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Violenza e psiche unite da una sottile linea rossa

Un sottile filo rosso collega la violenza in famiglia o di genere, il mobbing, lo stalking, il bullismo, il femminicidio: è la capacità dell’uomo di fare il male quando non c’è empatia, non c’è compassione, scarsa educazione e assoluta mancanza di rispetto delle regole. Per spiegare alcuni fenomeni dei tempi moderni dobbiamo anche considerare la mercificazione della persona in tv o nei social. Non basta, certamente, solo questa riflessione, servono strumenti e professionisti della mente. Per questo abbiamo intervistato Rossana Putignano, psicologa, psicoterapeuta, consulente per l’autorità giudiziaria, nel gruppo di consulenti Crime analysts team (Cat). Una lunga intervista per parlare delle funzioni dello psicologo nell’ambito giudiziario e dei fenomeni sociali e di cronaca sempre più importanti.

Quali sono le aree di competenza di una psicologa forense, psicoterapeuta in un team come quello del CAT?

«In primo luogo, la psicologa forense, coadiuvata nel migliore dei casi da un criminologo, può redigere la cosiddetta “autopsia psicologica”. L’autopsia psicologica è uno strumento che serve a discernere tra suicidio, omicidio o incidente; la psicologa in un team forense può rilevare la presenza o meno di un disturbo dell’umore importante che potrebbe aver condotto il soggetto a suicidarsi. Nel ruolo di perito nominato dal giudice, la psicologa forense può somministrare al reo test psicodiagnostici per la valutazione della personalità come il Rorscharch o l’MMPI-2 e può somministrare test di intelligenza o test neuropsicologici per escludere decadimenti cognitivi o disabilità mentale; se invece è nel ruolo consulente di parte (CTP) può studiare la documentazione in atti e confutare la documentazione prodotta dalla controparte e redigere una relazione di parte muovendosi sempre nell’ambito della verità. Se da questi test emergono delle elevazioni nelle scale riguardanti alcuni tratti di personalità, questi possono essere indice di un forte stress o di tratti di personalità stabili che caratterizzano l’individuo. In sostanza, la psicologa forense valuta la salute dell’individuo sottoposto a perizia, attraverso i colloqui clinici condotti da lei in qualità di perito o da altro perito nominato da giudice, può chiedere la somministrazione dei test psicodiagnostici e studiare tutta la documentazione in atti e redigere la sua relazione peritale o di parte».

Quindi valutate le condizioni precedenti e quelle di stress della vittima o dell’autore?

«Come consulenti di parte possiamo occuparci sia del reo sia della vittima e possiamo partecipare a perizie psichiatriche, possiamo essere utili alle vittime di mobbing o stalking attraverso la somministrazione di test per la valutazione delle condizioni post traumatiche e la rilevazione di un disturbo dell’adattamento come conseguenza del comportamento persecutorio subìto; possiamo intervenire anche in casi di abuso sessuale perpetrato su minori o di violenza assistita ovvero in tutte quelle situazioni di violenza domestica nelle quali i bambini assistono ad atti di violenza che si consumano nel proprio ambiente familiare. I colloqui con i minori in ambiente protetto, per chi lavora con le procure, avvengono appunto in un ambiente “protetto”, lontano dalle figure genitoriali o dai caregiver che hanno una qualche responsabilità di tipo penale nei confronti dei minori. Durante la sommarie informazioni testimoniali il pm, aiutato dalla polizia giudiziaria carabinieri o poliziotti) si occupa di prendere le testimonianze; nel caso dell’ascolto del minore questa testimonianza può essere presa solo se la polizia giudiziaria è coadiuvata da uno psicologo (giuridico o esperto in psicologia infantile). I pm dispongono di una lista dalla quale attingere per la nomina dello psicologo che partecipa all’audizione (sit). In questa fase non è possibile somministrare test psicodiagnostici, il minore viene solo ascoltato; lo psicologo deve accertarsi che il minore sia nelle condizioni emotive per procedere alla testimonianza e deve assicurarsi che, nel caso in cui l’audizione venga svolta dalla pg, che la testimonianza venga raccolta nella modalità idonea rispetto all’età del minore; in sostanza, lo psicologo deve accertarsi che sia rispetta una serie di condizioni; la maggior parte delle volte è lo psicologo o il neuropsichiatria infantile a condurre il colloquio per la raccolta della testimonianza; lo psicologo pone delle domande suggerite dalla pg in modalità consona, come se stesse facendo un colloquio clinico quindi, occorre essere empatici e mettere in pratica le tecniche del colloquio che lo psicologo dovrebbe conoscere. Può accadere tuttavia che, per una qualche difficoltà del minore, lo psicologo possa chiedergli di scrivere o disegnare qualcosa, ma la produzione non ha valore testimoniale nel senso che i disegni sono solo uno strumento per smorzare un po’ la tensione del bambino e nient’altro. Per contro, durante la fase peritale, lo psicologo forense nominato dal perito può somministrare dei test proiettivi (es. test della figura umana di Machover, test dell’albero di Koch, test della famiglia, etc.) che servono ad orientare lo psicologo nella valutazione del quadro clinico del minore e per conoscere meglio il suo mondo interno. È importante, in ogni caso, saper condurre un buon colloquio clinico ed avere una visione globale della persona osservando in maniera completa la personalità del soggetto analizzato senza fermarsi su uno specifico tratto; occorre, inoltre, valutare l’aderenza alla realtà (il cosiddetto esame di realtà) e i meccanismi di difesa più o meno primitivi che ognuno di noi ha per difendersi dall’angoscia. Ad esempio, i meccanismi “alti” di difesa sono quelli più funzionali a mantenere l’omeostasi interna e sono l’umorismo, la sublimazione nell’arte nella musica, l’altruismo, etc., quelli “bassi” o più primitivi sono quelli più disfunzionali cioè che creano disagio a se stesso e agli altri e consistono nei meccanismi di proiezione, scissione, diniego e negazione. Nella situazione peritale è possibile che il detenuto, per influenzare la commissione, simuli questi disturbi per ottenere vantaggi personali in modo da ottenere agevolazioni e misure alternative alla detenzione».

