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Un viaggio a fumetti nell’America degli anni ’50 che si trasforma in un percorso dell’anima

Gli appassionati di arte e di fumetti riconosceranno il tratto e il colore di grandi artisti. Quando ho incontrato Cristiano e Cristiano Giuseppe Schiavolini, padre e figlio, volevo fare un’intervista doppia. Ne è nato un colloquio che ha spaziato da Pollock a Hopper e a Pirandello, da Jack Kirby e John Romita Jr alla storia controfattuale, o ucronica, dall’antropologia alla sociologia. Una sorta di racconto, insomma, uno storytelling in divenire davanti ad un caffè e ad alcune tavole disegnate (belle è dir poco).

Cristiano Schiavolini ha un bagaglio di studi artistici tra liceo e Accademia di Belle Arti, ha studiato e applica la narrazione e il teatro, ha illustrato (è l’autore di “Se Andersen fosse perugino”, Morlacchi editore) e ha lavorato come designer per alcune aziende. Cristiano Giuseppe studia al liceo linguistico, ma ha sempre la matita e il foglio in mano per disegnare; guarda la fumetto francese e statunitense e il suo tratto è influenzato da tematiche storiche, cultura pop, cinema, letteratura e giochi di ruolo. Ecco l’intervista doppia a padre e figlio.

Come nasce “I bambini del grano”?

Cristiano: «Quando l’ho concepito pensavo ad un atto unico, ad un monologo. Andando avanti il racconto ha incrociato delle tavole disegnate a carattere storico e da monologo è diventato un soggetto e una sceneggiatura».

Cristiano Giuseppe: «Ho visto la cosa come un cimento in una storia scritta da altri. Leggendo il soggetto ho visto che c’erano grandi potenzialità. C’erano gli Stati Uniti rurali, l’autismo e le tematiche sociali».

Perché “I bambini del grano”?

Cristiano: «Il titolo rispecchia la mia passione per il grano, per quel movimento tipo delle onde. Le coltivazioni di grano, quando è alto, nascondono i sentieri, non ci sono segni di vita individuabili, se non il grano stesso. Una campagna solitaria che delinea bene gli Stati Uniti isolati, solitari, di quegli anni. Un mondo difficile che quando si apre, però, svela grandi scene».

Cristiano Giuseppe: «Quando ho letto la sceneggiatura ho subito pensato: è bella. Ho deciso di non inchiostrare, ho lavorato solo con matita e carboncino; mi sono concesso un solo colore, l’ocra, simbolo anche degli Stati Uniti anni ‘50. Attraverso il colore la storia abbraccia tutti i protagonisti».

 

https://issuu.com/cristianoschiavolini/docs/bambini-grano
La storia ruota attorno ad un personaggio, un artista, Jackson Pollock, ma scorrendo le tavole si scopre anche Hopper.

Cristiano: «Pollock è un simbolo. Un emblema di un mondo caotico, di un groviglio di esistenze e di incontri casuali che cambiano l’esito dell’esistenza. La sua opera non è più quella solo di un artista, ma diventa sfuggente, si trasforma in una sorta di trance che ti conduce altrove».

Cristiano Giuseppe: «Hopper c’è eccome, perché è fondamentale studiarlo, sia sotto l’aspetto prettamente pittorico sia perché è fondamentale per il taglio cinematografico che ha dato alla sua pittura. I suoi quadri sono di poche parole, con un ritmo che non è lento, ma che che gira attorno allo ai volumi, spazia da un punto all’altro velocemente, con dinamicità scenografica. È un fumetto girato come un film, ma senza telecamera».

Nella storia non si vedono volti. Ci sono adulti e bambini, ma non i visi. E ho pensato alle maschere di Pirandello.

Cristiano: «I volti sono sfumati. È la maschera il punto focale del racconto, il tramite che unisce il protagonista ai ragazzi. È la maschera che unisce Pollock e i suoi racconti di viaggio. Tramite le maschere i bambini affrontano la vita, quando poi crescono possono abbandonate questo schermo. Come nel fumetto».

Cristiano Giuseppe: «Ho apprezzato subito la figura misteriosa che si svela all’ultimo. Un personaggio misterioso che agisce da demiurgo attraverso i racconti e insegna ai ragazzi come la maschera debba essere abbandonata. Così un giorno te ne liberi e ti affacci al mondo».

Nel fumetto c’è spazio anche per il tema dell’inclusione sociale.

Cristiano: «L’autismo è appena accennato, ma serve ad indicare qualsiasi esclusione sociale. I personaggi sono su un palcoscenico, recitano una serie di ruoli, amplificano le difficoltà nello stare in una comunità. Volevo fornire una scintilla di riflessione sull’esclusione e sull’inclusione».

Cristiano Giuseppe: «Mi sono ispirato ai fumetti degli anni ‘50 di Kirby e Buscema. Ho guardato al periodo d’oro del fumetto made in USA, anche se lo chiamano Silver age, ripensando al concetto di nerd che diventa luogo comune, una sorta di background per ricreare e presentare al pubblico una rappresentazione reale di solitudine e di temi sociali».

 

Unire padre e figlio tramite esperienza inusuale. Com’è stato lavorare insieme?

Cristiano: «Lavorare con mio figlio è stata un’esperienza molto positiva. Non abbiamo avuto alcun problema con lo storyboard, lo avevo centrato e lui ha capito subito come fare. Finita la sceneggiatura l’ho lasciato libero di lavorare come voleva. Qualche criticità l’abbiamo incontrata sull’impaginazione e sulla copertina, ma penso che sia venuto fuori un prodotto equilibrato».

Cristiano Giuseppe: «È stata un’esperienza positiva anche per me. Eravamo in sintonia, forse anche per l’influenza artistica che mi ha trasmesso nel tempo. Una sintonia che è stata importante per la storia, perché abbiamo creato una storia che ha grandi possibilità. La sceneggiatura mi ha colpito subito: era descrittiva, era visiva. Come l’ho letta avevo la storia già in mente perché il soggetto era immediatamente traducibile».

E adesso?

Cristiano e Cristiano Giuseppe: «Adesso il fumetto verrà stampato (per adesso lo potete leggere qui) poi diventerà anche una mostra e un’installazione con esposizione di tavole, oggetti, diari visivi dei ragazzi, per condurre il visitatore in un ipotetico viaggio generazionale, emozionale, geografico, attraverso gli stessi percorsi dei personaggi del fumetto».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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