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Violenza sulle donne, banche disastrate, immigrazione: temi caldi per i cittadini, ma che non trovano attenzione in Parlamento

Banche e risparmio, violenza di genere, fake news, immigrazione, Europa, ma anche la sicurezza dello Stato e i servizi segreti. Sono i temi affrontati con l’onorevole Pietro Laffranco in una lunga intervista per Giustizia e Investigazione. Temi che anche molti cittadini avrebbero voluto che fossero trattati con maggiore attenzione da parte del Parlamento. Tesi che trova riscontro nelle parole del deputato di Forza Italia. Temi caldi prima, durante e dopo la campagna elettorale.

Nell’ultima legislatura si è occupato di banche e tutela del risparmio. I cittadini hanno assistito o subito il fallimento e il salvataggio di diversi istituti, spesso perdendo molto. Un riassunto di quanto fatto in Parlamento?

«In tema bancario, bisogna innanzitutto partire da una riflessione sui gravi errori perpetrati negli ultimi anni. Tra il 2011 e il 2016, le banche italiane accumulano perdite per 62 miliardi di euro: a fronte di questo tragico dato, tutta la copiosa produzione normativa portata avanti dal Governo – in particolare quello guidato da Matteo Renzi, con il decreto salva-banche (che ha portato all’introduzione del bail in), riforma del credito cooperativo e riforma delle banche popolari – si è rivelata assolutamente inutile e dannosa, soprattutto per gli effetti catastrofici prodotti sui risparmiatori e per la tenuta dell’intero sistema bancario. In sostanza, il quadro normativo nazionale, nel dare applicazione alle disposizioni europee in materia di “salvataggi bancari” (direttiva bail in), anche anticipandone di fatto l’entrata in vigore, si è rivelato confuso e particolarmente oneroso. Sarebbe stato almeno opportuno un passaggio graduale e meno traumatico, tale da permettere ai risparmiatori di acquisire piena consapevolezza del nuovo regime e di orientare le loro scelte di investimento in base al mutato scenario, eventualmente dismettendo le loro attività finanziarie senza perdere il loro valore. Parlare di risparmio significa parlare della nostra storia, della nostra cultura e sostanzialmente del nostro essere nazione. Quante volte abbiamo ripetuto all’estero che abbiamo – sì – un grande debito pubblico, ma abbiamo anche un grande risparmio privato? Quando si incrina il rapporto fiduciario tra correntista e banca, tra cittadino e istituto di credito, si incrina una parte decisiva dei meccanismi di funzionamento della nostra nazione e della nostra comunità. In Parlamento, abbiamo chiesto con forza una grande operazione di verità e di trasparenza non contro qualcuno, ma per ricostruire la credibilità del sistema bancario nei confronti dei cittadini, e del nostro sistema sui mercati e nel mondo. L’operazione che abbiamo portato avanti con la Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario dovrà quindi servire per ripartire, correggere gli errori del passato e offrire una tutela autentica ai risparmiatori – tutti e in maniera equa – non con provvedimenti diversi, a seconda del tipo di banca che si va a salvare, ma con una chiara strategia, nel pieno rispetto di quanto previsto dall’articolo 47 della Costituzione in materia di risparmio. Purtroppo, a tutela dei tanti risparmiatori truffati, non sono bastati i diversi interventi, né basta il Fondo al totale risarcimento dei risparmiatori danneggiati da false rappresentazioni in ordine alla qualità e alla rischiosità dei titoli sottoscritti, anche attraverso forme di opportunità alla partecipazione, al capitale delle nuove istituzioni bancarie succedanee di quelle dichiarate fallite (es. warrant da assegnare agli ex azionisti delle banche fallite in occasione di prossimi aumenti di capitale delle banche acquirenti). Bisogna poi cominciare a lavorare per la separazione tra banche d’affari e banche commerciali. Più in generale, bisogna operare per ricostruire la credibilità del sistema Italia, accertare le responsabilità, rivedere i meccanismi che regolano il sistema bancario, e ci batteremo affinché in Europa si lavori finalmente per nuove regole: per modificare, ed eventualmente sospendere l’efficacia della direttiva sul “bail-in”, rivedere la disciplina europea sugli aiuti di Stato, e quantomeno disporre una garanzia europea comune sui depositi bancari, in quanto è necessaria, in una unione monetaria, quale è l’Eurozona, la condivisione dei rischi, e tutto quanto ne consegue in termini di sacrifici richiesti ai Governi e ai cittadini».

Altro tema caldo è stato quello del diritto all’oblio e sull’anonimato in internet. Il legislatore è sempre un passo indietro rispetto all’innovazione del web?

