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Web e social, navigare sicuri in un mare pieno di pericoli

La doppia faccia del deep web, un mondo sommerso popolato da buoni e cattivi (questi sono molti di più). Un mare nel quale Emanuele Florindi, avvocato, si è gettato per capire come difendersi, cosa evitare e cosa aspettarsi dal ‘web profondo’.
Emanuela Florindi si occupa prevalentemente di diritto dell’informatica, bioetica e tutela dei minori. Vice presidente dell’Accademia internazionale di scienze forensi) e membro del Centro studi informatica giuridica di Perugia, tiene corsi e seminari in tema di criminalità informatica, computer forensics e tutela dei minori in rete. È stato membro del Comitato di garanzia “Internet e Minori” ed ufficiale di complemento in guardia di finanza. Sin dal 2000 collabora attivamente, in qualità di consulente, con numerose procure della Repubblica, coadiuvando gli inquirenti nel corso di indagini inerenti reati di criminalità informatica. Autore di varie pubblicazioni in materia, è professore a contratto del corso di Diritto dell’informatica presso il corso di laurea in Informatica e di Informatica forense presso il corso di Laurea in Scienze per l’investigazione e la sicurezza.
Abiti succinti, solo amicizie maschili, di origini spesso straniere, ma residenti in piccoli paesi italiani, titoli di studio che spaziano dalla laurea al corso per estetista. È l’identikit della giovane ricattatrice via social network. Come funziona la truffa?
«In linea di massima, tutto inizia con una richiesta di amicizia a cui segue, dopo poco tempo, l’avvio di una chat. In genere, dopo un primo scambio di battute [dove vivi, quanti anni hai, hai figli…] l’interlocutore arriva subito al sodo proponendo un incontro sessuale. Se l’interlocutore accetta, l’aspirante truffatrice propone di utilizzare un sistema di videochat come skype oppure avvia una videochiamata tramite altri sistemi. Quello che l’ingenuo dongiovanni telematico ignora è che tutta la sessione viene registrata e, al termine della performance, arriva la richiesta di denaro. Se il soggetto si rifiuta, la minaccia è sempre quella di pubblicare il video dell’incontro su Youtube, Facebook o di spedirlo ai vari contatti della vittima. Di solito la richiesta non è elevatissima, dato che in questo modo è più facile indurre la vittima a preferire il pagamento di una cifra modesta al danno all’immagine che conseguirebbe alla diffusione del filmato; naturalmente non c’è alcuna garanzia che, una volta pagato, il filmato sparisca dalla circolazione, anzi è molto probabile che ad una prima richiesta ne faccia seguito una seconda e così via. La variante ‘romantica’ della truffa è, invece, basata su profferte d’amore seguite dalla richiesta di avere un po’ di di denaro (naturalmente solo in prestito!) per poter pagare il biglietto aereo o ferroviario con cui raggiungere la città dove incontrarsi. Inutile dire che una volta inviato il denaro è assai probabile che la tenere fanciulla innamorata sparisca nel nulla…».
L’esca abbiamo capito come è, le vittime invece chi sono?
«Chiunque è una potenziale vittima, i profili sono scelti a caso senza fare troppa attenzione ad età, status o cultura. Diciamo che questi truffatori amano pescare nel mucchio. Naturalmente le vittime più facili sono proprio gli adolescenti, ma non mancano i maschi adulti che, di fronte a certe offerte dimenticano ogni precauzione ed ogni cautela».
Come affrontare, allora, questi nuovi modi di raggirare gli utenti internet?
«La risposta può apparire banale: usando la testa. Non è plausibile che una perfetta sconosciuta ci contatti per offrirci immediatamente sesso (virtuale o reale), quindi se succede è assai probabile che dietro ci sia qualcosa di sospetto. In genere è, poi, sufficiente fare 3 o 4 domande diverse dal solito oppure utilizzare risposte non scontate per capire di avere a che fare con un sistema automatico o con un soggetto che scrive secondo un copione prestabilito. Ad esempio, già sostituire le O con 0 oppure le A con 4 significa mettere in crisi un traduttore automatico o un risponditore».
Possiamo parlare di allarme per l’uso dei social network da parte dei minori?
«Non parlerei di allarme, dato che, a mio avviso, un utilizzo consapevole e sano dei social è sicuramente auspicabile anche per i minori. Il vero problema è quando l’utilizzo diventa compulsivo ed ossessivo, come se quella dei social fosse l’unica realtà e l’unica comunità possibile oppure quando l’utilizzo avviene al di fuori di ogni forma di supervisione da parte di un adulto».
Si parla di ‘nativi digitali’, ma i ragazzi sanno usare il web?
«Dipende. Alcuni sì, lo sanno utilizzare e sono anche piuttosto abili, ma altri, più che usare il web sanno soltanto quali bottoni premere e non sanno, né sono interessati, a capire cosa accade dietro le quinte. Naturalmente non si tratta di una critica: usare il web è un po’ come guidare, alcuni amano conoscere a fondo il funzionamento e le caratteristiche del proprio mezzo, ad altri basta che si accenda e sia in grado di portarli dal punto A al punto B.…».
Nel libro ‘Deep web’ scrivi e racconti di buoni e cattivi, vizi e virtù, ci fai qualche esempio?
«Per i cattivi che popolano le dark net tipiche del deep web c’è solo l’imbarazzo della scelta: trafficanti di armi e droga vanno per la maggiore, ma non mancano i terroristi e gli assassini a pagamento. La categoria dei “buoni” è un po’ più omogenea ed è generalmente rappresentata dagli attivisti per i diritti civili che utilizzano il dark web per diffondere documenti, informazioni e prove dei reati commessi da regimi dittatoriali oppure dalle multinazionali. Si tratta dei cosiddetti wistleblower, ovvero di coloro che “soffiano nel fischietto” portando avanti pratiche di denuncia sociale e di diffusione delle informazioni scomode garantendo, grazie al web, l’anonimato delle fonti e degli informatori. Sono coloro che amano mostrare al pubblico gli scheletri nascosti negli armadi dei potenti e per scoprire questi scheletri ricorrono alla collaborazione di un gran numero di soggetti: attivisti, hacker, giornalisti ed informatori. Sono anche persone che spesso rischiano la propria vita».
Le leggi dello Stato tutelano il cittadino nel mondo della navigazione web?
«Dipende. Purtroppo non sempre è possibile ricevere adeguata tutela, soprattutto per la natura transnazionale del web. È. infatti, possibile che il mio aggressore si trovi in un paese straniero e persino che le sue azioni non costituiscano un reato nel paese in cui si trova. In altri casi è possibile che il mio molestatore resti coperto dal velo di anonimato che, a volte, il web è in grado di garantire ed anche in tal caso è difficile riuscire a trovare adeguata tutela. Per quanto riguarda la situazione in Italia, molto spesso si tende a sottovalutare quanto accade nel web anche se, oggi, questa situazione sta lentamente cambiando grazie sopratutto a quei magistrati che hanno capito la devastante ricaduta nel ‘mondo reale’ di certe condotte digitali».
Studiare, difendersi con strumenti aggiornati, buon senso, basta per stare sicuri nel web?
«Sì, nel web, come nella vita, la cultura e la conoscenza rappresentano le prime e principali armi di difesa; non è certo un caso che il movimento hacker nasca proprio con il motto ‘information want to be free’. In breve, il primo e principale strumento di difesa digitale si trova, senza dubbio, tra le orecchie dell’utente».

 

Umberto Maiorca

(Intervista già pubblicata nel sito www.lanotiziaquotidiana.it)

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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