Home / Cultura / Una Storia minima di amore, lavoro e sopravvivenza nella società moderna

Una Storia minima di amore, lavoro e sopravvivenza nella società moderna

Lo avevamo lasciato l’anno scorso con “L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde”. L’avevamo seguito su Pangea e nelle sue disavventure sui social, tra banni, ostracismi ed esili forzati. Torna, adesso, sugli scaffali delle librerie Matteo Fais con “Storia minima” edito da Robin nella collana Robin&sons.

Perché Storia minima?

«Non è sul perché di una storia minima che bisognerebbe interrogarsi, quanto piuttosto su cosa giustifichi l’esaltazione di tutti questi narratori che invece vorrebbero scrivere una storia universale. Chi accidenti si credono di essere?! Ogni storia è minima, si rivolge a una comunità che non potrà mai coincidere con l’umanità intera. Tu te la sentiresti di parlare a nome di un cinese che preme pulsanti in una fabbrica di iPad in Oriente, o per un uomo di quelli che vivono in una tribù aliena all’universo tecnologico? Non sono solo io a sostenerlo. Basti leggere il Sartre di “Che cos’è la letteratura?”. Qualcuno direbbe che certe sensazioni sono universali e in parte è vero, in un universo schifosamente globale e americanizzato – che Dio lo maledica! Io, a ogni modo, non credo per niente di amare come un giapponese, a meno che questo non sia uno dei cosiddetti “cittadini del mondo”. Ma, allora, non si tratta di un giapponese, bensì di uno stronzo apolide che ha gettato la sua cultura nel cesso, inseguendo l’ “American Way of Life”. Del resto, pensi forse che “Blu quasi trasparente”, o “Tokyo decadence”, di Ryū Murakami, siano libri che avrebbe potuto scrivere un occidentale qualsiasi, per quanto raccontino di un Giappone in decadenza che va sempre più appiattendosi sul nostro mondo? Non mi pare proprio possibile. Ognuno deve per forza di cose scegliere un suo target che, a seconda della cultura di appartenenza – mettiamo di essere un bianco benestante nato a Londra, o a New York – potrà avere più o meno diffusione. Io, per esempio, rientro sicuramente nella categoria degli ex-borghesi occidentali, soprattutto italiani, decaduti. Quelli che oggi, per intenderci, si trovano pericolosamente vicini a operai e spazzini sul piano economico, ma che comunque, per censo e senza alcun merito, hanno avuto un più vasto accesso alla cultura rispetto a molti altri. Quella è la mia prospettiva iniziale e da quella – solo da quella – io posso raccontarmi e raccontare gli altri. Certo non potrei parlare di una famiglia operaia da un punto di vista endogeno, sarei un impostore. E che non mi si venga a dire, “ma io su quelle particolari realtà mi sono documentato”. Una vita non si può raccontare, se di seconda mano».

Le donne, il sesso, l’amore… per parafrasare l’incipit di un’opera immortale?

