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Violenze e abusi, affido condiviso, capacità testimoniale, i mille impieghi dello psicologo giudiziario

Violenze e abusi, capacità genitoriale, affidamento di minori, valutazione del danno esistenziale nelle cause di divorzio, la capacità di testimoniare dei minori. Lo psicologo forense interviene sempre più spesso nelle dinamiche processuali o di un’indagine, a sostegno dell’accusa o delle vittime, oppure per svolgere una consulenza su mandato del giudice. #GiustInv ha intervistato Aida Francomacaro, psicologa e psicoterapeuta, esperta in psicologia giuridica.

Quali sono i rapporti dello psicologo con il mondo della giustizia, chi chiede il vostro intervento e perché?

«Lo psicologo che si confronta o collabora con gli ambiti giudiziari è lo psicologo giuridico e/o forense. Uno psicologo con specializzazione in psicologia giuridica e forense che si occupa nell’ambito civile di valutazioni psicologiche, delle capacità genitoriali, per l’affidamento dei figli minorenni nelle cause di separazione e divorzio, o anche nella valutazione del danno morale ed esistenziale. Il nostro intervento viene chiesto da un giudice, nel caso di consulenza tecnica d’ufficio in cui lo psicologo esperto ed iscritto nelle liste dei consulenti tecnici del Tribunale, viene nominato per valutare le capacità genitoriali, ad esempio nell’affidamento di figli minorenni, delineandone anche gli aspetti e le caratteristiche di personalità. Allo stesso modo lo psicologo esperto in tale ambito può anche svolgere funzione di consulente di parte nelle medesime cause. Una Ctu, infatti, è composta da psicologi esperti del giudice, e psicologi nominati dalle parti coinvolte. Stessa procedura avviene nell’ambito penale, dove il consulente del giudice o del pubblico ministero viene nominato per valutare le personalità delle vittime o dei sospettati a giudizio, e la loro capacità a testimoniare nel caso di minori o persone vulnerabili».

Quali sono i rapporti tra la psicologia, le investigazioni e la criminologia?

«La psicologia svolge una parte anche nell’ambito delle investigazioni e della criminologia, soprattutto nel tentativo di costruire un profilo di personalità della vittima (autopsia psicologica) o del carnefice. Ai fini di un’indagine, o investigazione l’intervento dello psicologo, può aiutare a delineare quegli aspetti criminogeni, comportamentali, che possono aiutare l’investigatore e seguire una pista o più piste».

Psicoterapia e supporto a vittime di violenza e abuso, qual è il ruolo dello psicologo in questi casi e quale supporto può dare alla giustizia?

«Premettendo che lo psicologo è spesso anche psicoterapeuta, in questo caso bisogna distinguere due ruoli diversi. Quella dello psicologo e dello psicoterapeuta. O meglio quelle che sono le sue funzioni in questo ambito. Lo psicologo può svolgere funzione di consulente tecnico, può essere ad esempio nominato dal pubblico ministero per supportare la polizia giudiziaria nella raccolta della testimonianza, in caso di minori e persone vulnerabili. La psicoterapia è un percorso diverso e più delicato, presuppone una scelta da parte del singolo e in questo caso lo psicoterapeuta è vincolato dal segreto professionale. A volte i giudici invitano le parti ad esempio genitori con forte conflittualità, a seguire un percorso terapeutico, ma la scelta o meno di accettare non dovrebbe condizionare la decisione del giudice. Se non c’è motivazione la psicoterapia non funziona. Seguire un percorso di psicoterapia per chi è vittima di un abuso sessuale e/o psicologico, può essere molto importante per elaborare il trauma e la paura che ne segue dopo tali eventi. Spesso la vittima viene invasa dai sensi di colpa (cosa ho fatto per farlo accadere, come potevo evitarlo, etc.) e un percorso di aiuto serve anche a comprenderne le cause e il ruolo svolto dalla vittima».

Scorrendo il curriculum mi sono soffermato sulla prevenzione primaria sull’abuso sessuale all’infanzia presso scuole elementari e medie rivolto a genitori ed insegnanti e sugli interventi di consulenza e formazione rivolti ad enti istituzionali, personale socio sanitario e scolastico, quali sono i percorsi in questo settore e qual è il livello di formazione?

«Il sistema scolastico italiano è l’unico al mondo a non prevedere la figura dello psicologo scolastico. Esistono molte proposte di legge in Parlamento, mai approvate sull’istituzione della figura dello psicologo scolastico. Ho una visione un po’ diversa da quella che viene vediamo realizzarsi nelle nostre scuole. Troviamo in alcune scuole la presenza di sportelli psicologici, dove solitamente uno psicologo svolge attività di ascolto circa una volta la ogni settimana a disposizione di alunni, docenti e anche genitori. Non penso che lo psicologo scolastico si debba limitare alla sola funzione dell’ascolto singolo, individuale, ma la visione dovrebbe essere più ampia. A mio avviso lo psicologo scolastico dovrebbe frequentare le classi, partecipare agli incontri tra insegnanti, con i genitori. Aiutare la classe a gestire le difficoltà. Dovrebbe essere visto come uno psicologo di comunità che gestisce le difficoltà ma allo steso tempo invia al Servizio sanitario nazionale alunni, docenti e genitori. La scuola italiana ad oggi svolge un ruolo complesso, a volte di totale “delega” agi insegnanti che devono spesso svolgere il ruolo anche di psicologo e genitore. Tale situazione spesso può creare un forte peso sull’insegnante con rischi di crolli psicologici o burnout. Si dovrebbe provare ad affiancare alla formazione “teorica” sugli argomenti, (bullismo, violenza, droga, ecc) ad una formazione “affettiva” rivolta alle emozioni che insegnanti, alunni, e genitori si trovano a vivere».

