirigenti vengono scovati, dopo anni di latitanza, all’improvviso e liquidati».
Il professor Stelli ha ricordato come l’italianità dei territori orientali dell’Adriatico sia secolare, solo Trieste e Fiume non sono mai state veneziane perché austriache e ungheresi. «I comunisti titini vogliono un partito, un sindacato, un giornale. E quando occupano i territori di Istria e Dalmazia decidono di eliminare tutti coloro i quali possono essere d’intralcio a quel piano, a partire dai fascisti rimasti e ad un’intera classe dirigenziale – ha concluso il professor Stelli – In questo contesto si sviluppa il dramma delle foibe, della fila di uomini e donne legati con il fil di ferro ai polsi, del colpo alla nuca al primo della fila che trascinava così gli altri nella forra; poi le bombe a mano per chiudere le cavità o smembrare i corpi e rendere il possibile riconoscimento e il conteggio. Non dobbiamo dimenticare che ci furono anche i deportati, i fucilati e le vittime delle foibe azzurre: nella zona di Zara le vittime venivano portate al largo e gettate in acqua con una pietra al collo. Dopo le foibe istriane del ‘43 c’è la grande mattanza a guerra finita, ripeto a guerra finita. Il Cln di Trieste calcolo in dodicimila le vittime, di quattromilacinquecento si conoscono i nomi. Poi fu la volta dell’esodo, causato dalla paura delle sparizioni, degli assassini, del terrore delle foibe e della violenze di un regime dittatoriale».
Franco Papetti, dell’associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia, ha parlato dell’abbandono forzato di quelle terre italiane da parte della popolazione.
«Il 18 agosto del 1946 avviene la strage di Vergarolla, causata dall’esplosione indotta di una catasta di mine marine, disinnescate, che provocò 65 morti e centinaia di feriti. Se prima i polesani non avevano idea di quale sarebbe stato il loro destino, da quel giorno capirono che dovevano andare via. In oltre trentamila lasciarono Pola. Sulla nave Toscana o via terra se ne andò oltre il 90% della popolazione cittadina. Pola era una città svuotata, altri paesi ebbero un tasso di abbandono che va dal 78 al 98%. Chi partiva sapeva di non essere un emigrante, ma un esule; sapevano che non sarebbero mai più tornati, che le loro case sarebbero state occupate e che sarebbero stati stranieri nella loro terra – ha detto Papetti – La giornata del Ricordo parla di foibe e dell’esodo di trecentomila persone, costrette a lasciare tutto. Racconta anche del martirio di Zara, prima con 54 bombardamenti e quattromila morti, poi con l’arrivo degli slavi e l’inizio di sparizioni ed esecuzioni sommarie. L’imprenditore Luxardo viene ucciso e processato da morto per poter requisire l’azienda. Il governo italiano si trovò a fronteggiare un’emergenza nell’emergenza post-bellica Si pensò di tenere uniti gli esuli per salvaguardare l’identità, ma poi si optò per la raccolta in 109 campi o centri profughi. Vennero usati anche ex campi di concentramento e la risiera di Trieste, un campo di sterminio. A Laterina, vicino Arezzo, fu utilizzato l’ex campo di prigionia e non vennero neanche tolte le recensioni di filo spinato – conclude Papetti – E a chi si domanda perché 60 anni di oblio, hanno risposto gli storici. Questa pagina di storia è stata strappata perché l’Italia aveva perso la guerra e doveva essere punita. Poi nel ‘48 Tito esce dal Cominform e Gran Bretagna e Stati Uniti aiutano subito la Jugoslavia in chiave anti-sovietica, ma tagliando fuori gli interessi dell’Italia. Nel tempo l’Italia diventa il primo partner economico della Jugoslavia e, quindi, non è il caso di toccare certi argomenti. Poi la politica il Partico comunista italiano era filo-jugoslava e gli esuli erano bollati come fascisti o delinquenti perché fuggivano dal paradiso socialista. Voglio chiudere con un detto della nostra terra: “Ierimo, semo, saremo” perché la nostra storia non muore e sarà portata avanti dalle nuove generazioni».


La chiusura dell’incontro è toccata all’avvocato Raffaella Rinaldi, del Comitato 10 febbraio.
«Per comprendere l’insensatezza dei cori di Macerata è necessario avvicinarsi al ciglio della foiba e cercare di comprendere e conoscere la storia di quella tragedia. La storia di quella tragedia lo facciamo con la vicenda di Norma Cossetto, una laureanda che nel ‘43 si trova a vivere il dramma della violenza titina. Prelevata a casa sua, vicino Parenzo, e rinchiusa a Visignano, senza imputazione alcuna se non essere figlia di un ex segretario del Fascio, viene torturata, seviziata e stuprata. Poi trascinata alle pendici del Monte Croce e gettata nella foiba di Villa Furiani. Il suo corpo quando venne ritrovato era orrendamente mutilato. A Norma Cossetto, vittima dell’odio titino, solo per il fatto di essere italiana, venne concessa la laurea honoris causa e la medaglia d’oro al merito civile – ha ricordato l’avvocato Rinaldi – Non possiamo dimenticare neppure la storia delle tre sorelle Radecchi, arrestate e costrette a servire i loro carcerieri e violentate più volte. Quando i carcerieri si stancano di loro le fanno sparire nella foiba di Terli, forse gettate ancora vive. Don Angelo Taticchi fu ucciso e gettato nudo in una foiba, con i genitali in bocca – ha concluso Rinaldi – La violenza titina colpì la classe dirigente di origine italiana, militari, carabinieri, finanzieri, medici, professionisti e commercianti, tutti coloro che rappresentavano lo Stato Italiano e l’identità italiana. Per questo chi inneggia alle foibe inneggia all’orrore».

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Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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