In questo ambito la divisione tra psicodiagnosi neuropsicologica e forense, su cosa si basa?

«La diagnosi neuropsicologica si basa sulla somministrazione di test neuropsicologici per rilevare o meno la presenza di un deterioramento cognitivo, su base organica, tradotto nella vita quotidiana in una alterazione nel comportamento, nelle capacità decisionali, nella pianificazione, nella programmazione delle azioni, nella traduzione di una volizione in attività motoria o di un pensiero in linguaggio. Spesso si verifica che, durante il lavoro peritale, il detenuto mostri un deterioramento in maniera inconsapevole, ma che può essere anche simulato (Sindrome di Ganser): dimostra di non ricordare, di avere buchi di memoria, di aver disturbi dell’attenzione, simula di avere una demenza. È improbabile che un giovane possa essere affetto da una demenza precoce con un esordio compatibile all’ingresso in carcere a meno che non sia in atto una intossicazione da farmaci, da sostanze stupefacenti o da alcolismo cronico; in questo tipo di valutazioni torna utilissimo il lavoro congiunto con il medico psichiatra forense, soprattutto se siamo invitati dal giudice a valutare la capacità di intendere e di volere del detenuto. Infatti, una persona che ha sempre avuto un’ottima memoria improvvisamente, in sede peritale, potrebbe iniziare a non ricordare più nulla rendendo così difficili i colloqui. Il test può essere uno strumento utilissimo nel dimostrare una qualche manipolazione da parte dell’imputato; ad es. nel test MMSE (mini mental examination test) il soggetto periziando deve rispondere a domande semplici come: “che ore sono? che giorno è? dove ci troviamo?”, domande che riguardano l’orientamento spazio-temporale e che fanno parte del comune esame obiettivo neurologico (EON). Valutiamo nel detenuto se sono presenti disturbi dell’umore, come il detenuto conduce la sua vita in carcere, che tipo di rapporto ha con gli altri detenuti, se riceve le visite dei familiari, se ha abbastanza supporto clinico in carcere; il tutto viene scandagliato e messo sempre in relazione all’età, al sesso, all’istruzione e allo status sociale; valutiamo l’infanzia, la storia familiare, la storia lavorativa, gli interventi chirurgici, i traumi fisici e psicologici, l’eventuale pregressa assunzione di sostanze stupefacenti o alcol. Nella valutazione della vita carceraria del detenuto bisogna tenere assolutamente conto della presenza di disturbi di umore, di ideazioni suicidarie, di aggressività auto ed eterodiretta; i gesti autolesionistici devono destare molta preoccupazione, anche quando si tratta di escamotage per richiamare l’attenzione su di sé o per orientare la commissione, in maniera assolutamente manipolativa, a proprio favore nella convinzione che il giudice possa predisporre per lui misure alternative alla detenzione. Tutto quello che si osserva e si ascolta va valutato attentamente; rilevanti sono la mimica facciale e i gesti di autocontratto devono essere in assoluta armonia con quanto viene comunicato: una distonia tra comportamento verbale e comportamento non verbale può essere indice di menzogna. Questo vale anche nello studio privato con i nostri pazienti. Lo studio dei comportamenti non verbali, però, è solo una parte di psicologia, non ha valore scientifico, ma può essere utile allo psicologo forense alla stregua dei test psicodiagnostici nel senso che non possono costituire una prova in sé, non sono sufficienti quindi per poter affermare con certezza che il periziando stia mentendo».