La consulenza tecnica e l’ascolto giudiziario di persone minorenni nell’ambito di procedimenti concernenti situazioni di presunto abuso e sfruttamento all’infanzia e all’adolescenza, come si svolge?

«Quando un pubblico ministero ha necessità di raccogliere una testimonianza da parte di un minore vittima o testimone di violenza, nomina un esperto in psicologia evolutiva per supportare la polizia giudiziaria, nella raccolta di tali informazioni (Sommarie informazioni testimoniali). I bambini possono essere ascoltati in “modalità protetta”. L’ascolto avviene in un luogo adatto, solitamente in stanze preposte per l’ascolto, a misura di bambino, colorate, con giochi e colori. La stanza è provvista di sistema audio e video per registrare la testimonianza, solitamente a doppio specchio. Di solito nella stanza con il bambino si trova lo psicologo e un agente di polizia giudiziaria che può appartenere sia alla Polizia di Stato che all’Arma dei Carabinieri. Il ruolo dello psicologo è quello di garantire che il minore stia a proprio agio,che si senta protetto e compreso. Lo psicologo formula al minore le domande che la polizia giudiziaria vuole porre al minore, in un modo consono all’età, alla condizione psicologica in cui si può trovare. Il minore viene invitato a raccontare i fatti per cui si è resa necessaria la sua presenza, senza pressioni in modo libero e tranquillo, dove sia possibile che la condizione lo permetta, si può provare a chiedere più nello specifico i fatti di cui è stato vittima o testimone. In altri casi, quando il bambino è considerato troppo coinvolto emotivamente, o troppo piccolo o presenta qualche disagio cognitivo, il pubblico ministro può anche disporre una consulenza tecnica per valutare le “capacità a rendere testimonianza” del minore. In tale contesto viene svolta una valutazione psicologia sul minore tramite colloqui clinici, somministrazione di test adeguati all’età del minore. In questo caso il consulente tecnico viene chiamato a rispondere sulla capacità di testimoniare del minore. Se il suo racconto può essere considerato “attendibile”. Questo non vuol significare che il minore non dica il vero, ma che la sua percezione di un dato fatto potrebbe essere non attendibile alla realtà.

Affido condiviso, come si gestisce la conflittualità e la genitorialità?

«La legge 54/2006 sull’affidamento condiviso ha introdotto la novità del principio di “bi-genitorialità” secondo cui entrambi i genitori debbono esercitare insieme o separati la loro responsabilità di genitori. È necessaria una motivazione grave e provata per stabilire invece che l’affidamento debba essere invece esclusivo. Viene sancito, inoltre, che il figlio ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. Uno dei fattori che complicano tale applicazione della legge, è data dalla conflittualità genitoriale. Quando i genitori non riescono a comunicare, troppo presi da se stessi e dalla propria rabbia nei confronti dell’altro coniuge, tendono ad usare il proprio figlio come vendetta nei confronti dell’ex coniuge. Il Giudice a volte di fronte a tali ostilità decide per una Consulenza Tecnica di Parte per valutare e scegliere le migliori condizioni di affidamento per il minore. Ma la Ctu condotta da psicologi e psicoterapeuti serve anche come mezzo per ridurre la conflittualità e portare i genitori ad un accordo e un’accettazione della fine di una relazione. Aiutarli a spostare le attenzioni da se stessi sui propri figli. La conflittualità può essere gestita soltanto con il supporto di esperti, attraverso una psicoterapia familiare o di coppia e spesso attraverso una Psicoterapia Individuale. La separazione coniugale è considerato un evento, nella vita di ognuno a forte connotato stressogeno. Dopo il lutto di una persona cara, è al secondo posto come causa di una sintomatologia da disturbo post traumatico da stress».

Stalking, femminicidio, violenza di genere, sono fenomeni di forte criticità nella società contemporanea, quali cause possiamo individuare?

«Parliamo di violenza che si manifesta sotto forma di stalking o meglio quei comportamenti continuativi persecutori e intrusivi, come minacce, pedinamenti, molestie tenuti da una persona nei confronti della propria vittima. Spesso lo stalking è l’anticamera di un comportamento più grave che può essere l’omicidio che se perpetrato ai danni di donne, definisce il femminicidio. Sulle cause ci sarebbe molto da dire. In qualità di membro del gruppo di lavoro sulla “violenza di genere” presso l’Ordine degli psicologi di Roma, ho partecipato ad una ricerca sulla “recidiva e la pericolosità sociale” di coloro che hanno commesso un omicidio verso mogli, figlie, compagne, e donne in genere, ed ho potuto osservare alcuni aspetti del fenomeno. Ogni persona è unica e diversa dall’altra per cui non sono molto d’accordo quando si tenta di racchiudere un fenomeno sotto un unico disturbo di personalità. Non credo che si possa ridurre il tutto alla perdita di potere da parte del sesso maschile su quello femminile, come sostengono le teorie femministe, ma è molto più probabile che uomo o donna che si macchia di tali crimini abbia una struttura di personalità disturbata, abbia un livello di affettività coartato e viva profondi conflitti e frustrazioni. L’uso della violenza spesso è per loro risolutivo di tali conflitti e possa momentaneamente appagare la loro aggressività. In altri casi in personalità con forti tendenze paranoiche l’omicidio è l’eliminazione della minaccia. Altre volte i carnefici sono soggetti vissuti in ambienti violenti ed essi stessi vittime di violenze e abusi. Questo non giustifica l’azione violenta, ma pone l’accento invece sull’importanza della prevenzione».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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