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Una generazione nella terra di mezzo

Il tempo passa e con esso la storia si dipana ed io sono assolutamente hegeliana nell’essere convinta che, comunque, si fanno passi avanti nella civilizzazione, anche se sono passi lenti e talvolta appaiono perfino passi indietro.

Una generazione che come mai nessuno prima si è “trovata in mezzo ad un guado” è quella degli attuali cinquantenni-sessantenni. Quando loro, ovvero noi, erano giovani e si affacciavano al lavoro ed alla società vigevano delle regole che ora fortunatamente vengono stravolte, ma in modo tale che nessuno sta tenendo conto delle difficoltà che questo cambiamento può creare e del senso di ingiustizia che tutto ciò può realizzare.

Devo precisare che la legislazione fondamentale in vigore è rimasta all’incirca la stessa, sono stati eliminati alcuni reati e ne sono stati introdotti altri, vi sono nuove regole amministrative, ma la struttura statale quella era e quella è.

Gli anni del giro di boa li collocherei sicuramente nel periodo dei primi anni novanta, l’epoca di “Mani pulite”.

Quando eravamo giovani vedevamo e sentivamo che si pavoneggiavano le persone che riuscivano ad avere il “posto sicuro” nel pubblico, ad andare in pensione a meno di cinquanta anni, per non parlare della modestia delle loro prestazioni sul lavoro. Dopo il post sessantotto era figo chi raggiungeva i suoi obiettivi facendo e studiando il meno possibile, di responsabilità per gli affari pubblici non si parlava, molti professori insegnavano poco o nulla e la irresponsabilità era un valore, come l’utilizzo a proprio favore della cosa pubblica. Non era condivisibile tutto ciò, ma era il comportamento generale. Poi iniziarono a prendersi misure. Credo di essere sembrata una marziana quando, appena entrata in magistratura, una collega, ad un corso di aggiornamento mi chiese, strizzando l’occhio, di firmare per lei all’uscita perché lei se ne andava ed io risposi di no, che certe cose non le facevo. La collega non mi ha parlato più, ma la sua carriera è stata molto migliore della mia! Altrettanto devono aver pensato che ero una marziana quando scrissi una vibrante lettera di protesta per come venivamo trattati e controllati ai corsi, ignara che per anni i colleghi firmavano la presenza e correvano a giro per Roma a fare i fatti loro.

Adesso quei tempi sono finalmente finiti, ma il percorso per giungere ad una cultura della responsabilità non è concluso e, soprattutto, non si è svolto e non si svolge in modo del tutto equilibrato. Nel mezzo vi è rimasta spesso bruciata una generazione: la mia. E non poteva essere altrimenti. Cresciuti con una cultura e trovati all’improvviso in una opposta, anzi nella esagerazione di quella opposta. Ho visto la generazione prima della mia farsi accompagnare a fare la spesa con auto blu, andare ai matrimoni con l’auto blu e tutto quanto si possa immaginare e poi la mia generazione denunciata perché mentre era in servizio si è fermata a bere un caffè con indebito utilizzo della auto di servizio.

Niente da obiettare sul cambiamento culturale che io per prima ho realizzato, dopo aver subito anni di prese in giro perché studiavo ed ero brava a scuola (secchiona era il minimo), ma penso che una misura ci vorrebbe per non punire il nulla, i comportamenti bagattellari. Farlo può solo allontanare i cittadini dalla nuova cultura perché viene avvertito come una profonda ingiustizia e perché non è stato accompagnato da un dibattito sociale, dalla sua comprensione in tutti gli strati profondi. Siamo passati dal lassismo al rigore senza soluzione di continuità lasciando soli i cittadini con comportamenti nuovi da accettare, punendo chi da solo non è capace. In questo caso lo Stato assistenziale non ha fatto neanche quello: assistere i suoi cittadini.

Non vorrei che dietro tutto questo cambiamento radicale ci sia quanto denunciato ne “Il Gattopardo”: «Tutto cambia perché niente cambi …».

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