Ha dovuto cambiare la propria vita, le proprie abitudini e la residenza, con tutto ciò che comporta. Lasciare gli amici, i familiari. Allontanarsi dai ricordi belli, ma, soprattutto, da quelli brutti. Per recuperare la propria dignità, rifarsi una vita e per non sopportare più i soprusi psicologici e fisici che ha subìto, per un anno, dal suo compagno. Lei è Luana Biscarini e, dopo sei anni di convivenza con il suo ormai ex compagno, si è vista stravolgere la vita, apparentemente serena, all’interno delle mura domestiche.
Luana Biscarini decide di rilasciarci un’intervista, dopo qualche settimana dalla sentenza di primo grado di assoluzione del suo ex compagno per il reato di stalking, inerente al periodo 2012\2013. Assoluzione (il pubblico ministero aveva chiesto 1 anno e sei mesi) che arriva dopo le due condanne dell’uomo, a seguito di patteggiamento, per i reati di maltrattamento in famiglia, lesioni e stalking, per episodi attribuitigli al 2010 e al 2011, periodo durante il quale i due convivevano sotto lo stesso tetto. Nel frattempo è stata accolta l’istanza di appello presentata dall’avvocata Gemma Bracco.
Violenza psicologica
«Tutto inizia nel 2010 – racconta combattiva Luana – quando il mio compagno inizia a rendermi la vita difficile a livello psicologico. Ad esempio, ha cominciato a lamentarsi se i miei figli chiamavano all’ora di cena, perché secondo lui disturbavano». Si allontana per una settimana, poi i due si riavvicinano con l’intenzione di riprovarci. Ma le cose non vanno come sperato da Luana. Il culmine sarebbe arrivato nell’estate del 2011, quando l’uomo, secondo il racconto di Luana, durante una discussione banale, per soldi, avrebbe reagito violentemente, non sono verbalmente, ma anche fisicamente. «Mi ha picchiata e nel momento in cui lui è andato in camera da letto – ricorda i dettagli di quel giorno – sono riuscita a scappare e sono andata dritta al Pronto soccorso. Arrivata qui non ricordo molto, perché all’arrivo sono svenuta, non ricordo neanche come ci sono arrivata». I medici le riscontrano lividi e denuncia l’uomo per maltrattamenti. Così decide di lasciare la propria casa che divideva con il suo compagno e di porre fine alla storia.
Inizia il calvario
Il periodo difficile per Luana sarebbe iniziato proprio nel momento in cui ha preso la decisione di lasciare definitivamente l’uomo, oltre alla sua casa: telefonate, sms, appostamenti, intimidazioni con gomme squarciate e auto rigata, minacce a lei e ai suoi figli. «I suoi messaggi erano ora pieni di amore, ora pieni di odio – spiega – ora era carino e gentile, subito dopo arrivavano le minacce. Ho sempre evitato di rispondere, allertando puntualmente le forze dell’ordine, anche perché ad un certo punto ha cominciato a fare visita ai miei familiari più stretti. Si è presentato da una zia, con l’intenzione di far capire che il problema per la mancanza di un rapporto sereno tra noi due ero io e non lui. Finché un giorno, mi è arrivato un suo invito a cena. Anche in quell’occasione non ho risposto, eppure me lo sono ritrovato sotto casa. In quel momento erano presenti mio fratello, la sua ex compagna e il loro bambino di soli cinque anni. Mentre io sono rimasta rinchiusa in casa, mio fratello ha cercato inutilmente di farlo ragionare. Ad un certo punto ha cominciato a infierire, ha tirato fuori un bastone e una pistola. Non sappiamo se fosse vera o meno e i militari poi lo hanno rintracciato in casa. Quattro giorni in cella e poi di nuovo a piede libero».
Seguita al lavoro
Dopo 18 giorni dall’episodio, lui l’avrebbe aspettata sul posto di lavoro, per poi inseguirla fino a casa sua. «Una settimana di carcere per stalking – continua – e poi domiciliari». Ma nonostante ciò, avrebbe continuato a perseguitarla. Nel 2013, Luana avrebbe subìto un altro episodio di violenza. «È stata una vera e propria aggressione organizzata – ricorda ancora – Erano le cinque e trenta del mattino, mi stavo recando al lavoro e ho visto una macchina accostata con delle persone, mi sembravano in difficoltà, così ingenuamente mi sono fermata. È stato un attimo, non ricordo molto, qualcuno mi ha immobilizzata e dato quattro pugni in testa, gli occhiali si sono rotti ferendomi anche un occhio. Ennesima denuncia, questa volta contro ignoti, ma le parole dette in quel momento non le dimenticherò mai: ‘Fatti i fatti tuoi’. Era un avvertimento». Da quel momento, l’uomo si sarebbe calmato, nessuna chiamata, niente messaggi. Finché da dicembre 2016 fino a marzo 2017, sarebbe ritornato alla carica: telefonate alla madre, visite ai cugini sul posto di lavoro, alla cognata, agli amici, alla zia, perché non riusciva a trovare Luana.
Chiedere aiuto
Il conforto e l’aiuto, oltre ai familiari più stretti, Luana li ha trovati nell’associazione “Il coraggio della paura”, che si occupa di violenza di genere. In particolare nella sua presidente Anna Maria Petri che le è stata vicina anche come un’amica. «In queste situazioni – sottolinea – è difficile capire cosa può provare una donna, il suo stato d’animo. Non tutti riescono a dare il proprio conforto e sostegno, anche perché spesso l’uomo violento si presenta agli occhi degli altri come il migliore. Ora mi aspetto solo giustizia. Non posso recuperare gli anni di sofferenza, ma certamente posso ritrovare la serenità che ho diritto di avere, per non avere più paura, per non dovermi guardare di continuo le spalle, per muovermi liberamente sapendo di essere di nuovo al sicuro, perché il mio carnefice non può farmi più del male».
L’importanza della rete sociale
L’alleata, spesso, della violenza di genere è la solitudine. Proprio per questo motivo è importante la presenza nel territorio di associazioni che indirizzano, aiutano, consigliano la donna vittima di soprusi e violenze. Nel caso di Luana, il sostegno è arrivato dall’associazione “Il coraggio della paura” nata nel 2013 con l’obiettivo di aiutare, dare informazioni utili e tutelare le vittime di maltrattamenti. Un’associazione nata da un piccolo gruppo di persone, animate da un forte senso di giustizia, proprio perché tra loro c’è chi ha subìto violenza.
Come funziona l’associazione
L’ascolto è uno dei primi passi fondamentali, un modo per avvicinarsi con cautela ai racconti delle vittime di violenza. Non a caso, l’associazione ha un punto di ascolto telefonico, al quale le vittime possono rivolgersi liberamente con la garanzia dell’anonimato e il rispetto della identità culturale e religiosa. Ma l’accoglienza avviene anche all’interno della sede, per ascoltare le donne e in caso di necessità per accompagnarle nelle strutture autorizzate presenti sul territorio. Il coraggio della paura offre anche consulenza legale. «La storia di Luana è particolare e delicata – afferma l’avvocata Bracco – Vedremo cosa succederà in sede di appello con la speranza che possa tornare a vivere la sua vita».
@Ros812007

Pubblicato da Rosaria Parrilla

Leave a reply