In Italia sono 4.244 i detenuti per reati sessuali, 671 quelli in cella per abusi su minori. Su un totale di 2.210 casi di richiesta di aiuto gestiti sulla linea 114 di Telefono Azzurro quelli con motivazione primaria di abuso sui bambini sono stati 1.068. Di questi, il 26% è composto da casi di abuso psicologico, il 25,3% da abuso fisico. Quasi il 10% da abuso sessuale.

Questi dati statistici sono stati forniti nel corso dell’incontro che si è svolto a Palazzo Cesaroni per ripercorrere la vicenda di Maria Geusa, la bimba di 2 anni e 7 mesi, morta il 5 aprile 2004 per mano di Giorgio Giorni, un amico della madre della piccola. La causa della morte venne individuata nella ”shake baby syndrome”: la bimba venne scossa e percossa fino a morirne. La vicenda è stata ricostruita in “Shaken – la bambina che attraversò il portone del pianto” da Alvaro Fiorucci (Morlacchi editore).

L’incontro è stato aperto da Maria Pia Serlupini, garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Umbria. Al tavolo dei relatori Italo Carmignani, giornalista de Il Messaggero Umbria, Roberto Conticelli de La Nazione (anche in qualità di presidente dell’Ordine dei giornalisti), l’autore Alvaro Fiorucci e Sergio Cutrona, presidente del Tribunale per i minori dell’Umbria.

«Quando ho letto questo libro, ho subito pensato che potesse essere l’occasione buona per parlare di minori e di abusi – ha introdotto Maria Pia Serlupini – Il nostro compito è di proteggerli, aiutarli a star bene. Purtroppo spesso accade il contrario. Scorrendo quelle pagine sono inorridita alle parole “bambola di pezza” o “giocattolo rotto”, parole che colpiscono oltre la grande ferocia di questo delitto e il silenzio della madre. In Italia sono 91mila i minori maltrattati e passati per i servizi pubblici di assistenza – ha proseguito Serlupini – Non solo la politica deve fornire strumenti, ma ognuno di noi può fare qualcosa per i più piccoli, per i più bisognosi di protezione».

Italo Carmignani ha ripercorso a grandi linee la storia di Maria Geusa, «una bimba di due anni e sette mesi che arriva all’ospedale di Città di Castello con sintomi terribili. Tanto da morire il giorno dopo. L’inchiesta è velocissima, dura poco e viene individuato il responsabile. Giorgio Giorni confessa di averla scossa fino ad ucciderla perché non smetteva di piangere – afferma Carmignani – Alvaro Fiorucci è bravissimo a ripercorrere tutti i punti della vicenda, senza influenzare il lettore, ma lasciandolo con tutti gli elementi in mano e con il tempo di farsi un’idea dopo aver analizzato i comportamenti dell’assassino e della famiglia della bimba. Le comunità, in genere, tendono a dimenticare o a nascondere i fatti di cronaca nera, a distanza di tanti anni mi chiedo, e faccio la domanda anche a Fiorucci, perché tirare fuori questa vicenda?».

La risposta dell’autore è stata secca: «Intanto perché spero che non accada più. Poi perché sentivo di doverla scrivere, anche se è stata quella che ha comportato le maggiori difficoltà. Sia perché tratta di una bambina piccola, piccolissima, sia perché non volevo sollecitare morbosità o devianza sociale – ha detto Fiorucci – Scrivo perché certi fatti che la comunità dove avvengono tende a mettere sotto il tappeto, non avvengano più e non vengano dimenticati. Sono eventi che dimostrano come siamo fatti e come reagisce la società, il sistema delle leggi. A Città di Castello e a Foligno hanno voluto cancellare i fatti di cronaca nera terribili che sono avvenuti, non ne vogliono sentir parlare, hanno rimosso. Anche a Perugia, con il delitto Kercher, sono stati commessi degli errori: da una parte pensare che fosse colpa della città, droga, festini, vita notturna, dall’altra pensare che si potesse nascondere tutto per non danneggiare Perugia».

I fatti di cronaca che riguardano minori vanno trattati, dai giornalisti, con un certo riguardo e particolare attenzione. «Quanto siamo curiosi e quanto dobbiamo evitare il silenzio, ma anche quando tacere?» ha domandato Carmignani al collega Conticelli.

«Il giornalista è in difficoltà di fronte a queste situazioni. C’è sofferenza come genitore, come essere umano, come professionista – ha ricordato Conticelli – Devi cercare le fonti, verificarle, riportare i fatti nella loro essenzialità, rispettando un’autoregolamentazione che garantisce la società da abusi e usi scorretti. In casi simili i giornalisti hanno tanti limiti, giusti, ma avvengono anche tante violazioni che vanno sanzionate. Ogni caso, inoltre, presenta delle particolarità che richiedono una riflessione a parte».

Il presidente del Tribunale per i minori è stato chiamato ad affrontare una questione importante: «Nella società moderna tendiamo ad affidare tutti i nostri problemi alla giustizia, in attesa di una pena per il criminale o di una soluzione per una questione di vicinato. Il Tribunale dei minori, però, ha altri compiti, altamente rieducativi. In una vicenda come questa, in cui Giorni ha confessato tutto, tranne la violenza sessuale, e nonostante l’abbreviato, è stato condannato all’ergastolo. Ci sono sentenze emozionali?».

Il magistrato Cutrona è stato molto secco: «Un buon giudice deve essere asettico come un chirurgo. Pur partecipando del sentire del caso di cui ci occupiamo, dobbiamo essere e rimanere freddi. Teniamoci lontani dalle emozioni per essere più rispettosi delle leggi. Condanniamo anche se ci pare che l’imputato sia innocente o assolviamo se ci pare colpevole, ma solo se le risultanze degli atti ci dicono altro. Il giudice si attiene agli atti, non alle emozioni – ha ricordato Cutrona – Nel campo dei minori è importante guardare con sensibilità a questi fatti, a fronte di un comportamento emozionale della società e che si trasporta nella sensibilità del legislatore. Quando parlo di diritto o di dati l’uditorio è freddo o tecnico. Quando si parla delle storie dei minori, nel rispetto dell’anonimato, l’interesse si innalza. Nelle nostre decisioni non dobbiamo tenere conto di quanto li amano i genitori, ma di cosa fanno per loro. Anche nelle tragedie di cui sono vittime i bambini, guardiamo con gli occhi degli adulti, pensiamo alla sofferenza dei genitori, ma non al dolore dei bambini. Ben vengano, quindi, le occasioni per parlare del sentire dei bambini e per evitare che accadano altri episodi di violenza».

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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