Il suicidio, depressione, femminicidio, reati in ambito familiare, il mondo fa così tanta paura o c’è un aspetto psicologico dietro?

«Il suicidio è la conseguenza di un profondo scoramento dovuto a un fatto reattivo, nel senso che l’individuo reagisce con una depressione a un brutto evento come un lutto, una separazione, la perdita di un lavoro; può essere anche la conseguenza di disturbo d’umore molto grave di tipo endogeno, una depressione maggiore o un disturbo bipolare. Sono tutte condizioni cliniche che meritano attenzione psichiatrica e cura farmacologica. Vi sono poi i cosiddetti disturbi borderline di personalità che, a “basso funzionamento”, possono condurre a gravi oscillazioni del tono dell’umore accompagnate da un cronico senso di vuoto, labilità al pianto, instabilità affettiva; nei disturbi borderline di personalità l’ideazione suicidaria potrebbe non avere il fine di morire davvero, ma quello di attirare l’attenzione su di sé; badate bene: anche in questo caso il rischio di morte è sempre presente poiché il soggetto, nel tentativo di attirante l’attenzione in maniera teatrale può davvero farsi male e rischiare di perdere la vita, quindi sono anche queste situazioni che meritano grande attenzione psichiatrica. Nel depresso in farmacoterapia il rischio suicidario sembra aumentare paradossalmente – come da ricerche sull’argomento – proprio quando il soggetto inizia a stare bene, verosimilmente dopo un paio settimane di cura antidepressiva; questo accade perché il soggetto in cura finalmente riesce a rialzarsi e a trovare tutta l’energia per passare all’atto (acting out), ovvero mette in pratica tutto quello che aveva silenziosamente pianificato. Ecco perché spesso i testimoni riferiscono di non essersi accorti di nulla e che il suicida non sembrava avere segni di depressione. Purtroppo, chi sceglie davvero di porre fine alla propria vita lo fa senza comunicarlo o lascia un biglietto di addio ai survivors con le loro ultime disposizioni. I soggetti decidono di suicidarsi perché spesso è l’unica scelta che rimane loro da fare, l’unica opzione in un ventaglio così ristretto di alternative; non vedono luce in fondo al tunnel, sono senza speranza e ammazzarsi, spesso, è l’unica possibilità di scelta permessa in vita, una vita in cui magari il soggetto non ha mai potuto scegliere per sé e in questi casi non c’è reparto psichiatrico o cura che tenga. Noi psicologi forensi possiamo studiare la storia clinica del soggetto suicida per capire come sia arrivato a compiere questo gesto anticonservativo. Alla base, generalmente, vi è spesso uno stato di depressione molto grave, un’ incapacità di vedere spiragli e alternative. Senza una prospettiva, una speranza, con un ventaglio così ridotto di scelta l’individuo arriva a progettare il suicidio; non si tratta di paura, il suicida non teme il mondo anzi lo sfida con forza; a soffrire saranno i familiari, i cosiddetti survivors che si sentiranno abbandonati per una scelta così egoistica, come se il suicida egoisticamente non avesse pensato a risparmiare loro una sofferenza così profonda. Per quanto riguarda i reati di violenza domestica, insieme alla violenza assistita, aprono uno scenario a parte e meritano un lungo discorso sui disturbi di personalità e sulle relazioni malate, quelle che comunemente definiamo “tossiche”».

Femminicidio, un reato amplificato dai media o fenomeno nuovo legato all’incapacità di gestire i rapporti umani?