«Dunque, capiamoci… Sicuramente io ne parlo, però per favore non mi si faccia passare per un neo-bukowskiano, o peggio ancora per uno scrittore erotico. Bukowski è certo simpatico – naif, direi. Restituisce un ottimo quadro di un certo disagio sociale, ma lo fa appunto con ingenuità, senza mediazione critica. Lui resta fondamentalmente un popolano prestato alla scrittura, naturalmente dotato di uno straordinario senso del ritmo e con qualche buona intuizione del mondo intorno a sé. Manca però di tutto un processo pregresso di riflessione sull’esistente. In tal senso, le conclusioni a cui arriva sono tutta farina del suo sacco, ma è fuor di dubbio che da soli, anche a livello di analisi sociale, non si vada lontano. Per quel che riguarda una smodata presenza di situazioni sessuali, in lui come in me, ciò è innegabile. Sta di fatto che la somiglianza finisce qui. In Bukowski il sesso ha una funzione capitale, non fosse altro perché molti dei racconti più famosi sono scritti in origine avendo come destinazione riviste per adulti, quali “Hustler Magazine” di Larry Flynt. A me, invece, del sesso per il puro sesso non frega proprio niente. Le interazioni amorose, chiamiamole così, mi interessano solo come specchio di un’epoca. In sostanza, non desidero assolutamente far eccitare il lettore tra fellatio e sodomie varie – né conferire dignità letteraria a nuove forme d’amore, come fa Sacher-Masoch in “Venere in pelliccia”, il capolavoro del sadomasochismo. Più prosasticamente, in una società dell’immagine e della pornografia, dove ogni ragazzina sogna di avere ventottomila e duecento milioni di like per la foto del suo culo, direi che non interrogarsi in merito alla declinazione genitale che i rapporti hanno assunto oggigiorno sarebbe come trascurare di chiedersi, in un paese arabo, perché accidenti ci siano tutte queste donne velate, o coperte da un tendone che le rende indistinguibili. Il sesso è rivelatore. Ma anche la cucina lo è. Che in una determinata società, in un certo tempo, si mangi McDonald, o cibi tradizionali, è indicativo. Solo che, proprio su questo argomento, mi verrebbe difficile imbastire un romanzo che fosse anche interessante».

La vita nella sua cruda realtà o pensando un mondo migliore, di pace e accoglienza?

«Mio padre mi dice sempre che i miei scritti sono “il preludio perfetto per un magnifico suicidio”. Magari non avrà tutti i torti, ma io credo fermamente che il primo passo verso il pensiero di “un mondo migliore” – a meno che a uno non piaccia trastullarsi, pistolino alla mano, usando le utopie alla stregua di filmati pornografici – stia nel prendere coscienza del perché questo è il peggiore. Ergo, non resta che analizzare la realtà, presentare ai lettori quella che dal mio punto di vista è la sua crudezza. Magari saranno loro, un giorno, in spregio al quieto vivere che porta sempre tutti a scambiarsi pompini letterari, a dirmi chiaro e tondo che non ho capito un cazzo della vita e del mondo. Questo non è dato saperlo, al momento… Per quel che poi riguarda la pace, sai che non sono sicuro che noi la si desideri realmente! Complicarsi la vita è la cosa più naturale. Sull’accoglienza, infine, cosa vuoi che ti dica? Io sono ben disposto verso chiunque bussi alla mia porta, purché si levi dalle palle entro poche ore. Alle donne – pensa quanto sono buono – concedo addirittura qualche giorno».

Passato o modernità?

«Se c’è una cosa che mi sta sulle palle è il culto del passato! La mia generazione vive perennemente con lo sguardo rivolto verso ciò che fu. Trovo tutto ciò patologico, oltre che smodatamente patetico. Questa sindrome morbosa è la stessa che porta sugli scaffali dei negozi di dischi l’ennesimo cofanetto-raccolta di una qualche band del mesozoico, e induce i produttori cinematografici a proporre il milionesimo remake di un qualche filmaccio anni ’80. Basta! Il passato è passato. Nell’essere contemporanei non vi è niente di male. Un cretino, con un computer tra le mani, non lo sarebbe meno se usasse una vecchia Olivetti. La tecnologia è una manna dal cielo. Persino i sostenitori della decrescita felice, Maurizio Pallante e Serge Latouche, ritengono che ce ne voglia di più. Questa storia che la tecnologia sottenda una volontà di dominio è una baggianata per heideggeriani, evoliani e altri esaltati vari. La tecnologia è malvagia perché chi la controlla, al momento, la usa al fine di dominarci. Eppure, almeno finché ci sarà una parvenza di democrazia, potrà essere adoperata dagli oppressi per contrastare i loro oppressori. Pensa se non ci fosse Facebook, se fossimo ancora lì con il giornale cartaceo: vivremmo entro una narrazione della realtà calata dall’alto e incontestabile come il Corano in una società islamica. Invece, come stiamo notando, almeno in una certa misura, il sistema da loro stessi creato per sedarci a suon di foto di gattini e belle fighette scosciate, mentre prendono il sole in perizoma, si sta rivelando un boomerang. Prima, ci saremmo trovati in quattro, al bar, proprio come nella famosa canzone di Gino Paoli, a maledire l’articolista prezzolato di turno, sbronzandoci nel mentre per calmare i nervi. Oggi, invece, tanti come me radunano intorno a sé cento, duecento, mille che la pensano allo stesso modo. Certo, non hai la risonanza di un personaggio famoso, ma dieci persone del mio tipo creano un bacino di utenza non certo da meno. Pensa questo su base nazionale. No, amico mio, la tecnologia è la sola possibilità».