«Si tratta di un tema delicato, e che riguarda un mondo, quello del web, che ha tempi e “regole” che il legislatore ancora non approccia con il decisivo “cambio di passo” che l’evoluzione della rete richiede. Non mancano nella cronaca quotidiana molti esempi di notizie diffuse sul web senza alcun criterio che offendono immagine, reputazione e dignità della persona, compromettendo anche il diritto all’oblio. L’era digitale ha, infatti, cambiato anche il senso del dimenticare, disegnando un mondo in cui ogni informazione è sempre attuale, sempre accessibile e sempre disponibile. Fondamentale è la questione dell’anonimato: è quantomeno necessaria l’implementazione di una procedura di registrazione che permetta alle autorità preposte, in caso di necessità, di ottenere il riconoscimento di un individuo sconosciuto del quale è stato evidenziato un potenziale comportamento sospetto sulla rete. Pertanto, assieme a tanti colleghi parlamentari di Forza Italia, in questa legislatura, ho sottoscritto una proposta di legge che, innanzitutto, pone il divieto di inserire contenuti on line di qualsiasi genere in forma anonima. Si prevede, inoltre, la possibilità di chiedere la rimozione dal web di contenuti diffamatori o di dati e informazioni personali trattati violando la normativa vigente, salvaguardando, in ogni caso, le finalità informative perseguite dai giornalisti con il trattamento dei dati personali di terzi. La proposta, che mi auguro sia ripresa nella prossima legislatura, mira quindi a garantire il diritto all’oblio, in particolare alla luce di diverse recenti pronunce della Corte di cassazione, e dell’entrata in vigore del regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, che ha recepito pienamente i princìpi che sono alla base di tale diritto. La stessa Corte di cassazione ha infatti da tempo affermato che “è riconosciuto un diritto all’oblio”, cioè il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione». È necessario altresì allineare la legislazione italiana anche ai princìpi elaborati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea che, nella nota decisione sul caso Google Spain ha, di fatto, “formalizzato” il diritto all’oblio quale espressione del diritto alla riservatezza nelle vicende personali diffuse via web che non siano più di pubblico interesse. Oggi più che mai la politica (e il legislatore) hanno il dovere di offrire un contributo concreto alla regolamentazione di un fenomeno che non si può lasciare solo alle aule dei tribunali, colmando così il vuoto legislativo con un intervento puntuale e al passo con i tempi.

E’ stato firmatario di una proposta di legge per arginare il fenomeno della violenza sulle donne, ma anche qui siamo di fronte a strumenti legislativi che si scontrano con le difficoltà ad attuare la prevenzione?

«I dati sul fenomeno sono allarmanti: in Italia il numero delle donne che hanno subìto una forma di abuso o di violenza supera i 7 milioni; nel nostro Paese, oltre cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. È una vera e propria strage. Ai femminicidi si aggiungono le violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Durante il IV Governo Berlusconi, per la prima volta, è stato adottato un piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking, con una strategia di contrasto delineata su base nazionale. Nel 2009, con l’introduzione nell’ordinamento giuridico italiano del reato di stalking il Governo e il Parlamento hanno dimostrato la grande attenzione rivolta all’individuazione di strategie di contrasto e di prevenzione della violenza, compiendo un passo in avanti fondamentale nell’ordinamento italiano. Tuttavia, nel corso della legislatura che giunge al termine, con i Governi a guida centrosinistra, non vi è stata una chiara strategia volta a contrastare il fenomeno, tanto che, per circa tre anni, è mancato un interlocutore istituzionale unico con delega relativa alle politiche delle pari opportunità, dedicato ad una concreta e seria azione di governo volta a promuovere e coordinare le azioni in materia di violenza contro le donne, e da quando la delega è stata assegnata non si sono registrati progressi. La stessa Corte dei conti, nel settembre 2016, ha criticato severamente la gestione ordinamentale amministrativa e finanziaria delle politiche pubbliche contro la violenza. Si è, inoltre, aggravata la disparità a livello locale in merito al numero e alla qualità dei servizi di tutela delle vittime. Sarà, quindi, necessario ripartire da una profonda analisi del tema, al fine di avere un quadro che sia il più chiaro possibile, su cui poter intervenire attraverso gli opportuni strumenti legislativi e le misure più idonee, anche di tipo preventivo. Sarà in ogni caso fondamentale ripartire dalle scuole, con programmi mirati di formazione agli studenti per prevenire la violenza nei confronti delle donne, sopratutto in riferimento all’utilizzo dei social media e di internet. Sempre con riferimento alla prevenzione, sarà necessario assumere iniziative volte a garantire ulteriori stanziamenti da erogare ai centri antiviolenza e alle case rifugio per evitare la loro chiusura e ad eliminare le attuali disparità regionali e locali concernenti la disponibilità e la qualità dei servizi di protezione per tutte le donne vittime di violenza».

Altro tema molto caldo è quello dell’immigrazione e della salvaguardia delle radici europee. Ha chiesto un intervento sulla questione del Columbus day e sul riconoscimento delle radici cristiano-giudaiche: la preoccupazione di integrare gli stranieri ci fa vergognare della nostra storia?