«L’omicidio della donna è sempre esistito, ma viene utilizzato il termine di “femminicidio” per indicare l’omicidio della donna nel contesto una relazione sentimentale disfunzionale, che si trascina magari all’interno di un contesto di violenza psicologica e fisica finché la donna non dice “basta”; iniziano, così, i comportamenti persecutori e ossessivi perpetrati per la maggiore da uomini verso le donne, però questo non esclude che non esistano anche i “maschicidi”, ma sono le statistiche che parlano e che ci dicono che a soccombere è sempre la donna sotto i colpi inferti dal proprio marito o ex compagno. Ad occhio croce anche i reati di stalking appaiono in aumento. Sono aumentate le separazioni e i divorzi, non è più solida in noi quell’idea della coppia stabile che si amerà per sempre. La coppia moderna, se non va d’accordo, si lascia di comune accordo oppure uno dei due partner si allontana. L’uomo moderno si sta rivelando in tutta la sua fragilità, ha perso la sua virilità, non è più il padre padrone e vedendo la propria compagna andare via senza ripensamenti potrebbe non reggere l’abbandono che in questo caso verrà visto non con come una scelta consapevole della donna da rispettare, ma come un affronto alla sua persona, come un momento di distruzione della propria immagine. In questo progressivo allontanamento emotivo e fisico del partner gli uomini con disturbi di personalità, mai giunti all’osservazione clinica, possono iniziare a mettere in atto manipolazioni, vere e proprie persecuzioni e controllo ossessivo dei movimenti e nuove relazioni del partner. Generalmente, il partner che non ama più va via, non ha mai abbastanza tempo e pazienza per parlare oppure abbandona perché si è parlato abbastanza e non si ha più nulla da comunicarsi. Se pensiamo a una coppia in crisi coniugale inserita in un quadro storico come quello che stiamo vivendo in Italia, con la crisi dei valori e la mancanza di occupazione, il tutto diventa esasperato. Immaginatevi un uomo che perde prima il lavoro e poi la moglie. Oppure una moglie che vuole andare via dal proprio compagno violento ed è costretta a restare in casa perché non saprebbe dove andare e da dove iniziare a cercare lavoro, magari questo anche in presenza di minori. Poi abbiamo la donna dinamica e sempre più social che fa paura e che non è controllabile. Difficile per un uomo stare accanto a una donna così, soprattutto se lavora e se è in carriera: il maschio non riesce più a controllarla. L’impressione dell’aumento degli omicidi della donna, forse, è un fatto statistico: sono cambiate le tipologie di reato e si sono ridotti certi crimini facendo salire in pole position i femminicidi. Inquietante è poi la scelta di apporre in sovraimpressione nei tg il “contafemminicidi”: 48 a partire da gennaio 2018. Oltre alla cifra oscura di quei reati di omicidio che non verranno mai scoperti perché rubricati come allontanamento volontario o scomparse, vi è qualcos’altro di oscuro che è proprio dentro di noi: mi riferisco all’interesse per la morte e il gusto macabro per i dettagli. Oggi si assiste a tutti i livelli e status di appartenenza a un morboso interesse del pubblico rispetto ai programmi di cronaca nera che spuntano come funghi; questo ci dà la dimensione di quello che siamo diventati. Esecrabile è il dark tourism in quelle città che sono state oggetto di attenzione mediatica (vedi caso Sarah Scazzi), ma quello che realmente guida tutti a prestare attenzione ai fatti di cronaca è la paura: nessuno più si sente tranquillo e l’unica maniera per gestire questa paura attivamente è incollarsi alla tv per commentare i vari casi di cronaca. Proprio in quell’istante noi andiamo a verificare che a morire sono sempre gli altri abbassando i nostri livelli di ansia. Quindi, questo comportamento apparentemente morboso nasconde solamente la necessità di tranquillizzarsi».

Nella società dei social siamo tutti diventati un po’ narcisisti?