D’Annunzio o Mishima?

«Con rispetto parlando, nessuno dei due. Non che non mi piacciano, sia chiaro, ma vale anche nel loro caso il principio appena espresso. Questo culto dei morti è roba da toccarsi i coglioni, da fare gli scongiuri! D’Annunzio e Mishima sono trapassato remoto, cose che si studiano all’università. Scrivono su di loro da un secolo. Io ho trentasette anni e già non ne posso più, come di quelli che ancora la menano su Céline. Basta! Sarebbe bello se qualcuno ne parlasse male, se cercasse di demolire la loro inscalfibile immagine presso le folle di lettori adoranti. Invece, tutti questi finti alternativi insistono nel tessere le lodi di autori già ampiamente accettati dalle accademie di tutto il mondo. Leggo cosiddette nuove riviste letterarie che sono nuove quanto OPEN, il quotidiano di Mentana appena uscito – bellissimo questo paradosso di un giornale nuovo fatto da uno con tre decenni di carriera alle spalle. Invece di suggerire ai fruitori autori esordienti, o poco noti, ecco che buttano lì l’ennesimo pezzo su Mishima e Céline, senza neppure aver letto prima tutta la letteratura secondaria in merito, senza avere meno che mai una qualche tesi inedita sul loro conto. Guarda, sinceramente, ho lo sconforto. Mi viene voglia di andare al cimitero a vegliare i defunti, piuttosto che stare lì a leggere questi giovani nati morti e in attesa di essere seppelliti».

La libertà d’espressione e i social…

«Magari sarà inutile, ma per me è giusta. Ogni volta che sento un qualche intellettuale, con la pancia ben ingrassata a colpi di stipendi elargiti dal Partito – non farmi dire quale –, che la critica, mi viene voglia di mettere mano alla pistola. Il capostipite di tutto è stato quello stronzo di Umberto Eco, un fascista in camicia rosso sbiadito. A pezzi di merda di quel calibro andava bene quando erano loro i detentori della verità rivelata e potevano dire una miriade di cazzate, servendosi dei soldi dei contribuenti. Sono la negazione della dialettica, dello scontro democratico. Sono fascisti, fascisti di merda il cui sogno è una versione liberal-progressista-globalista del “Popolo d’Italia” a guida Arnaldo Mussolini, ovvero un giornale unico piegato alla volontà di un duce e di un partito. Gente simile mi ripugna. Il letterato, lo scienziato, chiunque abbia una grande competenza in qualche ambito non dovrebbe mai sottrarsi al confronto anche col più analfabeta dei muratori. Spiegarsi, rendersi comprensibile, è un suo dovere morale. Altrimenti, può sempre ritirarsi sui monti e fare il genio incompreso. Ma se sceglie di stare in società, e siccome è grazie al contributo di tutti che ha potuto formare il suo sapere, deve trasmetterlo e metterlo al servizio della comunità. Ma non può mai usare questo per zittire gli altri, per rimetterli al loro posto. Il desiderio di chiarimento e delucidazioni, in un popolo attento e critico, è sacrosanto. Ovunque ci sia uno che voglia far passare il suo pensiero per incontestabile, che non ritenga di doversi sottoporre al confronto con i rappresentanti dell’opinione antitetica alla sua, lì è il fascismo – rosso o nero che sia, poco importa. Costui va combattuto».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Check Also

Da Viani a Viviani: uno sguardo alla collezione Pepi

È nata da poco una associazione dal nome “L’albero dell’arte” con sede a Montecatini Terme …

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi