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Un incubo di processo

Pippo era un giudice del Tribunale di Napoli, fiero della sua città. Era, infatti, napoletano doc, ed amava la sua città. Oltre al suo lavoro di giudice penale, amava nuotare e andare in barca a vela. Aveva una vita piena ed intensa e non soffriva di alcun disturbo, se non di una fervida fantasia, fantasia che la notte lo trasportava nei suoi sogni in mondi fantastici.

Pippo faceva dei sogni che parevano reali. Forse fu per questo che una mattina si alzò e si recò al lavoro senza notare nulla di strano.

La prima cosa strana fu il comportamento frettoloso di un cancelliere che stava correndo in corridoio. Non capiva tanta fretta. Erano le nove meno un minuto e, anche se le udienze iniziavano alle nove, se si giungeva in aula alle nove e tre, invece che alle nove in punto non era certo un problema. Stava cercando il suo ufficio quando sentì un suono, che era il suono di una campanella, si proprio di una campanella di scuola. Si guardò intorno, nei corridoi nessuno. Si recò all’aula di udienza e vi trovò cancelliere, avvocati, carabinieri tutti impettiti nella posizioni dell’attenti. Al suo ingresso capì che lo stavano aspettando. Si sedette al suo posto salutando il cancelliere che non conosceva. Pensò che fosse nuovo del lavoro. Pippo non era un soggetto che facesse attenzione ai particolari, quindi non si stupiva di scoprire cose nuove o mai notate anche in luoghi frequentati da anni.

Guardò il fascicolo che aveva davanti, relativo al processo che stava per essere celebrato e gli cadde l’occhio sulla rubrica del reato: attentato alla sicurezza pubblica. Pensò che, finalmente, vedeva un reato interessante, anche se si chiedeva perché fosse solo a trattarlo e non in collegio. In quel momento l’ufficiale giudiziario annunciò l’inizio dell’udienza chiamando l’imputato, il numero del processo ed il fatto. Tanto fu lo stupore di vedere un ufficiale giudiziario in aula di udienza che non si concentrò subito sulla descrizione del fatto. Un attimo dopo ascoltò e lesse il fatto di cui a processo: attentato alla sicurezza pubblica a causa della caduta di un cotton fioc (uno di quei bastoncini per pulire le orecchie) da una finestra del primo piano.

Pippo rilesse il capo di imputazione, stava per scoppiare in una risata quando il comportamento compassato e serio dell’ufficiale giudiziario, del pubblico ministero e dell’avvocato difensore lo gelarono. Gli caddero gli occhi sulle liste testi, circa una decina per parte… Pippo non sapeva se ridere o piangere, tutto per un cotton fioc… e poi gli pareva sbagliata la contestazione del reato.

Continuò, comunque, il suo lavoro celebrando il processo. Era sempre più stupito del comportamento serio e compassato di tutte le persone che si muovevano intorno a lui. Quando giunse il momento di dare la sentenza, Pippo si trovò in grave imbarazzo: non era riuscito a capire nulla dei complicatissimi interrogatori fatti ai testimoni che si erano inerpicati su quando era stato fabbricato il cotton fioc, su chi l’aveva confezionato, su dove era stato venduto, su chi l’aveva comprato ma che non avevano svelato chi è perché lo avesse buttato dalla finestra… e poi che reato mai sarebbe stato? Pippo era seriamente preoccupato. Decise di accantonare la sentenza e pronunciarla alla fine di tutti gli altri processi e passare a celebrare il processo successivo, benché fosse già pomeriggio. Il processo del cotton fioc aveva portato via l’intera mattinata e Pippo si era perfino dimenticato di mangiare.

Passò al processo successivo.

Apri il fascicolo e lesse: attentato alla salute pubblica perché in un cestino di frutta al locale supermercato era stato trovato un mirtillo andato a male! Trenta testi come prova! No, era troppo!!! Pippo chiuse tutto, balbettando corse in camera di consiglio a cercare un telefono, voleva parlare urgentemente con il presidente del Tribunale, forse era finito in un incubo, nel sogno sbagliato…

Trovò il telefono… fece il numero… trillava, trillava… erano le sette del mattino, doveva alzarsi per andare al lavoro.

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