«Già dal 2010 si parlava di narcisismo come patologia sociale durante i convegni di psicoterapia. Ricordo che a Palermo si parlò di un vero e proprio fenomeno sociale ribattezzato “narcisismo secondario” (quello primario è quello del bambino descritto nelle opere di Freud). Oggi l’adulto è un individuo egoista volto a soddisfare unicamente i propri bisogni. Per narcisismo non intendiamo banalmente la mania dei “selfie”, l’apparire, il semplicistico gusto del bello; ci riferiamo a qualcosa di più profondo che ha a che fare con la soddisfazione dei propri bisogni in totale assenza di comprensione dei bisogni dell’altro. Quello che vediamo sui social è solo uno spaccato della società moderna tutta dedita al consumo veloce. Oggi manca l’educazione, l’autorità, il rispetto della legge. Non esiste più il servizio di leva che quanto meno insegnava ai giovani uomini ad accettare la posizione “down” cioè uno status di inferiorità rendendoli in grado di affrontare la frustrazione; in passato tempo i giovani andavano via di casa all’età di 17-18 anni in cerca di fortuna e imparavano l’obbedienza durante il servizio di leva. Facendo un’analisi qualitativa, ad occhio e croce, mi accorgo che ci stiamo avviando addirittura verso la psicosi con un progressivo aumento del dubbio tra realtà o fantasia. Basti vedere sui social: ci chiediamo continuamente se stiamo leggendo una notizia fake o reale, ci chiediamo se il fatto è realmente accaduto o se vi è un complotto, i tg ci dicono la verità o occultano le notizie? ecco, tutto questo continuo lavorio mentale di sicuro non fa vivere sereni, ma sempre in bilico tra realtà e fantasia lasciando spazio, infine, anche alla paranoia. Si sta assistendo a un aumento anche del fenomeno del bullismo: occorre una certa assenza di ansia, di scrupoli e mancanza di empatia nella capacità di fare del male ad altri esseri umani, che si tratti dei genitori, dei professori; idem per la crudeltà inflitta agli animali; manca la “pietas”, l’empatia, il “sentire con”; siamo sempre tutti connessi, ma nessuno in relazione, abbiamo una relazione superficiale col mondo da cancellare magari con un “click”; si esce in compagnia e dopo poco ci si ritrova tutti con lo sguardo puntato sul cellulare alla ricerca di nuove notifiche e like visti come termometro del nostro indice di gradimento sociale. Gradualmente ci chiudiamo in una sorta di “autismo secondario”, ma solo perché, così iperstimolati, non reggiamo più la relazione con l’altro; la relazione è cambiata e l’altro è diventato una foto sul telefonino, non più un essere umano da baciare o da abbracciare e siamo irritabili se il nostro dispositivo perde la connessione ad internet o la persona con cui vogliamo parlare non è immediatamente reperibile. Siamo abituati ad avere tutto e subito. “Amici”, “Isola dei famosi” et similia sono i nuovi riferimenti dei giovani al posto dei vecchi documentari scientifici. Abbiamo perso il piacere di studiare dai libri di carta in favore di Google e gli i-pad con libri virtuali e file da scaricare; addio enciclopedia, oggi ci sono i tutorial che ti dicono pure come annaffiare le piante. Una volta era una vera eccitazione reperire sui libri il materiale per la nostra ricerca, guardare un filmato in VHS, cercare una canzone sulla musicassetta, arrotolarla con la matita o registrare dalla radio il nostro cantante preferito; non reggiamo più il “no” dei nostri genitori, non vogliamo gli ostacoli e nessuno più è in grado di motivare questi “no”. Infine, dulcis in fundo mancano i confini del sé; siamo tutti un po’ “mammoni”, tutti un po’ “comodini”, tutti iperprotetti o tutti scoperti e vulnerabili alle sofferenze; i genitori o sono negligenti o ci soffocano con la loro ansia; non a caso è comune tra i giovani l’incidenza degli attacchi di panico come prodotto di un’ambivalenza di fondo che è quella di voler rimanere attaccati alla gonnella di “mammà” e quella di separarsi e individualizzarsi come persona con la propria personalità».

C’è un filo rosso che collega tutto?

«Metti tutto in un calderone, fai finta di essere la Saponificatrice di Collegno che taglia, scioglie e bolle: ecco fornito sul piatto lo stalking, il bullismo, il mobbing, i femminicidi e la dipendenza da internet. Come uscirne? Occorre a mio avviso, istituire dei centri ai quali le coppie con bambino possono rivolgersi per essere supportate in modo che il bambino possa essere tutelato nei sui primi anni di vita del bambino potendo godere di due genitori mediamente sani e non stravolti dalla gravidanza e dal parto. Occorre che l’uomo stia vicino la donna sin dall’inizio della gravidanza nei primi anni dello sviluppo psicosessuale del bambino in modo da alleggerire il carico alla madre, affinché il bambino possa sviluppare un attaccamento sicuro con le proprie figure genitoriali. Tutte le esperienze di soddisfacimento dei bisogni del bambino, insieme a quelle di frustrazione, andranno a costituire l’ES ovvero l’inconscio del bambino: se le esperienze di frustrazione risultano maggiori rispetto a quelle in cui il piacere del bambino è stato soddisfatto, l’inconscio del bambino condizionerà la sua vita da adulto. Se non si insegna al bambino a riconoscere i propri stati emotivi e quelli degli altri, se non lo si educa al rispetto dell’altro, al rispetto del proprio corpo, al dolore dell’altro, se non si danno dei confini, dei limiti da adolescente e da adulto tutto verrà vissuto con estrema superficialità come un gioco; i sentimenti, le emozioni, la sessualità, il dolore verranno tutti sminuiti perché pubblicizzati, derisi, portati in scena; si sottovaluterà il rischio, si abbasserà la percezione del dolore, la sensibilità nei confronti del prossimo: ecco che l’infartuato per strada verrà scambiato per ubriaco e lasciato morire a terra nell’indifferenza di tutti, magari fotografato da qualche telefonino e deriso su qualche social».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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