«La consapevolezza di avere salde radici culturali e religiose non è un ostacolo all’integrazione. Si tratta di rispetto: come possiamo rispettare l’altro da noi se non rispettiamo noi stessi e i nostri valori? Valori che sono incentrati sull’umanesimo, sul mettere al centro sempre l’uomo nella sua peculiarità. È questo che ha portato alle democrazie come forma di governo politico del Paese: rinunciare a difendere i singoli individui per spostare l’attenzione sull’immigrazione come fenomeno unico e indivisibile frutto di una cultura come quella islamica, ci allontana dall’idea di integrazione. Dobbiamo integrare le persone, non le comunità tout court. Perché è sulle persone che la nostra Costituzione si basa. La libertà di religione è un diritto delle singole persone. Il diritto d’asilo è dato alle singole persone: non possiamo cadere nella trappola della contrapposizione tra popoli e religioni. E, comunque, tutto ha un limite che è quello di mantenere la pace sociale, quello di non innescare guerre tra poveri, quello di non destabilizzare le vite dei cittadini italiani con un’assenza di politiche di immigrazione. Aprire le porte a tutti significa spaventare e radicalizzare gli italiani, significa mettere in competizione le persone per le scarse risorse disponibili, significa non saper governare politicamente il fenomeno dell’immigrazione, fenomeno peraltro da sempre presente nella storia umana».

La soppressione del Corpo forestale dello Stato non sembra essere stata una grande manovra, tra costi, benefici e tutela dell’ambiente?

«Sul Corpo forestale dello Stato è stata fatta molta demagogia. I numeri evidenziavano che in alcune parti del Paese ci fosse una presenza spropositata di addetti, ma invece di equilibrare la situazione si è preferito far convergere tale Corpo in quello dei Carabinieri, mescolando in tal modo civili e militari, ma soprattutto non risolvendo la questione dei ruoli. Il Corpo forestale ha un compito diverso da quello dei Carabinieri, un compito che riguarda più strettamente il controllo del territorio inteso come presidio e opera di prevenzione. Gli ottomila uomini della Forestale sono stati distribuiti tra Vigili del fuoco, Pubblica amministrazione e Carabinieri; in particolare ai Carabinieri sono stati assegnati 6400 addetti del Corpo forestale. Questo passaggio non è stato indolore, soprattutto perché è venuto a mancare un efficace dispositivo di azione per i direttori operativi degli spegnimenti degli incendi, ovvero per coloro che coordinano i lavori in caso di emergenza. Le conseguenze sono state sotto gli occhi di tutti: l’Italia è bruciata durante tutta l’estate e non solo per le temperature torride. La Forestale era particolarmente preparata in questo compito, ma gli addetti trasferiti nelle fila dei Vigili del fuoco non sono stati riassegnati automaticamente a quell’incarico poiché lo smantellamento del Corpo è stato attuato prima ancora di decidere quali sarebbero stati i ruoli di ciascun operativo o direttivo nella nuova sede. Abbiamo così avuto elicotteri che non potevano alzarsi in volo, Forestali a cui sono state assegnate sedi presso strutture dei Carabinieri, ma ai quali non è stato dato modo né di coordinarsi né di avere a disposizione gli strumenti di lavoro. Insomma un pasticcio frutto dell’incompetenza: la qual cosa ci fa ragionare sulla necessità di avere personale politico e amministrativo non solo onesto ma anche competente e che non pensi che la relazione fra costi e benefici di una riforma sia una mera questione algebrica».

Come membro del Copasir ritieni che l’Italia sia in linea con i tempi di gravi crisi dovuta al terrorismo di matrice islamica?

«L’esperienza passata al Copasir quando ne ero componente mi ha dato conferma del fatto che i nostri Servizi non sono secondi a nessuno per qualità del lavoro di analisi svolto e risultati ottenuti sul campo. Come in tutti i Paesi del mondo, anche l’Italia ha dovuto, dopo l’11 settembre 2001, adottare una legge che tenesse in considerazione l’evoluzione delle minacce nel mondo ed in particolare l’asimmetria delle stesse. È stata ridisegnata l’architettura dei servizi di sicurezza e sono state definite le missioni: negli ultimi anni c’è stato un reclutamento teso ad inglobare giovani con forti capacità di lavorare nel mondo cibernetico, dove ormai si muove il mondo criminale comune, quello di matrice mafiosa e il mondo dei terroristi, non solo di matrice islamica. Naturalmente la possibilità della Commissione parlamentare di controllo sui servizi di ascoltare in qualsiasi momento chi reputi necessario è una ulteriore garanzia di democraticità che negli anni bui e difficili che ha attraversato il nostro Paese era stata messa in seria discussione. Direi che la caratteristica che più contraddistingue il lavoro dei Servizi può essere riassunta nel detto “nessuna nuova, buona nuova”: perché in fondo è per questo che le donne e gli uomini del settore lavorano, affinché non dobbiamo sentire notizie come quelle degli attentati che hanno colpito in più punti le città d’Europa e di altri Paesi. Insomma se non fanno notizia, significa che stanno lavorando bene».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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